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un pomeriggio

 

Per uno di quegli strani fenomeni meteorologici che non so spiegare, a volte dalle mie parti succede che quando la temperatura sale oltre i 35 gradi nevica. E allora è bello prendere uno di quei sentieri che tagliano le distese dei prati e guardare il paesaggio sbiadire sotto i caldi fiocchi estivi. Ero uscito senza scarpe perché so che la cosa più bella è lasciare le impronte dei piedi nudi sull’erba appena imbiancata. E poi ci sono i cani lontani da ascoltare e le creme solari che il vento sospinge da annusare, e c’ero io che facevo brum brum con il mio motorino invisibile sfrecciando nella calura addormentata. Finché accidentalmente arrivai davanti a quel bosco dove un giorno avevo fatto cose indimenticabili che però ormai mi ero scordato, ed era l’unica cosa che restava da fare in quel pomeriggio, godermi le sue ombre e i suoi ricordi. Ma la triste realtà si fece largo sotto la nevicata e io ritornai in me e desolatamente capii che non potevo entrare nel bosco perché non avevo la password. I miei tentativi patetici di inventarmene una inesorabilmente fallirono uno dopo l’altro, e al contempo la mia voglia di vedere il bosco diventava irrefrenabile. Così tornai a casa con l’intenzione di mettermi al computer e cercare immagini di boschi, che non era la stessa cosa ma era meglio di niente. Ne avevo bisogno, e in qualche modo avrei placato quella smania inspiegabile. Entrando in casa vidi che c’erano 37 gradi ma nella mia stanza non nevicava e mi venne in mente una cosa. Una cosa, sì. Ma certo! Adesso che ci pensavo io un giorno quel bosco, e mi sembrava una follia senza senso, l’avevo ripreso, ed ora nel mio computer c’era un bel video che era rimasto lì tanto inutilmente ma che adesso sembrava far tornare tutti i conti con la mia vita le mie preghiere e le mie allucinazioni. A volte devo proprio dirmi bravo per come riesco a far passare il tempo appassionandomi alle cose più futili e senza alcun costrutto. E a volte sono felice. Altre volte sto a guardare la neve alla finestra. Non so voi, ma il mio computer ci mette una mezzora prima che sia acceso, e in quel caso sembrava l’estate intera. Che poi non serviva nemmeno che si accendesse, se era per scoprire che io quella volta ero così affascinato da quel bosco, così estasiato dall’idea di tenerlo dentro il mio computer, che mi venne una paura illogica, una gelosia, un pudore, non so perché ma lo volevo tutto per me e nessuno l’avrebbe dovuto vedere perché era il mio bosco, e così pensai che dovevo proteggere in qualche modo quel sentimento, difenderlo da chissà quali pirati, e così, sì, è proprio così, perché fosse inaccessibile ai fantasmi ci avevo messo una password. Che adesso non ricordo. Sono triste, mi sdraio sul letto, e in una spirale veloce di pensieri mi addormento. E in un attimo, il tempo di vedere la neve sui prati, di seguire le mie orme, di intuire i bagnanti nella sterile lontananza della campagna, in quell’attimo sono nel bosco. Ci sono foglie e uccelli e baci, e corridoi dentro i quali vedo scene che forse un film ruberà. E un tramonto non basta per farmi svegliare. E il buio della notte non basta per stancarmi di guardarlo, fino allo sfinimento del mattino, quando mi è impossibile svegliarmi, e ogni sforzo è vano perché il problema a quel punto è che ci vuole una password per uscire da quel sogno. I cani finiscono la loro corsa davanti a me, e ansimando mi dicono, la password è bosco. Non era difficile. Mi sveglio, e adesso so che anche voi avete visto il mio bosco, ma è facile sapendo la password. Guardo fuori, tutto è ricoperto di neve.

