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l’importante è che la vita ci trovi morti

parcheggio

 

Sapevo che aveva un problema di salute e non mi ha sorpreso quando mi avevano detto che era morto, ma la vera sorpresa è stata al suo funerale quando tra le solite facce addolorate e gli abbracci e gli occhi lucidi mi si avvicina proprio lui, e dopo un breve capogiro mi riesce di dirgli solo ma allora non sei morto, e lui dice no perché? Niente avevo capito male, meglio così, e dopo un altro po’ di imbarazzo lo rassicuro sul fatto che questo equivoco almeno gli da la certezza che al suo funerale io ci andrò, ma lui dice sì certo a meno che muori prima tu, beh sì dico io, e ci resto un po’ male perché una cosa è quando muoiono gli altri un’altra è quando muori tu c’è una bella differenza. Comunque già che ero lì a quel punto ho approfittato per fare alcune riflessioni sulla morte e ho realizzato che in fondo la facciamo diventare noi così insopportabile, sono le modalità che la rendono indecente, la bara che già è tanto triste e stridente quando è vuota figurarsi quando è piena, e l’idea che ti mettono sopra tutta quella terra tutta quella solitudine, se l’organizzassimo meglio la morte sarebbe tutta un’altra cosa, ad esempio costruire delle ville in montagna e mettere lì i corpi lasciandoli liberi di andare da una stanza all’altra e di guardare dalle finestre, oppure se proprio se ne deve fare un problema di igiene allora li mandiamo nello spazio piuttosto, che non lo puoi sapere magari la natura aspetta solo questo sviluppo del big bang, quei nuovi corpi celesti fluttuanti nello spazio cosa diventerebbero in balia delle leggi dell’universo, stelle pianeti o altro che ancora non possiamo immaginare… ma il morto allora chi è chiedo al mio amico, ma non lo trovo, lo cerco intorno, sembra sparito, ecco piuttosto sparire, voglio essere cremato, e potendo scegliere, crema al cioccolato grazie.


istruzioni per quando ci si ritrova sepolti vivi

Jindrich Streit

 

