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ostaggio di me stesso

ostaggio di me stesso

 

Non riesco più a vedere storie dentro di me forse vorrei solo fare foto a donne sedute sul water o ricevere telefonate minatorie, sono le cinque del mattino, mi metto sul balcone in piedi contro il nord, la sfumatura delle montagne sul fondo, il frastuono degli uccelli, io da quando sono diventato un delinquente conto solo quanto manca a diventare ostaggio di me stesso, mi vedo spiaggiato e accerchiato da bagnanti che fanno video con crudeltà, mentre io voglio solo essere un vecchio con la badante bionda e piena di rossetto e portarmela in strada e ridere, in due è come essere soli non voglio più uccidere non c’è più gusto ogni cosa succede di notte, l’odore indecente dell’estate, un anfratto di giugno dove le donne sono in disuso e piangono per diventare belle. Può darsi che prima di domattina avrà un senso, viene da molto distante, sotto la linea dell’orizzonte per risolversi in un tenero abuso della luna e poi c’è forse da suonare un pianoforte bruciato e abbandonato, c’è forse da procurarsi un suono insopportabile e respirare intere mongolfiere di piacere.
L’ho lasciata in una pozza di sangue sul pavimento della cucina, giorno dopo giorno continua a fare cuori con la plastilina, a volte mi sembra che succedono tante cose intorno a me, a volte mi sembra che non succede niente, un gatto che ti salta addosso, un uomo che impreca poco lontano, penso che dovrei imparare a morire un po’ alla volta, un po’ alla volta riempire il cielo di gomme da masticare, vagare con passi falsi come quando sono finito in quel posto dove una ragazza si spogliava ma sotto aveva un altro vestito e quando se lo toglieva ne aveva un altro e continuava a spogliarsi ma era sempre vestita e allora mi veniva da pensare agli orti affacciati sulla tangenziale mi veniva da pensare che l’universo è come noi, a un certo punto l’ultimo barlume di luce si spegnerà, e sarà morto, è uscito il sole, vado a liberare i palloncini.

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il cielo sa quanto pesano le stelle

 

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Andare a dormire è una sconfitta, riconoscere che la giornata è finita e arrendersi, il sonno disperderà le illusioni che il risveglio non troverà più, i primi uccelli che cantano, la ventola del computer che fa discorsi insensati alle macchine parcheggiate di sotto, dobbiamo essere feroci se non vogliamo morire, ma ci sono ancora le veline che ballano con entusiasmo? Il sole appena alzato si è andato a mettere dietro le nuvole, quanto tempo ho per prepararmi a sparire, entrare nella moviola a occhi chiusi e guardarmi nascosto dietro un muro, perquisire quelle scene bagnate di pioggia violacea, scandagliare i paesaggi di un destino senza uscita, non posso rispondere di quello che faccio nei sogni degli altri. La mia sfortuna è che sono fortunato e continuo a leggere quel cartello, vietato sedersi sui gradini. Un’ora fa ad esempio sono stato a farmi un giro in montagna con renato rascel, non faceva nemmeno tanto freddo, guardavo il cielo, il cielo sa quanto pesano le stelle, e io devo fare la guardia al mondo, aspettare un fulmine che rischiari il paese per vedere che sta andando tutto bene, che è solo nostalgia del futuro quella che mi prende appena vedo un letto e una finestra rinfacciarsi l’aria fresca del mattino.

 


fare l’alba, disfare sogni

alba

 