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la galleria

Se si potessero scrivere storie senza personaggi e senza luoghi ecco che allora questa montagna buia che ho davanti e che domani il sole infiammerà mi racconterebbe di quando per arrivare qui mi sono infilato in quella galleria che qualcuno aveva appena inventato e che sembrava essere destinata a me per il collaudo, alla mia angoscia per ciò da cui non posso scappare e che potrebbe chiamarsi claustroqualcosa o qualcos’altro, ma che sarebbe soltanto il frutto del mio albero più solitario, quello che sta in fondo al campo a prendersi gli uccelli sfiniti. Dentro che fui nella galleria allora cominciai a pensare che quella vana regressione nel cuore del tempo che serve a trapassare le montagne o le città o il fondo del mare nonché ogni brutto pensiero che si anima allo sfiorire di una sera, quel tubo potrà anche attorcigliare il suo vuoto fin che vuole ma dovrà pur sputarti prima o poi da qualche parte, dal momento che ogni cosa finisce, quindi anche l’inquietudine avrà il suo buco di luce che si aprirà in un’onda per ridarti il mondo e la tua strada. Superai un camion giallo con una grossa scritta che finiva per o, mentre il tunnel curvava verso destra, o così mi sembrava, ed erano già parecchi chilomertri che stavo lì dentro. Un cartello disse che mancavano 4500 metri alla fine della galleria. Erano tanti ma erano pur sempre una certezza, e una liberazione pensare che ad ogni respiro il puntino luminoso si avvicinava sempre più, un pertugio elettrico da cui farmi ipnotizzare, per vedere inaspettatamente  una ragazza fare l’autostop, senza potermi fermare che andavo troppo forte e la strada correva nei miei occhi asfaltati, correva come una slot machine che non sentenzia mai niente. Tre tre tre tre tre, questo era il numero del soccorso. In fondo al rettilineo, prima della curva cieca, un grande e spropositato manifesto aveva rubato il vento a una spiaggia. Quando finisce questa galleria, quando? Le lampade scivolavano sul parabrezza svanendo una alla volta. Un camion giallo rallentava la mia frenesia, e superandolo lessi qualcosa che finiva per ito. C’era una curva a destra, o almeno così sembrava, e feci appena in tempo a vedere il cartello. Mancavano 4500 metri alla fine della galleria, evidentemente prima mi ero sbagliato. Dovevo stare calmo e continuare a pensare che prima o poi sarebbe finita, mi avrebbe vomitato fuori riducendomi a un qualche colore ma era sempre meglio della cenere di quella strada e della rocciosa contorsione che era quella canna di fucile che sempre più pareva caricata a salve, sempre più pareva quella curva verso destra e poi tanti chilometri ancora, tanti, per vedere un’altra volta un cartello, 4500 metri, e superare quel camion giallo sul quale adesso potevo leggere inito. Stordito dalle innumerevoli e perpetue lune che soffiavano sul parabrezza arrivai a pensare che quella galleria fosse circolare, non c’era entrata, che infatti non ricordavo, non c’era uscita, che infatti non immaginavo. Tre tre tre tre tre, in caso di difficoltà. Quando superai il camion per l’ennesima volta e lessi sulla sua fiancata gialla, finito, e vidi là in fondo la spiaggia prima della curva, il mio sospetto mi riempì furiosamente i polmoni. In certe situazioni estreme io però divento ragionevole, e questo mi calma. Dovevo essere entrato da qualche parte, e mentre lo pensavo una ragazza mi chiedeva l’autostop. Un cartello diceva che mancavano 4500 metri alla fine della galleria, ma ormai aveva perso la mia stima. Mi fermai, scesi dalla macchina e dal baule tirai fuori un ombrello. Lo misi a terra e ripartendo lo tenevo d’occhio nello specchietto retrovisore finché diventò un pixel rosso assorbito dall’evanescenza. Passarono incalcolabili minuti ancora, e strada veloce, e chilometri e chilometri di grigio, una ragazza che voleva un passaggio, finché eccolo davanti a me apparire il pixel rosso. Scesi dalla macchina e a quel punto non avevo più dubbi. Era una galleria che si mangiava la coda, e io stavo girando in tondo per essere sempre nella stessa cupa sensazione. Tre tre tre tre tre. Feci il numero. Dopo una breve attesa rispose una voce di uomo che disse, come posso esserle utile? Non appena cominciai a parlare mi interruppe dicendo, un momento, le passo la persona giusta per il suo problema. Aspettai un po’, finché l’uomo tornò. Come posso esserle utile? Stavo aspettando la persona giusta, un momento, mi fermò, le passo la persona giusta. Aspettai ancora, dopodiché quell’uomo un’altra volta disse, come posso esserle utile? Io non dissi niente, e avevo qualcosa che mi chiudeva la gola. Le passo la persona giusta. Adesso il camion mi passò davanti, e io potevo leggere la scritta per intero. Infinito. Come posso esserle utile? Il mare era là in fondo al rettilineo, e bagnava la sua spiaggia. Raccolsi l’ombrello, le passo la persona giusta. Non c’era modo di uscire da quella situazione, se non con un’idea brillante, come ad esempio, come posso esserle utile, immaginarmi di essere uno che scrive e chissà perché poi, le passo la persona giusta, e decidere di mettere la parola fine a questa storia per cominciare ad occuparmi di altre storie. Come posso esserle utile?

