Archivi del mese: marzo 2014

lettera d’amore a una formica

mare 2

 

Proprio io che ammazzo le parole pur di non pronunciarle faccio finta che tu sei questa formica per avere un corpo con cui parlare, per vedere come ti muovi nel mondo, non l’ho mai fatto perché gli applausi paralizzano uno della mia specie anche solo sentirli salire dal canyon, quelli come me non sanno nemmeno la paura di non averti mai incontrata, c’è sempre un treno in corsa su cui saltare e un identikit in tasca, quelli come me fanno ginnastica in ripostiglio, e allora ti dirò solo le cose superflue, per l’essenziale c’è tempo quando saremo bambini con la tromba, che una lettera d’amore non è niente se la paragoni a quando tutto sarà finito.
Dal mio cannocchiale, devo dirti, ti ho vista seduta nella stanza e sembravi così vergine nella tua affamata distesa di solitudine che mi è venuta voglia di pensare che arrivavo io e abbiamo cominciato a dipingere le pareti lasciando già il segno che i quadri lasceranno quando saranno tolti, ecco in quei pezzi di muro preservati dalla polvere mi è parso di vederci dei film con tanta gente che scappava e si baciava e poi tornava e salutava per sempre e si toccava le gambe e correva e ho pensato che fra due persone è questione di longitudine e di prendere una posizione dentro una storia, di stare sullo stesso scaffale insomma, non tanto di avere l’ispirazione di una qualche follia se no è solo un dito che scrive sull’acqua, e allora mi sono messo lì a sognarti perché so che poi tu ti svegli felice.
Certe volte avrei voglia di fare qualcosa di mangiare di provare andare di fare guardare di godere di parlare sapere e mangiare bistecche di topi da laboratorio, ho voglia di essere gentile, sì gentile con tutta la tua pelle e le tue budella, raccogliere anche i tuoi baci scaduti che non voglio buttare niente di te, essere un uomo essere una donna essere ciò che vuoi su un prato di margherite, mi chiedo come ti faresti riconoscere un’altra prima volta, e intanto ho messo a bollire le scarpe per avere l’idea del viaggio che non farò, vuoi che facciamo l’amore ok io mi dissocio, ma facciamolo, e se sei al mattino su un isola e la sera sull’altra io sarò al mattino sull’una e la sera sull’altra, è che io le idee ce le avrei ma le hanno già trovate tutte gli altri non si inventa più niente ogni paesaggio ha già visto i tuoi occhi e dove non c’erano io andavo a leggere un verso nella stalla, non voglio avere colpa per tutti i secoli e gli amanti passati prima di me nel tuo bucato al sole, se sei mora amoreggerò se sei bionda abbionderò se sei pazza impazzirò se mi guarderai con lo sguardo di un cavallo ti cavalcherò se mi farai tuo maniaco ti violenterò.
Che ne hai fatto di tutte le radiografie della mia mano, quelle che ti ho mandato per farti capire chi ero, cosa volevo in cambio della tua lontananza, quale vita mi sarebbe servita da raccontarti, e allora senti questa quando il treno ha frenato scricchiolando in mezzo alla campagna c’eravamo noi sulle rotaie col nostro spargimento di sangue e le nostre cianfrusaglie e il nostro guardarci da due centimetri per vederci avere un corpo solo, perché le indicazioni erano di inventarsi un mondo e starci dentro anche finto basta starci dentro, sarebbe la differenza che fa tra la ferita e il miracolo, in fondo niente di diverso da un colpo di vento a sollevare le cartacce, e dimmi perché mi hai sorriso quando ti ho sputato in faccia dimmelo ho diritto a una risposta non startene lì vestita da biancaneve a guardare le scie degli aerei dobbiamo fare qualcosa per scambiarci i nostri ricordi inventati, scoprire che non sono gli stessi e legarceli intorno al collo, mentre tutto intorno era cosparso di cartacce.
Ci sono solo lenzuola nel mio letto e non ci mettono niente a diventare fantasmi, vorrei tornare ma non riesco a convincere le scarpe, quando ho fame dormo e quando ho sonno bevo, e quando ho paura copincollo i tuoi pensieri dentro i miei, ti porto a fare un giro in macchina mi piace guidare evitando i tombini, il mio sperma che cola dai tuoi occhi sarà solo l’inizio.
Tutto questo farei se solo tu fossi un essere che vive dei tuoi sospiri, se solo avessi un nome che assomiglia alla mia disperazione, prima di lasciarti sparire sotto un sasso non penso a ciò che dico perché non esisti, se tu fossi una formica almeno potrei schiacciarti con un dito mentre ti dico ti amo ma solo per giocare, le lettere d’amore si scrivono piangendo e tu non piangi abbastanza per i miei gusti. Ma non stare in pena per me che un albero sotto il quale far finta di non pensarti lo trovo sempre.  Se poi è l’inconcepibile che vuoi fai una cosa, apri la bocca, rimandami indietro questa lettera senza aggiungere una parola, cerca una fetta di mare da qualche parte per vedere il treno tuffarsi, e aspettami, ti prometto un giaciglio di noia e peccato, ti prometto una sparizione al momento giusto, guarda, uno stormo di uccelli disegna il tuo naso e il mio abbandono nel cielo che si addormenta, aspettami, resta sveglia almeno tu.

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