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lettera d’amore a una formica

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Proprio io che ammazzo le parole pur di non pronunciarle faccio finta che tu sei questa formica per avere un corpo con cui parlare, per vedere come ti muovi nel mondo, non l’ho mai fatto perché gli applausi paralizzano uno della mia specie anche solo sentirli salire dal canyon, quelli come me non sanno nemmeno la paura di non averti mai incontrata, c’è sempre un treno in corsa su cui saltare e un identikit in tasca, quelli come me fanno ginnastica in ripostiglio, e allora ti dirò solo le cose superflue, per l’essenziale c’è tempo quando saremo bambini con la tromba, che una lettera d’amore non è niente se la paragoni a quando tutto sarà finito.
Dal mio cannocchiale, devo dirti, ti ho vista seduta nella stanza e sembravi così vergine nella tua affamata distesa di solitudine che mi è venuta voglia di pensare che arrivavo io e abbiamo cominciato a dipingere le pareti lasciando già il segno che i quadri lasceranno quando saranno tolti, ecco in quei pezzi di muro preservati dalla polvere mi è parso di vederci dei film con tanta gente che scappava e si baciava e poi tornava e salutava per sempre e si toccava le gambe e correva e ho pensato che fra due persone è questione di longitudine e di prendere una posizione dentro una storia, di stare sullo stesso scaffale insomma, non tanto di avere l’ispirazione di una qualche follia se no è solo un dito che scrive sull’acqua, e allora mi sono messo lì a sognarti perché so che poi tu ti svegli felice.
Certe volte avrei voglia di fare qualcosa di mangiare di provare andare di fare guardare di godere di parlare sapere e mangiare bistecche di topi da laboratorio, ho voglia di essere gentile, sì gentile con tutta la tua pelle e le tue budella, raccogliere anche i tuoi baci scaduti che non voglio buttare niente di te, essere un uomo essere una donna essere ciò che vuoi su un prato di margherite, mi chiedo come ti faresti riconoscere un’altra prima volta, e intanto ho messo a bollire le scarpe per avere l’idea del viaggio che non farò, vuoi che facciamo l’amore ok io mi dissocio, ma facciamolo, e se sei al mattino su un isola e la sera sull’altra io sarò al mattino sull’una e la sera sull’altra, è che io le idee ce le avrei ma le hanno già trovate tutte gli altri non si inventa più niente ogni paesaggio ha già visto i tuoi occhi e dove non c’erano io andavo a leggere un verso nella stalla, non voglio avere colpa per tutti i secoli e gli amanti passati prima di me nel tuo bucato al sole, se sei mora amoreggerò se sei bionda abbionderò se sei pazza impazzirò se mi guarderai con lo sguardo di un cavallo ti cavalcherò se mi farai tuo maniaco ti violenterò.
Che ne hai fatto di tutte le radiografie della mia mano, quelle che ti ho mandato per farti capire chi ero, cosa volevo in cambio della tua lontananza, quale vita mi sarebbe servita da raccontarti, e allora senti questa quando il treno ha frenato scricchiolando in mezzo alla campagna c’eravamo noi sulle rotaie col nostro spargimento di sangue e le nostre cianfrusaglie e il nostro guardarci da due centimetri per vederci avere un corpo solo, perché le indicazioni erano di inventarsi un mondo e starci dentro anche finto basta starci dentro, sarebbe la differenza che fa tra la ferita e il miracolo, in fondo niente di diverso da un colpo di vento a sollevare le cartacce, e dimmi perché mi hai sorriso quando ti ho sputato in faccia dimmelo ho diritto a una risposta non startene lì vestita da biancaneve a guardare le scie degli aerei dobbiamo fare qualcosa per scambiarci i nostri ricordi inventati, scoprire che non sono gli stessi e legarceli intorno al collo, mentre tutto intorno era cosparso di cartacce.
Ci sono solo lenzuola nel mio letto e non ci mettono niente a diventare fantasmi, vorrei tornare ma non riesco a convincere le scarpe, quando ho fame dormo e quando ho sonno bevo, e quando ho paura copincollo i tuoi pensieri dentro i miei, ti porto a fare un giro in macchina mi piace guidare evitando i tombini, il mio sperma che cola dai tuoi occhi sarà solo l’inizio.
Tutto questo farei se solo tu fossi un essere che vive dei tuoi sospiri, se solo avessi un nome che assomiglia alla mia disperazione, prima di lasciarti sparire sotto un sasso non penso a ciò che dico perché non esisti, se tu fossi una formica almeno potrei schiacciarti con un dito mentre ti dico ti amo ma solo per giocare, le lettere d’amore si scrivono piangendo e tu non piangi abbastanza per i miei gusti. Ma non stare in pena per me che un albero sotto il quale far finta di non pensarti lo trovo sempre.  Se poi è l’inconcepibile che vuoi fai una cosa, apri la bocca, rimandami indietro questa lettera senza aggiungere una parola, cerca una fetta di mare da qualche parte per vedere il treno tuffarsi, e aspettami, ti prometto un giaciglio di noia e peccato, ti prometto una sparizione al momento giusto, guarda, uno stormo di uccelli disegna il tuo naso e il mio abbandono nel cielo che si addormenta, aspettami, resta sveglia almeno tu.

