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frames 14. basta quadrifogli

 

Io so dov’è il posto. Tutti gli anni vengo qui e lo trovo, il mio quadrifoglio. Basta smuovere un po’ lo sguardo ed eccolo, goffamente nascosto tra tutti gli altri che hanno una foglia in meno, quasi a non volerli umiliare. Cresce sempre, proprio qui, e non mi delude mai. Oggi però non lo vedo, è più di un’ora che sto ad accarezzare le foglie qua e là sul tappeto della piccola radura, ma sono sempre tre. Possibile che qualcuno sia passato di qui prima di me? E certo se fosse l’avrà anche raccolto magari per metterselo stupidamente sotto il cuscino. Ma no, per arrivare fin qui devi lasciare la stradina e inoltrarti nel bosco e poi inseguire tutti quegli indizi che solo io conosco, non ci arrivi per caso. Un merlo atterrò su un ramo vicino per assistere alla scena del mio tradimento. Spari di lontani cacciatori si allungavano sulle fronde più alte. Continuai a cercare, continuai a non trovare niente, e improvvisamente funesti presagi frullavano le loro ali tra gli alberi, che poi non che mi fossi mai abbandonato alla mediocrità di facili auspici consolatori, no, mi bastava che la mia vita avesse qualche certezza, qualche mio segreto entro cui cullare la smania quando sconfinava. Presi a cantare, ma dove avevo imparato quella filastrocca che anziché essere rassegnata aveva un colore malinconicamente felice? Avrei voluto spogliarmi, ma ero già nudo nell’arrendevole percezione di appartenere alla mia voce. Del fogliame si agitava poco più in là, e quando si schiuse un uomo venne avanti faticosamente, la bocca aperta, sgocciolando di sangue e spavento. Crollò a terra incurante delle spine, e da lì mi guardava stupito. Credo non si spiegasse perché mai io continuavo a cantare, o forse conosceva la canzone e avrebbe voluto dire sì, me la ricordo bene. Era ferito, del resto la caccia era ormai aperta, e il merlo tornò in compagnia di altri merli, e il ramo faceva su e giù. Restammo a guardarci per una decina di minuti, non cantavo più. Avevo capito che stava morendo così gli dissi, a me piacciono le polpette. Lui disse che era vegetariano, e io continuai, coi piselli. Fece un cenno come per gradire, allora incoraggiato gli dissi ancora, io non bevo non fumo sono single e non voglio bambini, il mio colore preferito è il blu. Dopo un po’ di esitazione, le conversazioni all’inizio sono sempre difficoltose quando non ci si conosce e si crede di avere vite diverse, mondi diversi, pensieri diversi, non potei fare a meno di dire che mi piaceva il cinema. Lui mi guardò compassionevole, o chissà era solo la fine. Il sangue aveva trovato il suo percorso finendo in una pozza rossa ai piedi di un tronco. Mi incamminai, non avevo più molti argomenti. Ehi, mi chiamò. Guarda qui, disse spostando il gomito, c’è un quadrifoglio. I merli voltarono la testa verso di lui. Non credo amico, ti sbagli, non ci sono più quadrifogli, risposi andandomene via da quell’imbroglio che sembrava solo cinema, null’altro che cinema.

 

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frames 13. una storia bellissima