C’è un aereo che parte tra poco. Non faccio mai quello che penso di fare per cui ho lasciato la luce accesa. Quando torno prenderò un appartamento, sì voglio sposarmi. Camminiamo? Così mi potrai chiedere se ti cercavo, e io, cosa hai fatto in questi giorni? e tu, ha piovuto continuamente. Questa è la chiave e quella è la fioraia, sono io, non ti ricordi di me, dei miei fiori, come potrei dimenticare anche ciò che non è mai esistito, dimenticare la mia inesistenza floreale, aspetta là dietro però, è una donna gelosa, anzi tieni vai a mangiare qualcosa, non posso lavorare se no. Non ti mando via, è una cosa urgente questo tramonto, sebbene sia solo uno dei tanti colori al mondo, ma qui sotto quest’ombra io ti posso giurare che non ti amavo e che poi mi è piaciuta la tua rabbia e il mio spavento quando facevi suonare il telefono, che se suonasse adesso sarebbe come soltanto una goccia di pioggia. Voglio essere sicuro che non vedrai nessuno, e io a pascolare maiali in un castello, in mezzo ai soldati, voglio vedere solo soldati. Il cancello dà sull’orto, lo attraversi e passi un canneto che ti porta fino ai campi, sul fondo vedrai la villa, c’è un pozzo nel giardino dove ti potrai nascondere in caso di pericolo, e lì depilarti come ha fatto quel pazzo l’anno scorso che ti ha violentata e poi ha firmato per essere il più bello il più intelligente, il migliore di tutti quelli ai quali hai gridato vattene sei un assassino. Questa notte staremo svegli, per farti soffrire quanto ho sofferto io, per rivestirti piano piano, le tue povere fiamme non possono niente e niente le spegnerà, è difficile sopraffare le guardie, difficile che io mi ammali all’idea di vedere il sangue.
Cos’altro, qualcosa che non va, se chiamate un dottore ditegli di aspettare, perché noi ci conosciamo e non ho idea di ciò che sia il freddo seduto ad aspettarlo, sono tre o quattro ore più comodo, dove c’era stato un cadavere adesso credo che avremo burrasca, quella di non sapere cosa succede, vuoi spegnere quel motore? orribile, scoppiettante come il diritto di salvarci e di chiedere aiuto. L’ho visto mentre l’uccideva e cercava di fargli capire che si può festeggiare perché siamo ricchi, e cosa cercare ancora finalmente, di incontrarlo un’altra volta che non lo conosco molto bene, oppure digli di darti un numero dove lo possa chiamare. Ma ti sei mai chiesto dove vanno, e il frammento di osso nei polmoni era la causa della morte. Ti avevo detto di chiamarmi, era urgente, finché il tramonto non era ancora tramontato, ti vorrei aiutare ma non so dove sia, tieni la bocca chiusa comunque, apri la porta e così come mi hai trovato stamattina, un corpo che squilla senza risposta, così voglio avere il tuo cuore qui nelle mie mani, perché mi piace, morire lentamente in un buco della roccia dove non possono trovarmi, domani mattina in stazione, alle otto. Posso spiegarti il malinteso, quella mossa di attraversare la strada, entrare nel parcheggio, accanto alla voce femminile di un uomo che può fare qualsiasi cosa quando è disperato.
Siamo già in ritardo. Non ho preso un soldo con me. Voglio provare a dirglielo subito di quell’incendio laggiù, ma dopo trenta chilometri chi mi inseguiva mi sfuggiva, la lettera l’avevi ricevuta e io ti avevo ritrovata, sfidata, e sentito dire non puoi entrare, da quando tua madre è morta hai sempre torto, che importanza ha la tua angoscia, c’e una vecchia che ti desidera nel salone grande, colpita in battaglia ti racconterà la mia colpa. Grazie di tutto, se sei d’accordo la tua grossa delusione sono io. Non parti con me, dunque questo è il rapporto, speriamo che soffi forte il vento, spostati, spostati ancora un po’, ripeti ancora un po’ che è inutile, dai un’occhiata, guarda la tua nave come batte il record di tutti gli azzurri immaginabili, bruciarla, con questo mare. Prendi quella sedia, volevo dirtelo da tanto tempo. Ho bisogno di aria, so che non dovrei uscire senza giacca, ma ricordo com’eri felice.
Vestita così hai un bel sorriso. Stai attenta a come rispondi, non ti aspettavo più, perché non mi hai detto che saresti venuta. Lei fa il bagno con la maglietta, che animali avrà? Un telefono, una finestra. Ho imparato a pensare come lei, questo è il suo problema. A volte devo svegliarmi per urlare il suo nome. So quanto devi aver passato, e spero non sia un altro falso allarme, o di più, pronto sì, un’ambulanza per favore. Per quanto tempo ancora quest’odore di ossido di carbonio s’infila nella macchina sbagliata. La merda dei traditori mi fa dimenticare dio, ti farò pedinare, vestito da spazzino ti dimenticherò, non meritavi di morire così. Da piccolo pensavo alle cose che facevo, adesso svengo, vedo l’alba dal patibolo, e ti aspetto fuori. Godrò di te, la luna se finisse la sua corsa in un lago, con quel sapore intenso del latte violento avresti solo un sospiro che io non saprei come usare, gli animali i fiori la musica, voglio essere essenziale, godermi dio poi buttarlo via, un camion che cade dal cielo.