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i sorrisi che un gatto non può fare

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Avevo pronto un post bello cattivo, natalizio come dire, ma questi sono stati giorni tristi e non ne avevo più voglia. E’ successo che ho scavato nella terra fangosa di un bosco per seppellire un gatto che avevo visto morire. E che per 18 anni avevo visto vivere. Però anche le parole sono rimaste sotto le foglie e io non riesco a tirarne fuori una che non sia più penosa dello sgocciolare della nebbia sui rami e voglio tenermi per me l’ultimo bacio freddo e gli occhi bagnati di mia sorella e i sorrisi che un gatto non può fare e i suoi sogni che non finiscono mai, e voglio immaginare che il suo sogno di adesso è lo stesso che ho fatto io stanotte. E poi per sfuggire al vuoto voglio raccontare un’altra cosa che non è un’altra cosa ma si può far finta che lo sia e pensare che io sia un inventore di stranezze, che faccio buche per riempirle di turbamenti. E invece c’era questa pallina dell’albero di natale che si muoveva, oscillava, leggermente ma in modo evidente, e non c’era verso di fermarla che subito riprendeva a muoversi, ed era l’unica in tutto l’albero. Era una cosa solo curiosa fino a quel punto, di quelle stramberie tipiche di internet che poi ormai non ci crede più nessuno, e però dal momento che come espediente narrativo non sarebbe una gran trovata preferirei mi credeste, già che io l’ho vista coi miei occhi la pallina dondolare per giorni e giorni, e senza sapere che questo ancora non era niente. Perché poi è successo che dall’altro giorno, da quando la Peggy è morta, la pallina si è fermata. Lo giuro. Continuo a guardarla ancora per vedere se si muove. Non si muove più. E resta lì come un sorriso spento. E’ che a me queste cose mi fanno avere fiducia nel futuro. Cioè che un sorriso ci sia da qualche parte, e non mi interessa dove.

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questa è la mia vita

Quando mi stanco di immaginare immagini mi immagino di guardarle.

Tu hai i pedali della mia bici, vediamoci laggiù dove c’è un obitorio per i sogni che nessuno riconosce, e ridammeli che settembre non è sexy come luglio e quindi addio, ci sarà ancora un’estate per vedere annegare paesaggi e origliare il battito delle donne di picche, e un temporale per il nostro prato ricoperto di macerie che si seppelliscono da sole. Tiriamo a sorte le stagioni e prendiamone una che ci ricordi tutte le volte che ci siamo dimenticati di essere avanzi di un crepacuore senza ritorno, ruote che il vento continua a far girare anche dopo l’incidente.