 


le mie vacanze

Da un po’ di tempo nessuno mi chiama più per cui mi sono deciso per un periodo sabbatico. E’ un periodo che dura da sette anni e credo che deciderò di uscirne solo quando qualcuno mi farà lavorare. Non per questo però rinuncerò ad andare in vacanza. Andrò su marte, o meglio lì vicino, non ricordo come si chiama, è un piccolo pianeta e ci sono già stato l’anno scorso. E’ un bel posto, dove si sta tranquilli, l’unico problema sono quelli della nasa che vanno avanti indietro e danno un po’ fastidio, per il resto c’è un bellissimo paesaggio, e sembra come quando sei sulla terra e sei in vacanza in un posto che sembra marte. Ma la cosa più sorprendente è che gli indigeni usano cambiarsi continuamente di cervello, è una loro usanza, un po’ come per noi fumare. Ovviamente fanno tutto in digitale, o come si dice, cioè non si tratta di un vero e proprio trapianto ma il cervello viene praticamente riformattato per poi installarci i dati di qualcun altro. Questa pratica ha una funzione sociale straordinaria, serve a condividere quello che si pensa e si prova. Un uomo può farlo con sua moglie o coi suoi figli, ma ci sono anche dei luoghi predisposti a questo dove tutti mettono a disposizione il cervello in cambio di quello di uno sconosciuto. E’ un gioco, non proprio da turisti, ma è l’attrazione principale per cui vengono da tutti i pianeti a rinfrescare i pensieri stanchi. Si può ad esempio provare il cervello di un assassino, e ad un processo i giudici potranno capire meglio cosa fosse passato per la sua testa quella volta. In questo modo quando uno dorme può rendere disponibile il suo cervello ad altri, insomma ogni tanto anche i più stupidi possono passare una giornata intelligente. E poi non puoi giudicare, avere delle idee riguardo qualcuno, in quanto nessuno è prevedibile o scontato perché non sai mai se quel corpo che conosci da sempre si sta portando a spasso il cervello di qualcun altro che magari comunque conosci ma al quale vorresti nascondere qualcosa, quindi non si può nascondere niente e tutto questo è molto divertente. Ci sono persone che sono diventate ricchissime a furia di noleggiare il cervello, ma queste sono quelle disfunzioni sociali che avvengono un po’ dappertutto. Io devo dire la verità, non sono così sicuro che il cervello che mi hanno rimesso l’ultima volta sia proprio il mio, ma va bene lo stesso, anche perché a pensarci non sono nemmeno sicuro che quello che avevo prima non fosse realmente di qualcun altro. L’importante è che alla nasa non si accorgano di niente, se no la vacanza finisce.


