frames 11. il biglietto della metro

Essere un corpo in mezzo ad altri corpi che sfrecciano insieme nei tunnel asfissianti del sottosuolo metropolitano non è una bella esperienza, né tantomeno ti aiuta a vedere il prossimo sotto una luce benevola. La prossimità quando è eccessiva riduce i volti a un groviglio di vita pensieri odori così ingarbugliato che se guardi nel riflesso del finestrino fai fatica a trovarti e ti inquieti. Quando poi le porte si aprono e credi di poterti riprendere il tuo corpo e la tua direzione, basta poco per capire che le cose non si stanno mettendo affatto bene, dal momento che è evidente che tutti ti stanno seguendo. E non si può dire che sia una mia fisima, perché se salgo le scale tutti salgono le scale, se vado verso l’uscita tutti vanno verso l’uscita, se allungo il passo anche gli altri lo fanno. Solo quando riemergo in superfice, al bagliore fastidioso di me stesso, posso essere sicuro di averli seminati. Il suono delle auto mi conforta, il fischio di un vigile mi rallegra e cerco una vetrina per potermi riconoscere. Ma tra i manichini c’è anche una donna che mi appare alle spalle e mi guarda. Mi volto, e lei mi guarda come già faceva prima quando eravamo nell’inestricabile vagone di carni e sogni incarnati, e io l’avevo vista che mi guardava insistente ma pensavo non avesse altro posto in quella confusione dove appoggiare gli occhi, e l’avevo vista anche che mi seguiva e allungava il passo. Lei è davanti a me nella solitudine del traffico, e mi dice con pudore, vorrei tagliarti i capelli. Stavo andando giusto a tagliarmeli, risposi, non pensavo che questo fosse un servizio compreso nel biglietto della metro. Così mi portò ai giardini che stavano a due passi e sembravano lì apposta, e c’era anche un’altalena dove mi fece sedere. Estrasse dalla borsa una forbice e si mise al lavoro. Senza pettine? chiesi. Senza pettine, rispose. Mi osservò dapprima in controluce, poi dal basso piegando le gambe, poi di profilo senza sbattere le ciglia. Due colpi di forbice a vuoto e gli altri sulla mia testa, leggeri come le parole che sembrava sussurrare ma che non sentivo perché erano solo labbra che vibravano, che quando una donna ha piacere lo vedi dalle labbra che vibrano e dalle palpebre socchiuse, così lei mi vagheggiava nel suo ispirato tratteggio, così mi inventava suo animale. Pareva scegliere accuratamente i capelli da tagliare, come se sapesse cosa alcuni rappresentassero diversamente dagli altri, con la mano li cercava, con la bocca li annusava, e poi via, come a farli suoi, o perché non fossero più miei, un taglio netto e indolore per sempre. Finché stanca e rapita abbassò le braccia, la forbice impigliata a un dito, un sospiro, e il fruscio del traffico sul fondo. Prese uno specchio dalla borsa e me lo mise di fronte. C’erano come delle zolle selvagge sulla mia testa, indecifrabili, come se ci avesse appena pascolato una mucca. Dava l’idea di un cervello a corrente alternata che fatica a fiorire su un terreno incolto. Ma era il risultato della sua passione. Ero io.  Lei disse che così le piacevo di più. Anch’io mi piaccio di più, la rincuorai. Eppure già si allontanava, pur continuando a voltarsi, se ne andava e mi guardava, spariva, indugiava ancora, si spegneva, e mi guardava da lontano… Un bambino era fermo davanti a me, forse voleva la sua altalena. Vuoi una spinta? mi chiese. Sì sì, spingi spingi. E il cielo cigolando cominciò a volteggiare amaramente avanti indietro.

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Informazioni su massimobettini

Ho aperto un blog per dimostrarmi che un blog non serve a niente, quindi cercherò di gestirlo nel peggior modo possibile, evitando accuratamente tutte le buone regole per un blog di successo. Conto di riuscirci. Il mio motto è, posto ma non mi sposto. Vedi tutti gli articoli di massimobettini

11 responses to “frames 11. il biglietto della metro

  • Calipso la Liberidea

    Ma non capisco mai se i tuoi sono racconti o pensieri o scatti presi da cose che tu succedono e romanzate

  • massimobettini

    cose che mi succedono certo, a volte le vedo, a volte le vedo solo nella mia testa, un po’ ci costruisco su, ma poi mi accorgo sempre che non sto costruendo qualcosa di inventato, ma sto ricostruendo qualcosa di vero

  • ranagiovanna

    “Mi manca il tempo per celebrare i tuoi capelli.
    Uno a uno devo contarli e lodarli::
    altri amanti voglion vivere con certi occhi,
    io voglio essere solo il tuo parrucchiere.”
    certo avrà letto neruda

  • ranagiovanna

    mi scusi?

    • massimobettini

      ci penso, e ti faccio sapere presto… no avevo visto e avevo detto ma non mi darà mica del lei, poi ho pensato che ti riferissi in terza persona al protagonista, del quale in qualsisasi persona lo vuoi mettere io faccio le veci… e ci faccio pure quelle di lei, quindi…

  • ranagiovanna

    In altalena è come volare,
    fin sopra il tetto posso arrivare.

    È uno dei giochi più belli del mondo,
    meglio perfino del ………………………!
    ( girotondo nascondino computer )

    Posso toccare lontano lontano,
    oltre la siepe, con la mia ……………………………:
    ( scarpa mano bambola )

    alberi e boschi sulla montagna,
    pecore e mucche nella ……………………………………..
    ( stalla città campagna )

    Ma poi ritorno al mio giardino
    e con un piede sfioro il …………………………;
    ( davanzale tetto camino )

    con l’altro piede do un calcio al sole:
    sì, l’altalena va dove ………………………
    ( le pare vuole voglio )
    Robert Louis Stevenson
    sicuramente questa l’ha letta a scuola il bambino che ti spinge, spero che abbia sbagliato le rime

  • ranagiovanna

    comunque per fortuna stevenson s’è dato alla prosa e ci ha dato Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

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