Ricordi quando ci siamo nascosti sul sambuco e ha cominciato a piovere a dirotto… Io non sono fatto per scrivere e avrò letto due tre libri in vita mia, faccio fatica a mettere insieme le parole. Ma come potevo non rispondere a quella mail che arrivava da tanto lontano, aveva attraversato il deserto della mia memoria e si era infranta contro la distesa brumosa delle occasioni perdute. Così cominciai a scrivere qualche riga, senza la pretesa di arrivare in fondo. E ricordi quando abbiamo attraversato il fiume per raggiungere quel bosco… Le frasi avevano preso a uscire dalla mia testa con una disinvoltura inusuale, tanto da pensare che non ci passavano nemmeno dalla testa ma fossero già dentro le mani e stessero lì da molto tempo ad aspettare. Sembravo proprio uno scrittore, io che avrò letto due tre libri in vita mia, che quando mi capitava di scrivere qualcosa, per incombenza s’intende, lo cancellavo immediatamente perché non restasse traccia nel computer. Ma quella mattina non riuscivo proprio a smettere, e la cosa sorprendente era che non sapevo nemmeno cosa stessi scrivendo di preciso, mi sentivo come ubriaco, in un torpore allestito dalle mie paure, al riparo dalle intemperie grammaticali dell’assurdo. Le dita erano come attratte dalla tastiera a catturare parole altrove indicibili ma che confluivano in quell’unica e forse ultima occasione con la naturalezza dell’incanto. Stetti così tutto il giorno fino a che rimasi al buio nella stanza, la finestra si era spenta lentamente ed ora non rimandava che un cielo blu di una notte sconosciuta. Le dita continuavano a picchiare sui tasti con bramosia, deve essere l’ispirazione pensai, ma non ero abituato alla calamita sui polpastrelli, e mi spaventai. Presi il telefono e chiamai un amico, che lui davvero era scrittore e io non avevo mai capito come si poteva passare la vita a scrivere, e quando gliel’avevo chiesto nemmeno lui l’aveva capito. Ma sono le quattro del mattino! obiettò. Devi correre qui, non so cosa mi succede, non riesco più a smettere di scrivere, le mie dita sono aggrappate disperatamente alla tastiera. Arrivo subito, disse allora lui, ed era chiaramente turbato. Quando riattaccai il telefono mi accorsi che inavvertitamente avevo tolto le mani da quel groviglio di lettere fino ad allora a me straniere, ma che adesso disegnavano trame improvvise, insperate. Trattenni il fiato, e per sicurezza trattenni anche il telefono, stretto nelle mie mani come un salvagente. Davanti a me ciò che avevo scritto mi osservava, come se io fossi da leggere, come se io fossi una storia da raccontare, come se io mi dispiegassi in pagine e pagine colme di stupore. Le ali di un pipistrello sbattevano alla finestra, l’aria profumava di lontananza. Cominciai a leggere, io che non avevo letto che due tre libri in vita mia, e così lessi il quarto, tutto d’un fiato. Ed era una storia bellissima. Guardai le mie mani ed erano piene di dita, la finestra si stava riaccendendo delle prime luci dell’alba. Salvare questo documento? D’istinto dissi no, perché le abitudini non si vincono in una notte, ed io sapevo solo non lasciare tracce di me. Me ne accorsi quando era già tardi, quando ormai ero diventato l’unica persona al mondo ad aver mai letto quella storia. Il mio amico entrava nella stanza in quel momento ansimando. Mi guardò interrogativo, gli dissi, era una storia bellissima. Aveva gli occhi sbalorditi di chi mi credeva.

 


frames 12. non sei felice?

Quando il documentario che stavo guardando in televisione si soffermò sulla fase oscura della fotosintesi clorofilliana laddove il ribulosio bifosfato torna al suo stato iniziale, improvvisamente mi venne una gran voglia di socializzare. Ed era impellente. Mi trattenni, sulle prime non ci si deve troppo lasciare trasportare dagli entusiasmi, e mi feci un tè che mi avrebbe senz’altro aiutato a riflettere sulla mia condizione di cloroplasto costretto ad accreditarsi come essere umano. Incoraggiato dal tepore della mia alga eucariotica mi sottoposi alcune brillanti utopie circa lo sviluppo della giornata.  Pensai che doveva esserci un secchio da qualche parte e non appena lo trovai istintivamente lo misi sotto il rubinetto fino a che fu pieno. Era un’ottima idea. Quindi uscii fuori col mio bel secchio pieno d’acqua, era pesante e dovevo stare attento a procedere con cautela se non volevo che si svuotasse prima del tempo. Mi fermai sul marciapiede per riposare posando il secchio di fianco ai miei piedi. L’acqua barcollò prendendosi qualche lampo di cielo azzurro. Stetti a guardare la gente andare in ogni luogo, le auto scaraventarsi contro la primavera e il sole tiepidamente disegnare le sue ombre. Un uomo veniva verso di me, camminava sbirciando il suo giornale, poi quando mi fu vicino distolse lo sguardo e mi guardò di sfuggita. Non sapeva che era giunto il momento di conoscerci. Raccolsi il secchio e in un colpo solo lo svuotai all’istante contro di lui. Fu un attimo. Il giornale si afflosciò con tutte le sue tristi notizie mentre l’uomo al contrario si drizzò in una smorfia d’apnea, come se fosse diventato un esilarante burattino di legno. Poi inebetito si tolse lentamente gli occhiali, che il giornale non poteva più leggerlo ormai, e mi guardò come si guarda un armadillo che aspetta l’autobus. Quell’uomo era uno spasso, e si meritava un bel sorriso. Ciononostante notai che non aveva alcuna intenzione di condividere i miei sentimenti di fratellanza, doveva essermi capitato un asociale di quelli incurabili. Insomma io sono qui che mi prodigo per avere uno scambio, venirti incontro, non lasciare che tu sia soltanto il primo che passa e tu niente, anzi mi guardi con quel ghigno sprezzante che davvero mi fai sentire un armadillo. Non contento veniva verso di me stringendo un pugno, ehi amico mio allora tu hai problemi, non sei felice? Avevo ancora il secchio in mano e per precauzione glielo infilai in testa approfittando del suo disorientamento per fuggire. Non voglio avere a che fare con certi pazzi. D’ora in poi solo organismi unicellulari per me. Che mondo!