l’uno per l’altra

Ho sempre avuto questo problema, e adesso lo posso raccontare, perché l’ho risolto. Molto tempo fa avevo  conosciuto una ragazza e mi piaceva, però per farla breve è successo che a me a un certo punto è presa questa voglia di accarezzarle le orecchie. Lei in un primo tempo mi lasciò fare pensando che fosse un vezzo simpatico e intimo e che io volessi con quel gesto portare avanti qualcosa del nostro rapporto per arrivare da qualche parte, però col tempo io ero sempre più fissato sulle orecchie e si arrivò al punto che se  stavamo passeggiando per la strada la gente pensava che io la stessi portando in giro per l’orecchio ed era, io la capivo, molto imbarazzante per lei, non per me, a me piaceva. Oppure eravamo seduti al bar, e io con una mano tenevo la tazzina e con l’altra il suo orecchio. Ho cercato in tutti i modi di spiegarglielo, cioè che questo mi rassicurava e che non avevo niente contro di lei, ma è stato impossibile farglielo capire e l’ultima immagine che ho di lei è quando scappava urlando e forse anche piangendo e io che l’inseguivo cercando di toccarle per l’ultima volta quelle sue orecchie meravigliose. Non so se erano così belle in realtà perché poi  quando ho conosciuto altre ragazze le orecchie mi piacevano sempre quindi probabilmente doveva essere qualcos’altro. Ricordo con un’altra poi, che cercai di approfondire, nel senso che ogni occasione era buona per guardarle dentro, e se potevo intervenivo anche con il cottonfioc. Anche con lei durò poco, diciamo che non aveva orecchie per me. Un’altra mi lasciò, e lei davvero avrebbe potuto essere la donna della mia vita, perché lei mi capiva e mi assecondava, chissà forse aveva intuito il senso profondo di quel mio tic, però a un certo punto le venne l’ossessione della pulizia, si lavava continuamente le orecchie sentendo fortissimo il peso della responsabilità nei confronti delle mie attenzioni, finché si arrese dicendomi che non si sentiva all’altezza della situazione, e se ne andò, e io a implorarla che a me in fondo bastava restare aggrappato alle sue orecchie, ma se ne andò. Ecco vi dicevo che però adesso le cose si sono sistemate. Poco tempo fa ero in fila aspettando di pagare non so cosa e si avvicina questa ragazza. Mi guarda per un po’, e poi comincia a toccarmi il naso. Ora io so di essere piuttosto dotato, ma credevo che scherzasse, o che si prendesse gioco di me, però vedevo i suoi occhi da vicino e so bene cosa significa un turbamento, quando c’è una lacrima che lo attraversa per poi cadere inaspettatamente nel burrone. Sembrava non avesse mai visto un naso come il mio, sembrava essere arrivata a destinazione. Dopo averlo carezzato voluttuosamente, prima una sponda poi l’altra, come a voler plasmare il suo sogno con le dita, all’improvviso lo strinse e mi trascinò via da lì. E così adesso siamo felici, e quando passeggiamo per la strada, non si può dire proprio mano nella mano, la gente dica quello che vuole, ma io il suo orecchio non lo lascio, e il mio naso è tutto per lei.


tutti sognano io no

 