 

(Ho ritrovato questo nel computer, data creazione documento 2006, ma io me lo ricordo ancora più lontano, l’ho letto, andava bene per questa foto che mi sono fatto invece pochi giorni fa, e andava bene perché non sapevo proprio cosa scrivere delle mie albe e di tutti i sogni che ci sono passati in mezzo, e andava bene perché sembra non sia cambiato niente da come sbirciavo l’alba allora e potrei averlo scritto stanotte, che non se ne sarebbe accorto nessuno, nemmeno io)


come dio salva gli uccelli dalle palline da golf

Sto qui seduto su questa mattina a guardare alla finestra i fumi dei camini che si disperdono più bianchi del grigio di cui è dipinto il mio sogno, che si è svegliato ancora una volta quando una nave mi stava portando chissà dove. Cerco di ricordare dov’ero seicento milioni di anni fa, ma mi vengono in mente solo galline e tanto vento. Ascolto il frastuono della flora batterica che si sta riorganizzando, anzi ne vedo il film della battaglia come se fosse appena oltre il vetro umido e compiango i vinti e penso che un po’ di tempo fa mi ero messo in testa di andare in giro a fare alla gente una domanda, chi è dio? Non è argomento molto trendy, però del resto anche dedicarsi all’amore o alla politica che so, queste sì che sono due palle davvero, e come i pesci che possono fare un salto fuori dall’acqua a me spiace di non potere ogni tanto saltare fuori dal cielo, e comunque da oggi cambio totalmente la mia vita, uscirò sempre di casa pensando al piede destro e rientrerò pensando al sinistro, prima lascio che passi un po’ quest’idea dell’anno nuovo però, poi devo sintonizzarmi con il sole e con la luna, che è ora. Intanto insisto a restarmene seduto a sentire che non c’entro niente con le mie parole che non assomigliano ai miei pensieri, a vedere il cielo mangiarsi le gru e la luce del pomeriggio scurire. Sembra che la natura stia prendendo colori digitali, adesso che la pellicola è finita, e quindi anche dio se non ha più la stessa resa pittorica come se la cava con le preghiere, come si nasconde, come salva gli uccelli dalle palline da golf, che gli uccelli, piove non piove volano e se avessi una mazza almeno proverei a colpirli.
Duecento metri quadrati di parete intestinale sono tanti da tappezzare di suggestioni e fascinose teorie eubiotiche tra me il giorno che passa e un sentimento perduto nel campo, ciononostante le macchine continuano a sfrecciare tra gli alberi e l’autostrada a scagliarsi verso un tramonto che solo un cieco può vedere senza dirti com’era, e se mi fossi alzato una figura nera si sarebbe stampata nel controluce della mia allucinazione. Mi sono addormentato invece e quando mi sono svegliato la finestra era piena di rettangolini illuminati che erano poi le finestre delle altre case e mi chiedevo in quale rettangolino poteva esserci uno come me seduto a pensare a cosa fare del mondo a come essere un re cattivo, ma non volevo immaginare quali storie facevano risplendere i lampadari perché sentivo la stanchezza degli intrighi tutti diversi e sorprendenti nella loro normalità, che non avevano bisogno di un finale erano storie e basta, non avevano bisogno di aggettivi o truccatori o scenografi. Non avevano bisogno di un ufo al quale un grigio scuro assorbiva i contorni, e nemmeno io avevo bisogno di parole di un altro pianeta, le strade erano bagnate e mancava poco alla notte, solo il tempo di pensare ancora se quattro miliardi di batteri erano sufficienti e se dio avesse un dio, o che ci fosse un dio del dio di dio, e l’avventura di ogni soldato e di ogni solitudine un giorno qualcuno dovrà darcele tutte queste storie, e poi andare a dormire con due domande sotto le palpebre, in quale buio si insinuerà la nave per portarmi nel suo chissadove, e quale pioggia continua a far baccano là fuori, in quella finestra che non sa più con quale sguardo dirmi la verità.