 


frames 11. il biglietto della metro

Essere un corpo in mezzo ad altri corpi che sfrecciano insieme nei tunnel asfissianti del sottosuolo metropolitano non è una bella esperienza, né tantomeno ti aiuta a vedere il prossimo sotto una luce benevola. La prossimità quando è eccessiva riduce i volti a un groviglio di vita pensieri odori così ingarbugliato che se guardi nel riflesso del finestrino fai fatica a trovarti e ti inquieti. Quando poi le porte si aprono e credi di poterti riprendere il tuo corpo e la tua direzione, basta poco per capire che le cose non si stanno mettendo affatto bene, dal momento che è evidente che tutti ti stanno seguendo. E non si può dire che sia una mia fisima, perché se salgo le scale tutti salgono le scale, se vado verso l’uscita tutti vanno verso l’uscita, se allungo il passo anche gli altri lo fanno. Solo quando riemergo in superfice, al bagliore fastidioso di me stesso, posso essere sicuro di averli seminati. Il suono delle auto mi conforta, il fischio di un vigile mi rallegra e cerco una vetrina per potermi riconoscere. Ma tra i manichini c’è anche una donna che mi appare alle spalle e mi guarda. Mi volto, e lei mi guarda come già faceva prima quando eravamo nell’inestricabile vagone di carni e sogni incarnati, e io l’avevo vista che mi guardava insistente ma pensavo non avesse altro posto in quella confusione dove appoggiare gli occhi, e l’avevo vista anche che mi seguiva e allungava il passo. Lei è davanti a me nella solitudine del traffico, e mi dice con pudore, vorrei tagliarti i capelli. Stavo andando giusto a tagliarmeli, risposi, non pensavo che questo fosse un servizio compreso nel biglietto della metro. Così mi portò ai giardini che stavano a due passi e sembravano lì apposta, e c’era anche un’altalena dove mi fece sedere. Estrasse dalla borsa una forbice e si mise al lavoro. Senza pettine? chiesi. Senza pettine, rispose. Mi osservò dapprima in controluce, poi dal basso piegando le gambe, poi di profilo senza sbattere le ciglia. Due colpi di forbice a vuoto e gli altri sulla mia testa, leggeri come le parole che sembrava sussurrare ma che non sentivo perché erano solo labbra che vibravano, che quando una donna ha piacere lo vedi dalle labbra che vibrano e dalle palpebre socchiuse, così lei mi vagheggiava nel suo ispirato tratteggio, così mi inventava suo animale. Pareva scegliere accuratamente i capelli da tagliare, come se sapesse cosa alcuni rappresentassero diversamente dagli altri, con la mano li cercava, con la bocca li annusava, e poi via, come a farli suoi, o perché non fossero più miei, un taglio netto e indolore per sempre. Finché stanca e rapita abbassò le braccia, la forbice impigliata a un dito, un sospiro, e il fruscio del traffico sul fondo. Prese uno specchio dalla borsa e me lo mise di fronte. C’erano come delle zolle selvagge sulla mia testa, indecifrabili, come se ci avesse appena pascolato una mucca. Dava l’idea di un cervello a corrente alternata che fatica a fiorire su un terreno incolto. Ma era il risultato della sua passione. Ero io.  Lei disse che così le piacevo di più. Anch’io mi piaccio di più, la rincuorai. Eppure già si allontanava, pur continuando a voltarsi, se ne andava e mi guardava, spariva, indugiava ancora, si spegneva, e mi guardava da lontano… Un bambino era fermo davanti a me, forse voleva la sua altalena. Vuoi una spinta? mi chiese. Sì sì, spingi spingi. E il cielo cigolando cominciò a volteggiare amaramente avanti indietro.