A tutti può capitare di ritrovarsi sepolti vivi, vuoi per un disguido, un equivoco o un disegno di qualcuno che non ci vuole bene, compresi noi stessi. Quando ci si ritrova sepolti vivi è importante restare calmi e pensare che ci sono molte cose che si possono fare. Innanzitutto tastate con le mani intorno a voi, qualcuno potrebbe aver provveduto ad installare da qualche parte un pulsante di sicurezza, e colui che a tutti era parso un folle allucinato diventerà la vostra salvezza. Se non lo trovate intanto prendete atto che quello dove siete è un rifugio sicuro e irraggiungibile, non dovrete temere nessuna guerra da lì, e se avete problemi con la giustizia nessuno vi troverà mai. È un pensiero assurdo, ma alla mente certi pensieri insensati spesso risultano adeguati, perché la mente ha delle regole sue con le quali è in grado di costruire realtà che non fanno parte di questo mondo. Proprio per questo la procedura prevede che cerchiate intanto di capire se è solo la vostra testa ad essere sepolta quando in realtà il vostro corpo se ne sta tranquillamente a prendere il sole da un’altra parte, che sia solo paranoia cioè, e nel caso potreste considerare l’eventualità di un risveglio, perché checché se ne dica il famoso potere della mente è ben poca cosa se il corpo non è in grado di assecondarlo, almeno fintantoché state in questo mondo.
Dovete evitare di pensare al futuro, al contrario pensare al passato può servire, un po’ come guardare la televisione, bisogna pensare che a qualcuno possa venire in mente in qualche parte del mondo che tu sei lì sepolto vivo e che allarmi tutto l’allarmabile per venirti a trovare ed è necessario altresì essere fiduciosi del fatto che sia creduto. Perché la speranza non venga meno occorre individuare degli appigli o incidenti nella vita che continua sopra di voi che possano portare anche solo per pura fortuna a scoprire la vostra condizione. Pensate a tutte le persone che conoscete, anche quelle che avete incontrato una sola volta, e cercate di capire, di intuire o di inventare un qualche motivo per cui qualcuno di loro possa venirvi a cercare, e attaccatevi a questa idea come un lupo che ha fame, e arredatela al meglio nella consapevolezza che spesso la realtà risulta di gran lunga molto più appagante della fantasia.
Del resto quante volte siete stati sepolti vivi dentro un’idea impossibile, quante volte avete provato l’impotenza di parlare a qualcuno che non voleva sentire, quanti sogni avete fatto senza alcuna possibilità che fossero altro che sogni dai quali scappare. Convincetevi che la situazione in cui vi trovate non è poi così distante dalla precedente, e se prima non ve ne siete accorti adesso vi verrà più facile mettere a fuoco che un po’ di terra piovuta da un badile non può fare una gran differenza. La vostra vita è sempre stata scandita da galere e sepolture. L’esistenza è una prigione e da quando siete nati siete sempre stati aggrappati alle sue sbarre. E prima ancora tutti siamo stati sepolti in una pancia. È questione di abitudine, ci si abitua a tutto. Il mondo stesso, i pianeti e anche tutto il cielo è imprigionato dentro le sue leggi, e non ne può uscir fuori. Avete mai sentito urlare una stella disperata?
Uno dei metodi che ho individuato per tenere lontani i pensieri cattivi è quello di mettersi a contare senza porsi un numero finale, una meta, ma lasciarsi trascinare verso l’unica destinazione possibile dell’infinito. Un’altra cosa bella da pensare è realizzare che appena due metri sopra di voi c’è la vita con tutte le sue storie e i suoi colpi di teatro, potete immaginarvele camminare e recitare sopra di voi e valutare che se ne siete due metri sotto tutto sommato non è poi la fine del mondo, pensate a due innamorati quando stanno lontani centinaia di chilometri, e per voi non sono che due metri soltanto.
Essendo al buio non vi sarà difficile immaginare una notte stellata e pensare alla grandezza dell’universo, e a quanto poco interessi all’universo della vostra angoscia, della vostra piccola storia di sepolto vivo, e rendetevi perciò conto di essere già qualcosa di inesistente per l’universo, e che in fondo lo sareste lo stesso inesistenti anche se foste due metri sopra. Questo è un pensiero che verosimilmente avrà già segnato i momenti più critici della vostra esistenza sopra la terra, ma fatto sotto può essere molto utile. Quindi restate il più possibile con i vostri pensieri e le vostre trepidazioni miliardi e miliardi di anni luce lontano, in quella parte di eternità dalla quale è difficile ricordarvi di essere sepolti vivi.
L’unica cosa che potete fare è pensare, sì potreste anche urlare ogni tanto, ma solo per scaricare tensione, che non si è mai visto che uno urla da sottoterra e lo sentono. E allora pensate, pensate. Pensate che se siete sepolti vivi è perché probabilmente vi hanno creduto morti, per cui come siete morti una volta potreste in breve tempo morire una seconda, potrebbe trattarsi di un ritorno alla vita temporaneo, beffardo ma in questo caso risolutivo, e anche questo è un pensiero che può aiutare.
Un altro trucco è immaginare che vi state svegliando da un brutto sogno, ma aspettate a svegliarvi, continuate ad aspettare fin che potete, sognatevi il vostro brutto sogno senza schiacciare mai il pulsante del risveglio. Mai perdere la speranza, mai pensare all’aria che verrà meno, piuttosto inventarsi storie di mare o di aperta campagna, o di volare nel cielo. Come le ballerine catturate dai quadri, dovete solo dipingervi una scena intorno.
Ma una cosa che dovrete assolutamente fare sarà immaginarvi il mondo che verrà, perché è molto probabile che sarà proprio come voi lo volete. Siete come un astronauta sepolto nella sua capsula spaziale ma destinato a un altro mondo probabilmente meraviglioso. E quindi immaginatevi di fare l’amore in ogni posto del mondo, con ogni donna e uomo del mondo, in ogni piega del mondo e in fronte ad ogni paesaggio del mondo, con tutte le parole e i silenzi del mondo. Anche se il mondo non sarà più questo.


