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randomcanguro 9

che sarebbe potuta anche non venire all’ultimo momento, e a dire il vero un po’ se l’aspettava. E non era niente che riguardasse il suo futuro, dato che propositi non ne aveva. Era piuttosto il riflesso improvviso di un’esistenza che non poteva che essere inconsapevolmente legata ai pesci che guizzano, alle fronde che sussultano, alle gocce di pioggia che rimbalzano sull’asfalto, alle nuvole. Il brutto sogno si era dissolto nei bagliori pigri di un’alba forestiera, ed ogni pensiero, ogni idea già risplendeva nell’aria tersa dell’inverno. In una realtà parallela il suo corpo inanimato era ormai stato recuperato ed ora giaceva sulla tavola dell’obitorio senza che nessuno, e men che meno lui stesso, si adoprasse per il rituale riconoscimento.

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randomcanguro 8

Il giorno dopo andò in stazione e guardò i treni partire. Quando uno se ne andava correva verso il prossimo in partenza, e così via per tutta la mattina, salutando i volti che intravedeva dietro i finestrini. Qualcuno sorrideva, e certamente qualcun altro lo prendeva per pazzo, ma lui aveva questa grande voglia di stare a vedere le cose che accadono, lasciarsi saccheggiare dalle circostanze più impensate e sorprendersi, inventarsi la vita, rivedere qualche vecchio amico di scuola, e luoghi, quanti luoghi gli venivano in mente, e quante facce che non vedeva da tempo, che bello quando una donna ti sorride con grazia, come quella dietro al vetro che adesso saluta mentre il treno si allontana…

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randomcanguro 7

si accorse che non la desiderava più, che piuttosto lo urtava il pensiero della sua sgraziata benevolenza. Un relitto in fondo al mare, abitato dai pesci, questo voleva essere, e forse già lo era diventato, o almeno così si vedeva dall’alto del suo elicottero in perlustrazione. Un passo, due passi, lo portarono più in là, mostrandogli il vuoto da un’angolazione diversa, dove lui era, e adesso non era più. Senza che le avesse sollecitate, in breve le sue gambe raggiunsero la città ordinaria, trascinandosi tra ombrelli e allegre corse di ragazze spensierate, in quell’unico colore, senape sbiadito dalla pioggia fitta, che gli faceva pensare a un disastro ecologico, una nube che avvolgeva nella sua noia ogni sforzo di essere vivi. Non c’era traccia di un contrattempo qualsiasi che avrebbe potuto ridargli vigore. E a cosa sarebbe servito, ormai che una strada sola si allungava davanti a lui in un asfissiante tunnel fino al mare, là sul vertiginoso dirupo che da tempo lo aspettava. Com’era fragile quel confine che aveva sempre creduto invalicabile, così accuratamente presidiato dal suo ostinato ottimismo, e con quanta semplicità evaporava nel nulla la furiosa attitudine alla vita che nel tempo era diventata parte del suo stesso corpo, e che forse, pensò, si era incarnata proprio in quel braccio disgraziato


randomcanguro 6

Il viaggio di ritorno fu scandito da una canzoncina che gli tornò alla mente da chissà dove. Pensò che doveva essere il treno stesso, che caricato alla partenza come un malinconico carillon, addormentava le tristezze. Il cielo si era aperto in una sinuosa ferita che rovesciava luce sui campi fangosi. Alcune mucche sfrecciarono serenamente nel vetro sporco. Antonio si sentì come un nastro che si riavvolgeva, e quando sopraggiunsero i primi palazzi della città coi loro riflessi rosati, pensò che da qualche parte doveva esserci un tramonto.

 


randomcanguro 5

In un primo tempo quella prospettiva gli era parsa la soluzione ideale, per non dire l’unica via d’uscita, alle disavventure che l’avevano preso di mira. Vedeva di buon grado la decisione di abbandonare le armi accettando la realtà, in quanto segno, così pensava, di un’accresciuta maturità interiore. E in ogni caso era senz’altro un’occasione per tornare ad essere in pace con sé stesso, tanto che già ne sentiva i benefici effetti e la pena e lo sconforto che l’avevano torturato per l’intera giornata si erano come d’incanto stemperati nell’aria limpida della sera. La luce di un aereo faceva la spola tra le stelle, e Antonio già assaporava il sole che ci sarebbe stato l’indomani.


randomcanguro 4

ed era molto prima che fosse l’una. Quella città invertebrata e avvilente era trascorsa in un attimo e senza la minima traccia di una qualche ansietà, tanto che voltandosi indietro nemmeno gli riusciva di ricordare la strada che aveva fatto e i pensieri che l’avevano accompagnato. Le finestre dell’ospedale erano lì in fila davanti a lui, e questa era la prima cosa che aveva un senso da quando si era svegliato. Otto file da dieci finestre. Per un momento gli sembrò di essere a casa, e gli veniva da pensare che tutto quello che c’era dietro quelle vetrate, tutto quel dolore e quell’illusione, la trepidazione e l’attesa, era sufficiente per giustificare l’esistenza del mondo. Avrebbe voluto correre per i corridoi, fermarsi ad ogni finestra a guardare dall’alto quell’inutile città. E poi vedere qualcuno morire, qualcuno nascere. E piangere. Piangere.

 


randomcanguro 3

un grande silenzio. Uccelli anneriti dallo smog lo sfiorarono, poi andarono a sbattere contro la vetrata ricadendo a terra pesantemente. Quella era dunque la morte? Una carrozza che scaldava i motori e un capotreno che fischiava felice di fischiare? Camminò disordinatamente in lungo e in largo, sollevando la cenere che era sparsa a terra, e forse voleva perdere quel treno, vederlo partire e tornare a casa come se niente fosse stato. Nessuno si curava di lui, visto che probabilmente era già morto, e questo gli fece venire un’ultima voglia, o per dirla in modo più appropriato, il legittimo ultimo desiderio. Un pennone si ergeva davanti a lui arrivando su in alto a dominare l’intera scena. Antonio avrebbe voluto arrampicarsi fino all’estremità e restare lì a penzolare, appeso soltanto all’unico braccio che gli era rimasto, sventolando come un luttuoso drappo per mostrare a tutti la sua orgogliosa sconfitta. Ma non aveva la forza per farlo, e nemmeno per supplicare qualcuno di issarlo fin lassù. Davvero allora non aveva altro da fare a questo mondo. Il treno stava per partire. Con tonfi agghiaccianti i portelloni si chiudevano senza concedere 


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