frames 10. i numeri del mondo

Il mondo è un problema. E va risolto. Con questo pensiero mi sono svegliato presto stamattina. Il sole era ancora freddo, le stelle ancora accese. Questo è il momento in cui di solito mi rigiro dall’altra parte, ma oggi sono già seduto sulla poltrona e mi alzo per guardare alla finestra i colori del caffè  versato nella strada, del latte sui boschi lontani, e degli sbadigli metallici degli uccelli, stridenti come quell’idea che ormai mi è andata per traverso, cioè che la matematica dovesse c’entrare qualcosa col mondo. Me lo sono ripetuto tutta la notte, l’unica certezza è che uno più uno fa due, ed è da lì che si deve partire. Davanti all’alba che cresceva nel cielo ricordavo come da bambino fossi prodigiosamente portato per l’aritmetica. Non vedevo l’ora che mi mettessero alla prova. 73 + 48, e io subito, 135, cioè, cento… va bene adesso sono un po’ arrugginito, ho fatto altre cose nella vita poi, ma allora ero davvero infallibile tra lo stupore e l’ammirazione generale, che a volte sembrava anche come dire, poverino. Era difficile risolvere il problema del mondo con la matematica, ma mi sembrava l’unico modo stamattina e andava fatto, tanto più che essendomi svegliato così presto avevo a disposizione l’intera giornata e io sapevo che dovevo solo impegnarmi seriamente e non fare altro che questo, e stai certo che prima di sera la soluzione ce l’avevo. Le coincidenze, l’intreccio dei sentimenti, il rincorrersi delle occasioni, le sventure così come ogni felicità è tutto pura matematica. Con questa convinzione, resa assoluta dai contorni panoramici del giorno che andavano tracciandosi sempre più rapidamente, accettai di buon grado l’incombenza di portare il mio contributo alla causa del genere umano immolando l’intera mia giornata. Cominciai subito a raccogliere dati, numero di abitanti del pianeta, animali, vegetali, città, dna, distanze, orari dei treni, statistiche, i numeri delle guerre, alfabeti, posti auto, sorrisi forzati, disfunzioni sessuali, lacrime versate… Un lavoro durissimo, alla fine della mattinata ero sfinito, ma mi restava ancora la fiducia, tanto che riempito dall’eccitazione per i progressi che non tardavano ad arrivare, dimenticai, anzi decisi di non fermarmi nemmeno per mangiare. La giornata era sì ancora lunga, ma non c’era un minuto da perdere, e bastò una breve pausa alla finestra incontrando l’andirivieni di tutti quei minuscoli e ignari perditempo là sotto, per darmi conto di quanto indispensabile fosse il mio sacrificio. Nel pomeriggio dunque tutti i dati raccolti furono incrociati con elementi di meteorologia, biologia, fisiognomica, poesia ecc. Il lavoro si fece frenetico, le variabili erano tante e si affacciavano continuamente a scompaginare le cose, e dovetti in più occasioni resistere alla tentazione di non pensare, in quanto non poteva esserci spazio alle interpretazioni, insomma uno più uno fa due e basta. Solo quando vidi il sole, lo stesso che avevo visto alzarsi dall’altra parte, e che adesso si scioglieva in un tramonto suadente e disilluso, ecco lì ebbi un indugio, la mia stanchezza mi avvolse per riscaldarmi in un sinuoso lampo di commozione. E così quasi senza accorgermi filtrai tutti i numeri che avevo ottenuto in un colino filosofico, e col cuore in gola rimasi ad aspettare qualche minuto per vedere quale residuo di verità ne uscisse. Il sole sparì velocemente, e le sue nostalgie furono presto assorbite dalla sera. Io non avevo la forza di sincerarmi dei miei risultati che assomigliavano tanto al numero zero. Avevo perso la mia sfida. Stravolto, mi sembrava solo adesso di sentirmi respirare, e c’era il nulla anche nel mio stomaco. Mangiai la buccia di una banana, perché la banana volevo tenerla per domani, o comunque per i giorni migliori che sarebbero senz’altro arrivati. Accesi il televisore. C’era l’estrazione dei numeri del lotto e io istintivamente dissi 27, e il televisore rispose subito, 27. Non lo trovai strano, in fondo era un numero come gli altri. Allora dissi 68, e il televisore rispose 68. Questo cominciava a essere davvero curioso, così con qualche inquietudine dissi 19. Il cuore batteva e una sirena si allontanava giù in strada. Ma il televisore disse impietosamente 19. 40 dissi io. E 40 disse lui. 84, urlai. 84 urlò. E io, 9, e lui 9. 15, 15. 54, 54. Dal cortile un cane abbaiava la sua malinconia. Io sussurrai quasi piangendo 38. E il televisore rispose 38. Cambiai canale spaventato e affranto. C’erano due che parlavano d’amore. Lei lo guardava teneramente, lui sembrava preoccupato di non stare troppo di profilo. Dietro a loro c’erano dei cavalli. Lei languidamente disse qualcosa ma io avevo già tolto il volume. Uscii fuori per darmi aria e sentire un po’ di rumori. Entrai in un bar e giocai dei numeri per la prossima estrazione. Sarei stato ricco, fatto il conto erano più di 10 milioni. La televisione avrebbe parlato di me, perché non mi sarei certo nascosto, no, al telegiornale volevo andare. Uscendo dalla ricevitoria vidi i miei numeri stagliarsi contro la città nera, 35, 89, 48, 27, 12, com’era lontano il sole. Ero stanco. Presi il mio biglietto milionario e lo strappai in 2, 4, 8, 16, 32, 64, 128, 256 pezzettini che restarono lì sparsi a terra, un puzzle di felicità che nessuno, nemmeno il vento, avrebbe mai ricomposto.