l’assassino non aveva la barba

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Stamattina mi sono successe due cose, la prima è che appena sveglio mi sono fatto la barba, cosa che tutte le persone normali fanno ma a me non era mai capitato, faccio la barba quando capita e mai al mattino, piuttosto a notte fonda, chiedete ai vicini che quando sentono il mio rasoio che sbatte sul lavandino ormai non si allarmano più, niente è solo il pazzo che si fa la barba dice lui alla moglie, ma sono le tremmezza dice lei, domani gli parlo io dice lui, e continuano a dormire. La seconda cosa è che esco prendo la macchina e dopo una curva un uccellino mi saltella improvvisamente davanti, io non posso più fare niente ma so che gli uccellini fanno così si divertono a scappare via dalle macchine all’ultimo momento. Guardo nello specchietto per vedere che non è rimasto niente sulla strada invece una cosa nera è là per terra immobile, non è possibile, tentenno e non riesco a fermarmi subito, quando posso accostare sono lontano quasi un chilometro e comincio a camminare veloce, e perché veloce poi, mica posso chiamare un’ambulanza, sento il peso della colpa su tutto il mio futuro, penso allo stormo che lo aspetta per le sue evoluzioni e che oggi chiude per lutto, cammino contromano e penso che dovrei scrivere qualcosa su questo pensare contromano, e che non scheggerà più le foto dei turisti, perché gli è venuto in mente di fare quel gioco proprio con me, io che sono un assassino, non sono normale io, tanto più così sbarbato, forse non sapeva giocare a volte se non sai giocare muori, e l’assassino si fa sempre la barba prima di uccidere. Quando arrivo alla curva rallento il passo, c’è una cosa nera in mezzo alla strada, e adesso si muove, è l’ala e il vento che beffardo la fa ancora volare, ma il resto è schiacciato sull’asfalto, come posso guardare il mio delitto così in faccia, guardare la sua vita a cosa sarebbe stata senza quel boia che ha l’identikit del mio viso, crudelmente sbarbato e triste, non sembra nemmeno più un uccellino, passare sotto la mia ruota lo fa sembrare quasi una foglia, mi avvicino ancora, sembra una foglia, la gente mi guarda in mezzo alla strada girare intorno a una foglia, pensano che non sono normale, adesso lo vedo bene, è una foglia, faccina che sorride, respiro, una macchina mi suona ma io respiro, un uccellino sta volando in qualche cielo, e anch’io in qualche cielo sono una persona normale.


non è successo niente

 

lago

 

