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sono un ladro

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Sono seduto sulla panchina, un vecchietto di fianco, fragile, più di ottanta, posso guardarlo senza sbirciarlo perché lui è raccolto in se stesso e non mi vede, immobile che sembra fissare la fontana ma non si sa se la vede o non la vede l’acqua che gli rimbalza davanti agli occhiali, penso ai suoi pensieri e mi viene in mente solo la distanza dai miei, wi fi, color correction, skype… temo che mi suoni il cellulare, non voglio distrarlo dalla sua distrazione, strattonarlo nel presente di questa malinconica panchina, poi ecco la suoneria irrompere come un megafono, ma con una canzoncina che non riconosco, non è il mio e siamo solo noi due nella piazza e questo significa che non ho capito niente di lui. Lentamente porta la mano alla tasca senza cambiare una virgola della sua faccia, fa un po’ fatica ma poi riesce a portarlo all’orecchio e dice pronto, non so se essere deluso dal suo rifiorire improvviso, e poi ancora pronto, alza la voce e ripete pronto pronto, io sento il cellulare che continua a suonare, c’è qualcosa che non va, l’acqua della fontana mi invecchia, pronto, pronto, mi avvicino e vedo che sta cercando di parlare al portafoglio, provo a dirglielo, faccio per prendergli il cellulare dalla tasca con delicatezza, ma lui si scansa spaurito e mi guarda come un ladro, si allontana continuando a dire pronto al portafoglio, c’è un tuono mentre attraversa la piazza e io penso che metterò questa scena nel mio prossimo film quando l’oscar non mi farà più così schifo e vorrò vincerlo, vecchiaia tecnologia futuro passato incomprensione solitudine angoscia fragilità rimpianto, c’è tutto, posso vincerlo.


la mia amica che faceva la prostituta

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Conoscevo una che aveva capito come funzionano le cose, aveva studiato la gente, l’ipocrisia e quelle cose lì, e a un certo punto si era decisa di fare la prostituta, perché le era venuta una certa idea riguardo alla testa della gente. Dunque si era vestita come una vera prostituta, che tu non puoi pensare altro se la vedi così, e si è andata a mettere davanti a un bar, uno di quei bar che se la menano un po’, e insomma stava lì davanti con la borsetta e tutto quanto a dare fastidio finché il padrone del bar non usciva fuori e le chiedeva gentilmente di andarsene. Lei rispondeva che stava lavorando come lui, e a ognuno il suo e che era libera di stare lì quanto voleva. Nel frattempo se arrivava qualcuno a farle proposte o a volerla portare da qualche parte prima parlottava un po’ del più e del meno e poi sparava cifre esagerate oppure prendeva delle scuse, perché lei non era gli uomini che cercava, era il padrone del bar che voleva, aspettava che uscisse fuori ancora, e meno gentilmente adesso per intimarle di andarsene. Così che a quel punto gli avrebbe chiesto 50 euro, o se le riusciva spuntava anche di meglio, 50 euro e non mi vedi più gli diceva, e lui per non avere noie glieli dava, che era meglio 50 euro subito che non perdere tutti i migliori clienti. Lei se ne andava così a cercare un altro bar, e alla fine della giornata e alla fine del mese c’aveva i suoi soldi. E senza che un uomo l’avesse toccata. Era un genio quella mia amica. E io non sono da meno. E quando le chiedevano che lavoro faceva, lei diceva la prostituta, orgogliosamente. E io non faccio di meno.