frames 9. il profumo di me stesso

Da qualche giorno mi grattavo. Nel senso che mi prudeva in varie parti del corpo e in modo sempre più insistente. Aspettai che il disturbo avesse una qualche influenza sulla qualità dei miei rapporti sociali, ma poi resomi conto che già da tempo la natura delle mie relazioni era indecifrabile, decisi a malincuore di chiamare il dottore. Dopo aver fatto i test necessari per capire cosa importunava il mio organismo fui convocato in ambulatorio. C’è qualcosa che non va, disse il dottore, e io ne ero certo, quel prurito era ormai qualcosa di me e non era più solo un impiccio per le dita. Tuttavia mi sollevò dalle mie responsabilità in quanto per ora il problema sembravano essere le sue macchine, dal momento che mi disse, risultavo allergico a qualsiasi cosa esistente al mondo. Ci deve essere sicuramente un errore, concluse, dobbiamo rifare gli esami. Pensai che se la tecnologia aveva sbagliato un qualche motivo ci doveva pur essere, e nei due giorni successivi mentre attendevo i risultati, mi convinsi sempre più che quel motivo dovesse essere ricondotto a me. Nel frattempo i sintomi erano peggiorati, o per meglio dire si erano concentrati nelle zone intime, ed io avevo il sospetto che fosse colpa dell’infermiera, per come mi aveva guardato. E’ antipatico rovistarsi i pantaloni mentre fai due chiacchiere col vicino o chiedi soldi al direttore della banca. Così quando venne il giorno della sentenza pensai di andare incontro a una buona giornata. Almeno fino a che non entrai nello studio del dottore e non vidi quale grugno severo aveva preparato per me. Mi disse di sedermi mentre lui si alzava cominciando a girarmi intorno. Lei è allergico disse improvvisamente. Questo lo sapevamo dottore, ma a cosa? Mi guardò, ed evidentemente aveva pena per me, poi risoluto, lei è allergico a se stesso, disse. Non fui sorpreso, che in fondo le macchine non avevano nemmeno poi tanto sbagliato, solo mi inquietava la soluzione che fin dall’inizio aveva prospettato, quando aveva detto che si trattava di individuare ed eliminare l’allergene dalla mia vita. E infatti, dobbiamo fare qualcosa, disse fissandomi minaccioso. Intanto lei stia tranquillo ed eviti di guardarsi allo specchio. D’accordo, e me ne andai. Passai tutta sera e anche la notte a escogitare sistemi per limitare il più possibile la mia presenza, ma senza risultati. Anche la desensibilizzazione non era cosa semplice, avrei mai potuto imparare ad ignorarmi? Poi dal mattino successivo notai che la malattia prese un’evoluzione particolare, quasi come per effetto della consapevolezza. Mi grattavo sempre meno, ma il bisogno di solleticarmi si trasferì pian piano esternamente al mio corpo, era come se volessi nutrirmi adesso del desiderio di scoprire pruriti ovunque, dapprima più bonariamente grattando oggetti inanimati, fino ad arrivare al non meno fastidioso vezzo di grattare il direttore della banca o qualsiasi interlocutore mi si parasse di fronte. Furono giorni difficili, non potevo intrattenermi a colloquiare con donne ad esempio, come spiegare che avevo avuto un improvviso prurito per le loro parti più intime? E del resto mettermi a grattare uomini, il postino o il macellaio non so, non era meno imbarazzante. Così presi l’abitudine di passare gran parte della giornata nei boschi, perché avevo come l’impressione che le piante provassero piacere quando io grattavo le loro cortecce. Non ricordo come finì, ma tutto si sistemò senza un motivo. Ricordo che quando mi guardai allo specchio dopo tanto tempo, restai impressionato perché vedevo il mio volto cosparso di resina che colava, sciogliendo il profilo di ciò che ero stato in un profumo dolce e pungente, fortissimo. E ancora adesso che sono guarito mi succede, ogni tanto, di andare a grattare le piante.