Mi è venuto in mente questo. Non so perché, anzi lo so, perché i luoghi sono ricordi, sono foto e parole che si muovono. E io qui oggi che sto in un albergo che dà sul lago mi torna in mente all’improvviso una ragazza di molto tempo fa, dopo che era finita l’estate, e la mia telefonata con sua madre che ha la voce incerta e circospetta, di quelle volte che credi di essere capitato al momento sbagliato, e cerca di alzare il suo muro difensivo, di frapporsi alla bufera del mondo, fino a che lei prende il telefono brutalmente e mi rassicura che non c’è niente che non va, è tutto a posto, e che sì quella vecchia casa di famiglia sul lago me l’avrebbe fatta vedere come eravamo rimasti prima dell’estate, che anzi aveva proprio voglia di fare un giro e non dovevo dare retta a sua madre, va tutto bene, quando andiamo?
Ci vuole un’ora per raggiungere il lago, e parliamo del più e del meno, e quando siamo nella casa e abbiamo appena guardato la scia di un motoscafo che si allarga, rientrando dal giardino lei mi guarda e mi dice che non è vero che non è successo niente, è successo quest’estate mentre era in vacanza e stava davanti al mare e d’un tratto invece c’era un’infermiera davanti al suo letto che le spiegava che era andata fuori di testa e aveva urlato e spaccato ogni cosa che trovava e avevano dovuto legarla, anche se adesso lei non si ricordava niente ma io pensavo che fosse più per pudore che diceva di non ricordare, e comunque di quel buio le era rimasta dentro una ferita enorme che stava ancora sanguinando. Ma adesso con le cure va tutto molto meglio. Aveva l’aria di chi aveva aperto la porta sull’inferno, di chi aveva visto, ma sorrideva.
Qualche mese dopo trovano una ragazza che sta morendo nel cortile di un palazzo. Forse qualcuno l’ha picchiata ma i suoi ultimi respiri non le servono per dire cos’è successo. La televisione segue le indagini, che però durano poco, e chiariscono che si è buttata dal quarto piano, sotto la finestra delle scale trovano l’ultima sigaretta spenta sul pavimento. Io resto colpito per questa ragazza che fuma prima di buttarsi, anche se ancora resta per me solo una notizia da telegiornale. Per qualche giorno ancora, fino a quando vengo a sapere che era lei, e mi viene in mente che fumava quando mi raccontava dell’inferno, poi si era voltata verso il lago e aveva lasciato galleggiare lo sguardo abbandonandolo a una deriva che l’avrebbe portato dieci anni più in là, davanti alla finestra di un albergo dove io cerco di non farmi domande e sto a guardare allargarsi l’onda di un motoscafo che taglia i miei occhi e si allontana per diventare un’ombra sorda nel riflesso rosa della sera.


come dio salva gli uccelli dalle palline da golf

Sto qui seduto su questa mattina a guardare alla finestra i fumi dei camini che si disperdono più bianchi del grigio di cui è dipinto il mio sogno, che si è svegliato ancora una volta quando una nave mi stava portando chissà dove. Cerco di ricordare dov’ero seicento milioni di anni fa, ma mi vengono in mente solo galline e tanto vento. Ascolto il frastuono della flora batterica che si sta riorganizzando, anzi ne vedo il film della battaglia come se fosse appena oltre il vetro umido e compiango i vinti e penso che un po’ di tempo fa mi ero messo in testa di andare in giro a fare alla gente una domanda, chi è dio? Non è argomento molto trendy, però del resto anche dedicarsi all’amore o alla politica che so, queste sì che sono due palle davvero, e come i pesci che possono fare un salto fuori dall’acqua a me spiace di non potere ogni tanto saltare fuori dal cielo, e comunque da oggi cambio totalmente la mia vita, uscirò sempre di casa pensando al piede destro e rientrerò pensando al sinistro, prima lascio che passi un po’ quest’idea dell’anno nuovo però, poi devo sintonizzarmi con il sole e con la luna, che è ora. Intanto insisto a restarmene seduto a sentire che non c’entro niente con le mie parole che non assomigliano ai miei pensieri, a vedere il cielo mangiarsi le gru e la luce del pomeriggio scurire. Sembra che la natura stia prendendo colori digitali, adesso che la pellicola è finita, e quindi anche dio se non ha più la stessa resa pittorica come se la cava con le preghiere, come si nasconde, come salva gli uccelli dalle palline da golf, che gli uccelli, piove non piove volano e se avessi una mazza almeno proverei a colpirli.
Duecento metri quadrati di parete intestinale sono tanti da tappezzare di suggestioni e fascinose teorie eubiotiche tra me il giorno che passa e un sentimento perduto nel campo, ciononostante le macchine continuano a sfrecciare tra gli alberi e l’autostrada a scagliarsi verso un tramonto che solo un cieco può vedere senza dirti com’era, e se mi fossi alzato una figura nera si sarebbe stampata nel controluce della mia allucinazione. Mi sono addormentato invece e quando mi sono svegliato la finestra era piena di rettangolini illuminati che erano poi le finestre delle altre case e mi chiedevo in quale rettangolino poteva esserci uno come me seduto a pensare a cosa fare del mondo a come essere un re cattivo, ma non volevo immaginare quali storie facevano risplendere i lampadari perché sentivo la stanchezza degli intrighi tutti diversi e sorprendenti nella loro normalità, che non avevano bisogno di un finale erano storie e basta, non avevano bisogno di aggettivi o truccatori o scenografi. Non avevano bisogno di un ufo al quale un grigio scuro assorbiva i contorni, e nemmeno io avevo bisogno di parole di un altro pianeta, le strade erano bagnate e mancava poco alla notte, solo il tempo di pensare ancora se quattro miliardi di batteri erano sufficienti e se dio avesse un dio, o che ci fosse un dio del dio di dio, e l’avventura di ogni soldato e di ogni solitudine un giorno qualcuno dovrà darcele tutte queste storie, e poi andare a dormire con due domande sotto le palpebre, in quale buio si insinuerà la nave per portarmi nel suo chissadove, e quale pioggia continua a far baccano là fuori, in quella finestra che non sa più con quale sguardo dirmi la verità.