agosto sexy. 11

Protesto per la mancanza di un malessere che mi lasci libero di tirare a sorte qualcuno dei miei simili o guarire. Perché non accetti il mio regalo, non sarà solo per l’esilarante puzzo di pattumiera? Mi deluderebbe e tornerei a casa a riprendermi l’angoscia che costa un euro e me la spasserei con la tenerezza di un clacson in frantumi, il mio rantolo ancorato al sorriso di una farmacista, tra i denti s’intravede uno zoo di telecomandi parcheggiati sulla luna.


un pomeriggio

 

Per uno di quegli strani fenomeni meteorologici che non so spiegare, a volte dalle mie parti succede che quando la temperatura sale oltre i 35 gradi nevica. E allora è bello prendere uno di quei sentieri che tagliano le distese dei prati e guardare il paesaggio sbiadire sotto i caldi fiocchi estivi. Ero uscito senza scarpe perché so che la cosa più bella è lasciare le impronte dei piedi nudi sull’erba appena imbiancata. E poi ci sono i cani lontani da ascoltare e le creme solari che il vento sospinge da annusare, e c’ero io che facevo brum brum con il mio motorino invisibile sfrecciando nella calura addormentata. Finché accidentalmente arrivai davanti a quel bosco dove un giorno avevo fatto cose indimenticabili che però ormai mi ero scordato, ed era l’unica cosa che restava da fare in quel pomeriggio, godermi le sue ombre e i suoi ricordi. Ma la triste realtà si fece largo sotto la nevicata e io ritornai in me e desolatamente capii che non potevo entrare nel bosco perché non avevo la password. I miei tentativi patetici di inventarmene una inesorabilmente fallirono uno dopo l’altro, e al contempo la mia voglia di vedere il bosco diventava irrefrenabile. Così tornai a casa con l’intenzione di mettermi al computer e cercare immagini di boschi, che non era la stessa cosa ma era meglio di niente. Ne avevo bisogno, e in qualche modo avrei placato quella smania inspiegabile. Entrando in casa vidi che c’erano 37 gradi ma nella mia stanza non nevicava e mi venne in mente una cosa. Una cosa, sì. Ma certo! Adesso che ci pensavo io un giorno quel bosco, e mi sembrava una follia senza senso, l’avevo ripreso, ed ora nel mio computer c’era un bel video che era rimasto lì tanto inutilmente ma che adesso sembrava far tornare tutti i conti con la mia vita le mie preghiere e le mie allucinazioni. A volte devo proprio dirmi bravo per come riesco a far passare il tempo appassionandomi alle cose più futili e senza alcun costrutto. E a volte sono felice. Altre volte sto a guardare la neve alla finestra. Non so voi, ma il mio computer ci mette una mezzora prima che sia acceso, e in quel caso sembrava l’estate intera. Che poi non serviva nemmeno che si accendesse, se era per scoprire che io quella volta ero così affascinato da quel bosco, così estasiato dall’idea di tenerlo dentro il mio computer, che mi venne una paura illogica, una gelosia, un pudore, non so perché ma lo volevo tutto per me e nessuno l’avrebbe dovuto vedere perché era il mio bosco, e così pensai che dovevo proteggere in qualche modo quel sentimento, difenderlo da chissà quali pirati, e così, sì, è proprio così, perché fosse inaccessibile ai fantasmi ci avevo messo una password. Che adesso non ricordo. Sono triste, mi sdraio sul letto, e in una spirale veloce di pensieri mi addormento. E in un attimo, il tempo di vedere la neve sui prati, di seguire le mie orme, di intuire i bagnanti nella sterile lontananza della campagna, in quell’attimo sono nel bosco. Ci sono foglie e uccelli e baci, e corridoi dentro i quali vedo scene che forse un film ruberà. E un tramonto non basta per farmi svegliare. E il buio della notte non basta per stancarmi di guardarlo, fino allo sfinimento del mattino, quando mi è impossibile svegliarmi, e ogni sforzo è vano perché il problema a quel punto è che ci vuole una password per uscire da quel sogno. I cani finiscono la loro corsa davanti a me, e ansimando mi dicono, la password è bosco. Non era difficile. Mi sveglio, e adesso so che anche voi avete visto il mio bosco, ma è facile sapendo la password. Guardo fuori, tutto è ricoperto di neve.