frames 8. io vuole dare fiori te

Fossi arrivato qualche secondo prima sarei su quel treno che si allontana crudele, non starei qui ad ansimare, a vederlo serpeggiare sui prati senza speranza, anzi guarderei  compiaciuto la mia piccola stazione dal vetro diventare sempre più un plastico, con gli omini a trascinare valige, e mi vedrei forse nel plastico respirare con l’affanno di chi ha perso l’ultimo treno utile per quel viaggio che visto da qui, dal binario morto nell’erba alta, non è che un inutile abbaglio. Ho perso il treno che mi avrebbe portato non so dove, ma certo non mi avrebbe lasciato qui, col gomito nell’acqua della fontana, poiché se non sono su quel treno è perché sono inciampato e ho un po’ tentennato a guardare il sangue. C’erano le nuvole nere che si gonfiavano nel cielo e dentro le quali il treno ormai si perdeva. Feci una foto ma non venne niente, forse perché non avevo portato con me la macchina fotografica, che quando ero uscito stamattina mi sembrava tutto così facile, mentre adesso a pensarci non so nemmeno se su quel treno ci fosse un addio o una destinazione ad aspettarmi. So però che era tutta la mia vita, e lo sapevo perché sdraiato sulla panchina sentivo lo sferragliare delle rotaie, i sussulti della carrozza e il clacson prima della galleria. Il capostazione disse che il prossimo treno era domani, ma io non gliel’avevo chiesto, e forse era un modo per dirmi di andare via. Sulla strada di casa mi si fece incontro una zingara, un sorriso triste come un treno che torna indietro per raccogliere i ritardatari, gli occhi neri come il temporale che incombeva. Piovigginava. Aveva dei fiori in mano, ma io non volevo fiori, non volevo aiutarla, non volevo sentimenti, volevo solo la pioggia, e  non meritavo un altro contrattempo. Non ho soldi, dissi quando l’avevo davanti, ed era bella anche se non lo era. No soldi, rispose allungandomi i fiori. Non vuoi soldi, cosa vuoi allora, perché mi guardi così? Il limpido silenzio dei suoi occhi mi faceva ansimare ancora, finché disse, io vuole dare fiori te. E con un timido sorriso se ne andò, serpeggiando sotto la gonna, perdendosi nelle strade del plastico dove un trenino correva e suonava il clacson all’uscita della galleria.


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