i sorrisi che un gatto non può fare

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Avevo pronto un post bello cattivo, natalizio come dire, ma questi sono stati giorni tristi e non ne avevo più voglia. E’ successo che ho scavato nella terra fangosa di un bosco per seppellire un gatto che avevo visto morire. E che per 18 anni avevo visto vivere. Però anche le parole sono rimaste sotto le foglie e io non riesco a tirarne fuori una che non sia più penosa dello sgocciolare della nebbia sui rami e voglio tenermi per me l’ultimo bacio freddo e gli occhi bagnati di mia sorella e i sorrisi che un gatto non può fare e i suoi sogni che non finiscono mai, e voglio immaginare che il suo sogno di adesso è lo stesso che ho fatto io stanotte. E poi per sfuggire al vuoto voglio raccontare un’altra cosa che non è un’altra cosa ma si può far finta che lo sia e pensare che io sia un inventore di stranezze, che faccio buche per riempirle di turbamenti. E invece c’era questa pallina dell’albero di natale che si muoveva, oscillava, leggermente ma in modo evidente, e non c’era verso di fermarla che subito riprendeva a muoversi, ed era l’unica in tutto l’albero. Era una cosa solo curiosa fino a quel punto, di quelle stramberie tipiche di internet che poi ormai non ci crede più nessuno, e però dal momento che come espediente narrativo non sarebbe una gran trovata preferirei mi credeste, già che io l’ho vista coi miei occhi la pallina dondolare per giorni e giorni, e senza sapere che questo ancora non era niente. Perché poi è successo che dall’altro giorno, da quando la Peggy è morta, la pallina si è fermata. Lo giuro. Continuo a guardarla ancora per vedere se si muove. Non si muove più. E resta lì come un sorriso spento. E’ che a me queste cose mi fanno avere fiducia nel futuro. Cioè che un sorriso ci sia da qualche parte, e non mi interessa dove.

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sonata per milza e cartilagine