tutti sognano io no

 

Stanotte quando stavo per mettermi a dormire un uomo è entrato nella mia stanza e senza darmi il tempo di spaventarmi mi ha detto mi scusi, ha preso la sedia e l’ha portata fuori. Non sembrava proprio avere cattive intenzioni, quindi sono rimasto a guardarlo, entrava e usciva dalla stanza svuotandola un po’ alla volta. Poi entrò con un altro uomo, al quale diede ordine di togliere le tende, mentre un altro con la tuta saliva sulla scala per smontare il lampadario. Proprio adesso che sono stanco e voglio andare a dormire deve arrivare tutta questa gente? pensai. La stanza ben presto non fu più che quattro muri miseramente bianchi. L’uomo che comandava i lavori si affacciò alla finestra, fece un fischio e poi mi disse di stare tranquillo che andava tutto bene. Arrivarono altri uomini, misero dei tappeti e colorarono i muri di verde e giallo, altri portarono oggetti vari e indefiniti tanto che io non riuscivo a distinguere se volessero farne una sala operatoria o un’officina. Il nuovo lampadario però era indiscutibilmente settecentesco. Montarono anche uno schermo enorme dal quale uscirono fuori uccelli a forma di gatti neri che presero a volteggiare nella stanza. Dal soffitto piovve un tuffatore che si infilò nel pavimento, e quando qualcuno cercò di applaudirlo fu subito accoltellato. Il sangue zampillò come una fontana che spruzzò la stanza e tutti i presenti di piccole macchioline rosse. Un grasso soprano approfittò per farsi una doccia intonando un vocalizzo, e più si riempiva di sangue più il suo acuto diventava stridente. Entrò un maiale con in groppa un bambino che rideva alla follia. L’enorme schermo rimandava una foresta e il rumore sensuale della sua sinfonica pioggia. E c’erano due donne, quella nera urinava davanti a me, quella bionda sorseggiando un cognac voleva improvvisare una poesia, ma in quale lingua? Un sommozzatore si affacciò alla finestra bussando contro il vetro. Io ero inaspettatamente seduto su un trono, e avevo sempre più sonno. Il maiale calpestava popcorn, aveva al collo un grosso orologio che girava velocissimo. L’assassino era scappato e tutti fecero improvvisamente silenzio per stare ad ascoltare la foresta. Che sonno avevo! Ragazzi dissi, è il vostro sovrano che vi parla, è ora di andare a dormire. Rimisero tutto a posto in un baleno. Per ultimo il direttore dei lavori riportò la mia sedia al suo posto, là dove mi dava modo di riconoscere la mia stanza, quella di tutti i giorni e quella di tutte le notti. Anche il profumo di fragola era svanito. Così finalmente potei mettermi a letto, con la speranza di potermi infilare in qualche buon sogno. Stamattina però quando mi sono svegliato fui deluso di non avere sognato niente, o forse come si dice, di non ricordare nessun sogno. Fortunato chi ricorda i sogni.

 


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