Stanotte quando stavo per mettermi a dormire un uomo è entrato nella mia stanza e senza darmi il tempo di spaventarmi mi ha detto mi scusi, ha preso la sedia e l’ha portata fuori. Non sembrava proprio avere cattive intenzioni, quindi sono rimasto a guardarlo, entrava e usciva dalla stanza svuotandola un po’ alla volta. Poi entrò con un altro uomo, al quale diede ordine di togliere le tende, mentre un altro con la tuta saliva sulla scala per smontare il lampadario. Proprio adesso che sono stanco e voglio andare a dormire deve arrivare tutta questa gente? pensai. La stanza ben presto non fu più che quattro muri miseramente bianchi. L’uomo che comandava i lavori si affacciò alla finestra, fece un fischio e poi mi disse di stare tranquillo che andava tutto bene. Arrivarono altri uomini, misero dei tappeti e colorarono i muri di verde e giallo, altri portarono oggetti vari e indefiniti tanto che io non riuscivo a distinguere se volessero farne una sala operatoria o un’officina. Il nuovo lampadario però era indiscutibilmente settecentesco. Montarono anche uno schermo enorme dal quale uscirono fuori uccelli a forma di gatti neri che presero a volteggiare nella stanza. Dal soffitto piovve un tuffatore che si infilò nel pavimento, e quando qualcuno cercò di applaudirlo fu subito accoltellato. Il sangue zampillò come una fontana che spruzzò la stanza e tutti i presenti di piccole macchioline rosse. Un grasso soprano approfittò per farsi una doccia intonando un vocalizzo, e più si riempiva di sangue più il suo acuto diventava stridente. Entrò un maiale con in groppa un bambino che rideva alla follia. L’enorme schermo rimandava una foresta e il rumore sensuale della sua sinfonica pioggia. E c’erano due donne, quella nera urinava davanti a me, quella bionda sorseggiando un cognac voleva improvvisare una poesia, ma in quale lingua? Un sommozzatore si affacciò alla finestra bussando contro il vetro. Io ero inaspettatamente seduto su un trono, e avevo sempre più sonno. Il maiale calpestava popcorn, aveva al collo un grosso orologio che girava velocissimo. L’assassino era scappato e tutti fecero improvvisamente silenzio per stare ad ascoltare la foresta. Che sonno avevo! Ragazzi dissi, è il vostro sovrano che vi parla, è ora di andare a dormire. Rimisero tutto a posto in un baleno. Per ultimo il direttore dei lavori riportò la mia sedia al suo posto, là dove mi dava modo di riconoscere la mia stanza, quella di tutti i giorni e quella di tutte le notti. Anche il profumo di fragola era svanito. Così finalmente potei mettermi a letto, con la speranza di potermi infilare in qualche buon sogno. Stamattina però quando mi sono svegliato fui deluso di non avere sognato niente, o forse come si dice, di non ricordare nessun sogno. Fortunato chi ricorda i sogni.

 


non ci vuole niente

Quando esci fuori e vedi il cielo azzurro che sembra stampato e le nuvole che sembrano esseri viventi nei loro profili delicati, e le montagne piene di neve in fondo, e gli alberi che ondeggiano gonfi di vento, e un gatto che passa, e due uomini che litigano, una finestra che si apre, un’auto che frena, un bambino che corre, un megafono che grida, una fila di formiche, tutto è così bello che ti sembra impossibile che basti uno sbadiglio o uno starnuto per fare di quel cielo e di tutto il resto un patetico e infelice dipinto dilettantesco, dove ogni tratto di pennello ha il sapore tetro della morte. Ma è così, l’irreale sortilegio fa crudelmente la sua parte. E allora quando quest’uomo che non conosco mi avvicina e mi racconta la sua storia triste e mi dice che il cielo le nuvole le montagne e tutto il resto tutto è cupo dentro la sua storia, io cerco di dirgli amico tu non sai che basta una parola, uno sguardo, un mal di pancia, e le cose all’istante ritornano come prima, ma lui non capisce. Allora penso che basta uno schiaffo per rinnovare la magia, e gliene regalo uno con violenza sulla sua guancia triste e ruvida che improvvisamente diventerà morbida e profumata per ricevere baci sotto un cielo azzurro stampato di bellezza e di nuvole umane spinte da un impetuoso vento di primavera che disegna i profili delle montagne del bambino delle formiche della finestra e di ogni cosa per farli diventare l’opera di un grande artista che io potrò continuare a guardare con i miei occhi che prima erano disperati.

 


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