Qualche giorno appena, questo restava da scoprire del loro amore, di quale finale si sarebbe rivestita la storia che era cominciata una sera davanti a un violoncello dagli occhi scuri e mansueti, e quelle dita leggere che poi avrebbero rovistato anche il suo corpo per farlo diventare un’anima turbolenta. E dopo quel concerto lei aveva attraversato con lui l’oceano senza sapere che sarebbero bastati cinquant’anni soltanto per trovarsi in quel letto d’ospedale aspettando che si svelasse la scena dell’addio. Avevano avuto la vita per dirsi qualsiasi cosa, e adesso c’erano solo le parole mute della morte, quelle che non si erano detti né immaginati mai. Lei si lasciava guardare per ore seduta nel controluce della finestra, lasciava che lui la trasfigurasse in un film bianco e nero che il silenzio velava di azzurra nostalgia. Poi quando lo vedeva addormentato si avvicinava al letto perché toccava a lei a quel punto spiargli i sogni, andare via lontano da lì e correre a cercarlo in qualche angolo di ciò che era stato.
Nora non capiva come fosse possibile amarlo più di quando l’aveva conosciuto, che quella volta le era sembrato non ci potesse essere più posto nel suo involucro corporeo, eppure quell’amore di adesso era incredibilmente più grande e ciò la rendeva sicura ormai che dovesse esserci necessariamente una qualche altra dimensione, che era poi una semplice questione di spazio, come poteva il suo corpo bastare per quel sentimento, il contenitore di ciò che lui era e rappresentava per lei non poteva ridursi a quel piccolo agglomerato carnale, e questo dava adito alla sua speranza e le placava l’angoscia. Che in pratica lui così tra qualche giorno non sarebbe morto, avrebbe solo convinto i dottori che quella poteva chiamarsi morte, ma chissà cosa stava già escogitando in quella testa d’artista abituata a non arrendersi.
Sono strani gli americani, tu vai lì a suonare e loro ti seguono per tutta la vita. L’aveva detto anche agli infermieri, come a chiunque quando voleva riconoscere ancora una volta quel sorriso che sembrava essere rimasto in mezzo all’oceano, e lei si lasciava vezzeggiare, lasciava che il suo archetto la sfiorasse facendola risuonare. A volte la prendeva e la spogliava, poi appoggiava l’orecchio come fa un dottore e l’ascoltava, e sembrava davvero godere, un po’ sulla pancia un po’ sulle gambe, come la puntina di un giradischi si estasiava per quei suoni che sentiva solo lui, perché poi ogni volta che anche lei aveva provato, benché l’adorasse, non aveva mai sentito niente.
Lui le aveva insegnato che la musica non era solo nel suo violoncello, ma era ovunque, nei fiumi che scorrevano e nell’erba che cresceva, nell’alba e negli occhi che piangevano, nei ricordi e nella lontananza. E lei col tempo aveva scoperto che era vero.
Adesso anche quel dolore, quel suo spegnersi, quei suoi sguardi liquidi potevano essere ascoltati quasi come provenire da un’altra stanza, da un corridoio dove qualcuno si estenuava per ricostruire l’eco dei sussurri passati, ed era una sonata che profumava di lacrime dolcissime.
Poco prima che la vita se ne andasse, lui fece uscire tutti dalla stanza perché voleva parlare con lei. E una volta che furono soli non disse le solite cose che si dicono quando si muore, e nemmeno lei veramente se le aspettava, ma le fece cenno di aprire il comodino. C’era un biglietto da visita, lei lesse l’indirizzo di un’impresa di pompe funebri. Si trattava di una ditta americana specializzata in cremazioni, e se lui voleva così, certo lei non aveva niente da obbiettare. Soltanto non capiva quel fare di lui ammiccante, che se solo il dolore l’avesse consentito, si sarebbe potuto dire sorridente.