(Questa è la mia traduzione, penso di essermela cavata nonostante non abbia trovato nemmeno un dog o un table che mi venisse incontro. E comunque per quelli precisi il testo sarebbe questo.  Ah nel video io sono quello con gli occhi più piccoli)

Broken bicycles,
Old busted chains,
With busted handle bars
Out in the rain.
Somebody must
Have an orphanage for
All these things that nobody
Wants any more
September’s reminding July
It’s time to be saying good-bye.

Summer is gone,
Our love will remain.
Like old broken bicycles
Out in the rain.

Broken Bicycles,
Don’t tell my folks;
There’s all those playing cards
Pinned to the spokes,
Laid down like skeletons
out on the lawn.
The wheels won t turn
When the other has gone.
The seasons can turn on a dime,
Somehow I forget every time;
For all the things that you’ve given me
Will always stay
Broken, but I’ll never throw them away


movimenti ripidi degli occhi. 3

L’uomo la guardava dalla finestra del bar restare tenacemente aggrappata a quel prato sfatto che la faceva piccola come una parola sussurrata. Il vento appassionato frustava la donna e il suo cappotto grigio, ma c’era solo il rumore del biliardo, l’uomo appoggiava la fronte e poi aprendo la bocca appannava il vetro per farla svanire dal suo brutto sogno. Lei cominciò a camminare sulle ginocchia, raccoglieva dell’erba e la mangiava strappandola coi denti, questo le ricordava qualcosa, ed era una scena che aveva visto da una finestra o da un oblò, quando i desideri erano come quei buchi del biliardo dove sparivano le palle che si erano scontrate. L’uomo ripulì il vetro per guardarla ancora e forse per decidere di scappare via e rimpiangerla, e andarsi a cercare un po’ di nostalgia in un posto senza vento, e non gli faceva niente vedere la donna che ingurgitava altra erba in mezzo alle gambe, riempiendosi proprio là dove si sentiva incendiare dalla fame, solo pensava che il vento non stava facendo nessun rumore.


movimenti ripidi degli occhi. 1

Mentre la donna saltellava in piedi al letto l’uomo era sdraiato a terra sul balcone e guardava il buio cercando la sirena di una nave che prima o poi sarebbe entrata nel porto per trascinarlo via. Voltò la testa e vide le gambe della donna rimbalzare nello specchio. Un pipistrello volteggiava intorno all’acca verde del neon che correva sulla facciata, e il letto cigolava e la donna ansimava, volava ma non sarebbe mai arrivata con la testa al soffitto, pensò l’uomo, è proprio un’ingenua. Ma lei voleva solo scavalcare l’orizzonte per vedere il fumo della nave, così saltava sempre più in alto e grugniva con gli occhi spauriti, mentre da sotto arrivavano voci di gente inutile e sbiadita. La macchina fotografica era rimasta sul tappeto e l’uomo la raggiunse strisciando, poi stette a guardare la donna saltare nella sua foga forsennata. Lui non sapeva niente di quella donna sudata coi capelli al posto della faccia, del neon che si spegneva sulle ginocchia, si riaccendeva sulle cosce. Guardò nel mirino, poi sfuocò completamente quei salti e quel seno furioso fino a vedere un colore solo. Per ultimo scagliò la macchina contro di lei, ma solo per poter rompere lo specchio, che lo specchio di un albergo ha visto così tante disperazioni che è come se non ha visto niente.

 


agosto sexy. 4

Benedici il cavallo e cadi in disuso poi ama tutto ciò che trovi, questo è. Però tengo a precisare che mi sto annientando e altresì a ribadire che le piante di menta mandano un profumo per cui potrei essere felice, gli aerei pubblicitari sorvolano le spiagge dicendo correte spermatozoi insieme ai sogni, tanto l’ignoto non lo trovate. Nel frattempo passeggio in ginocchio per preservare i piedi, e mi godo il picnic sulla schiuma insanguinata degli scogli.


un pomeriggio

 

Per uno di quegli strani fenomeni meteorologici che non so spiegare, a volte dalle mie parti succede che quando la temperatura sale oltre i 35 gradi nevica. E allora è bello prendere uno di quei sentieri che tagliano le distese dei prati e guardare il paesaggio sbiadire sotto i caldi fiocchi estivi. Ero uscito senza scarpe perché so che la cosa più bella è lasciare le impronte dei piedi nudi sull’erba appena imbiancata. E poi ci sono i cani lontani da ascoltare e le creme solari che il vento sospinge da annusare, e c’ero io che facevo brum brum con il mio motorino invisibile sfrecciando nella calura addormentata. Finché accidentalmente arrivai davanti a quel bosco dove un giorno avevo fatto cose indimenticabili che però ormai mi ero scordato, ed era l’unica cosa che restava da fare in quel pomeriggio, godermi le sue ombre e i suoi ricordi. Ma la triste realtà si fece largo sotto la nevicata e io ritornai in me e desolatamente capii che non potevo entrare nel bosco perché non avevo la password. I miei tentativi patetici di inventarmene una inesorabilmente fallirono uno dopo l’altro, e al contempo la mia voglia di vedere il bosco diventava irrefrenabile. Così tornai a casa con l’intenzione di mettermi al computer e cercare immagini di boschi, che non era la stessa cosa ma era meglio di niente. Ne avevo bisogno, e in qualche modo avrei placato quella smania inspiegabile. Entrando in casa vidi che c’erano 37 gradi ma nella mia stanza non nevicava e mi venne in mente una cosa. Una cosa, sì. Ma certo! Adesso che ci pensavo io un giorno quel bosco, e mi sembrava una follia senza senso, l’avevo ripreso, ed ora nel mio computer c’era un bel video che era rimasto lì tanto inutilmente ma che adesso sembrava far tornare tutti i conti con la mia vita le mie preghiere e le mie allucinazioni. A volte devo proprio dirmi bravo per come riesco a far passare il tempo appassionandomi alle cose più futili e senza alcun costrutto. E a volte sono felice. Altre volte sto a guardare la neve alla finestra. Non so voi, ma il mio computer ci mette una mezzora prima che sia acceso, e in quel caso sembrava l’estate intera. Che poi non serviva nemmeno che si accendesse, se era per scoprire che io quella volta ero così affascinato da quel bosco, così estasiato dall’idea di tenerlo dentro il mio computer, che mi venne una paura illogica, una gelosia, un pudore, non so perché ma lo volevo tutto per me e nessuno l’avrebbe dovuto vedere perché era il mio bosco, e così pensai che dovevo proteggere in qualche modo quel sentimento, difenderlo da chissà quali pirati, e così, sì, è proprio così, perché fosse inaccessibile ai fantasmi ci avevo messo una password. Che adesso non ricordo. Sono triste, mi sdraio sul letto, e in una spirale veloce di pensieri mi addormento. E in un attimo, il tempo di vedere la neve sui prati, di seguire le mie orme, di intuire i bagnanti nella sterile lontananza della campagna, in quell’attimo sono nel bosco. Ci sono foglie e uccelli e baci, e corridoi dentro i quali vedo scene che forse un film ruberà. E un tramonto non basta per farmi svegliare. E il buio della notte non basta per stancarmi di guardarlo, fino allo sfinimento del mattino, quando mi è impossibile svegliarmi, e ogni sforzo è vano perché il problema a quel punto è che ci vuole una password per uscire da quel sogno. I cani finiscono la loro corsa davanti a me, e ansimando mi dicono, la password è bosco. Non era difficile. Mi sveglio, e adesso so che anche voi avete visto il mio bosco, ma è facile sapendo la password. Guardo fuori, tutto è ricoperto di neve.


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