Quando Giacomo morì, o meglio ingannò i dottori, lei non ci fece nemmeno caso, prese il biglietto e se ne andò come per fare una commissione, ubbidiente al suo amore. Lungo la strada pianse, un po’ perché vedeva quelle nuvole nere e gonfie che si avvicinavano sopra i palazzi, e un po’ pensando che tutto era finito, ma lo fece senza dispiacere, e se non fosse stato per le vetrine e i passanti che si inumidivano e scoloravano delicatamente non se ne sarebbe neppure accorta. Le ultime parole del suo amore le avevano detto di starsene calma e tranquilla, di non pensare a niente di brutto, e lei l’aveva sempre ascoltato il suo amore, come poteva non farlo adesso. Quando fu negli uffici dell’agenzia si strofinò gli occhi e si sistemò per il colloquio con quel signore molto gentile e professionale che l’aveva fatta accomodare sul divanetto per spiegarle quali fossero nel dettaglio le disposizioni che il suo amore aveva stabilito. Non fu molto sorpresa da ciò che apprese sarebbero dovute essere le procedure. Lui l’aveva abituata alle sorprese, e non l’aveva mai delusa, così dopo che le ebbero spiegato come le volontà del defunto si sarebbero esplicate, quando uscì dall’ufficio le sembrava di avere un sorriso che si allargava spudoratamente tra le rughe, che pure erano delicate, ma che non sarebbero mai più state guarite dalle carezze del sue amore.
La condussero fuori nel giardino, dove ritrovò gli amici che avevano accompagnato Giacomo per i saluti. Introdussero la bara nel villino dentro il quale l’avrebbero bruciata, ma lei preferì stare fuori a farsi consolare dalle foglie autunnali che animavano la cerimonia. Il suono del violoncello che veniva diffuso nel cortile non riuscì a strapparle nemmeno un singhiozzo, anzi lei si abbandonò alla grazia melodiosa del suo amore con l’incanto della prima volta. Poi all’improvviso un fumo grigio si alzò dal retro per perdersi nel cielo, e allora sì, due lacrime le piovvero sulle scarpe. Stette a guardare con la gola chiusa quella nuvola che era stata la sua vita, amandola e sorridendole poi nel suo dileguarsi, perché adesso le sembrava di capire quale fosse la vera dimensione di quel sentimento, e che il recipiente non poteva essere il suo corpo e nemmeno il mondo intero ma andava ben oltre il confine dell’universo. E quando il tetto smise di fumare se ne andò a casa quasi felice.
Il mattino dopo Nora si presentò come d’accordo per riportare a casa il suo amore, portando con sé la stessa trepidazione di quando l’aveva aspettato dopo il concerto, cinquant’anni fa. C’erano altre due donne nella sala d’attesa che avevano già fatto conoscenza, ma lei non volle interloquire. Una mia amica, dissero, si è fatta un giorno di cammino per disperdere suo marito in cima a una montagna. Oh sì, disse l’altra, c’è chi lo fa col mare, io me lo terrò sul letto, non voglio dormire da sola. Noi invece abbiamo un albero dove lui andava spesso per leggere, e lo seppellirò lì. E lei, cosa farà? chiesero improvvisamente a Nora. Lei fu colta di sorpresa, ma dopo una breve esitazione disse, in un disco, mescolerò le sue ceneri nel vinile e ne farò un disco. Noi americani siamo strani, anche se veramente è stata un’idea sua. Le donne non capirono se fosse irriverenza o follia, però dopo qualche minuto la videro uscire dall’ufficio con il suo bel disco in mano, commossa e raccolta nel suo turbamento.
Nora passò tutto il giorno a fare cose normali, fingendo di essere distratta e lasciando che il desiderio crescesse per conto suo, poi quando tutto il rumore della giornata si dissolse nella stanchezza della sera, prese il suo amore e lo mise sul giradischi. Si sdraiò sul letto e chiuse gli occhi. Non c’era più il violoncello, non più la burrasca dell’oceano. C’era il suono ruvido delle ossa e della carne, il crepitare del cuore e dei polmoni, lo stridio della pelle e il mormorio del sangue, e adesso anche lei poteva sentire quello che la sua verginità non era mai riuscita a sentire, cigolare la lingua, e le cartilagini e i capelli, sussurrare la milza fino all’orgasmo di ogni pensiero che riguardava il suo amore, che era lì e la stava baciando, le stava dicendo siete strani voi americani. Quel frusciare sublime di ciò che era la natura e la sostanza della sua passione era l’ultimo e definitivo concerto della loro storia. Quando il disco finì si addormentò pensando che avrebbe passato il resto dei suoi giorni a far finta di niente, solo aspettando la sera. Sapeva che avrebbe sempre potuto fare l’amore con lui, senza che dovesse esserci mai la parola fine.


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