come dio salva gli uccelli dalle palline da golf

Sto qui seduto su questa mattina a guardare alla finestra i fumi dei camini che si disperdono più bianchi del grigio di cui è dipinto il mio sogno, che si è svegliato ancora una volta quando una nave mi stava portando chissà dove. Cerco di ricordare dov’ero seicento milioni di anni fa, ma mi vengono in mente solo galline e tanto vento. Ascolto il frastuono della flora batterica che si sta riorganizzando, anzi ne vedo il film della battaglia come se fosse appena oltre il vetro umido e compiango i vinti e penso che un po’ di tempo fa mi ero messo in testa di andare in giro a fare alla gente una domanda, chi è dio? Non è argomento molto trendy, però del resto anche dedicarsi all’amore o alla politica che so, queste sì che sono due palle davvero, e come i pesci che possono fare un salto fuori dall’acqua a me spiace di non potere ogni tanto saltare fuori dal cielo, e comunque da oggi cambio totalmente la mia vita, uscirò sempre di casa pensando al piede destro e rientrerò pensando al sinistro, prima lascio che passi un po’ quest’idea dell’anno nuovo però, poi devo sintonizzarmi con il sole e con la luna, che è ora. Intanto insisto a restarmene seduto a sentire che non c’entro niente con le mie parole che non assomigliano ai miei pensieri, a vedere il cielo mangiarsi le gru e la luce del pomeriggio scurire. Sembra che la natura stia prendendo colori digitali, adesso che la pellicola è finita, e quindi anche dio se non ha più la stessa resa pittorica come se la cava con le preghiere, come si nasconde, come salva gli uccelli dalle palline da golf, che gli uccelli, piove non piove volano e se avessi una mazza almeno proverei a colpirli.
Duecento metri quadrati di parete intestinale sono tanti da tappezzare di suggestioni e fascinose teorie eubiotiche tra me il giorno che passa e un sentimento perduto nel campo, ciononostante le macchine continuano a sfrecciare tra gli alberi e l’autostrada a scagliarsi verso un tramonto che solo un cieco può vedere senza dirti com’era, e se mi fossi alzato una figura nera si sarebbe stampata nel controluce della mia allucinazione. Mi sono addormentato invece e quando mi sono svegliato la finestra era piena di rettangolini illuminati che erano poi le finestre delle altre case e mi chiedevo in quale rettangolino poteva esserci uno come me seduto a pensare a cosa fare del mondo a come essere un re cattivo, ma non volevo immaginare quali storie facevano risplendere i lampadari perché sentivo la stanchezza degli intrighi tutti diversi e sorprendenti nella loro normalità, che non avevano bisogno di un finale erano storie e basta, non avevano bisogno di aggettivi o truccatori o scenografi. Non avevano bisogno di un ufo al quale un grigio scuro assorbiva i contorni, e nemmeno io avevo bisogno di parole di un altro pianeta, le strade erano bagnate e mancava poco alla notte, solo il tempo di pensare ancora se quattro miliardi di batteri erano sufficienti e se dio avesse un dio, o che ci fosse un dio del dio di dio, e l’avventura di ogni soldato e di ogni solitudine un giorno qualcuno dovrà darcele tutte queste storie, e poi andare a dormire con due domande sotto le palpebre, in quale buio si insinuerà la nave per portarmi nel suo chissadove, e quale pioggia continua a far baccano là fuori, in quella finestra che non sa più con quale sguardo dirmi la verità.


6. prima o poi troverò un titolo per questa storia (dissolvenza a nero)

Nella condizione di fuggiasco in cui mi trovavo non potevo andare troppo per il sottile e l’unico optional che reclamavo all’albergo era quello di non chiedermi i documenti. La mia stanza aveva come unica attrattiva un avanzo di cielo incastonato tra un tetto e una grondaia, e il pezzo forte dell’arredamento era una ragnatela che finiva direttamente sull’armadio. Sul balcone non si poteva camminare per come era piccolo, così decisi di cominciare a fumare. C’era un giardino di sotto e una ragazza che prendeva il sole. Non avevo la macchina fotografica, non sapevo cosa fare di lei. Avrei potuto portarla per un caffè da qualche parte, o sulla spiaggia per raccontarci qualcosa che s’intonasse alle onde. Se poi l’avessi uccisa avrebbe smesso di avere paura della vita, così come sembrava, ritagliata dentro quella fetta di sole che la rendeva quasi già morta e dimenticata. Fortunatamente i miei pensieri non potevano essere intercettati. E ucciderla poi avrebbe costituito un indizio troppo pericoloso e il commissario non vedeva l’ora che facessi un passo falso per poter dire che la ragazza del prato era colpa mia. Così decisi di non fare altro che aspettare che si facesse sera, solo guardando il cielo diventare buio.

(6 continua)

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5. prima o poi troverò un titolo per questa storia (pornotreni verso il mare)

Non che avere il computer pieno di video porno significasse qualcosa di particolare, però essendo che la mia situazione si era un po’ complicata ho preferito togliere tutto. E infatti giusto appena che avevo finito si sono presentati e mi hanno portato via il computer. Sì certo era la prassi, atti dovuti e tutto il resto, ma io intanto ero più tranquillo. Almeno fino a quando non mi è venuto il dubbio che con i mezzi che hanno a disposizione avrebbero capito facilmente e ben presto che qualcosa da quel computer era stato tolto praticamente in fretta e furia, e si sarebbero presentati per mettere sottosopra la casa. Allora mi sono preso tutti i dischi sui quali avevo salvato i video, ho fatto una valigia in qualche modo e me ne sono andato, con la direzione che fosse il più possibile lontana da Lugano, anzi opposta, e quindi mare, ho preso un treno e me ne sono andato al mare.

( 5 continua)

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4. prima o poi troverò un titolo per questa storia (fare foto per prati)

E questo cos’è? Incuriosito feci per alzarmi ma lui voltò il display della macchina verso di me. Ah questo, sì è il mio gatto, non ho mai cancellato queste foto, sono lì da qualche anno, cose vecchie. Ha un aspetto orrendo il suo gatto. Sì perché era morto, risposi. Il commissario mi fissò. Ma non l’ho ucciso io, precisai, era il mio gatto, tutta la mia vita. Ne ha fatte parecchie di foto al suo gatto, certo fanno impressione, è annegato? No è bagnato perché è rimasto nel freezer una settimana aspettando la cremazione. Credevo che con il suo lavoro non le facesse impressione più niente. Gli altri si erano avvicinati e guardavano il mio gatto che era dentro il cellophane azzurro, chissà cosa pensavano dei suoi occhi liquefatti e del suo pelo elettrico. E della mia innocenza e del mio sorriso un po’ scemo che avevo adesso per affrontare quello strano silenzio che si era fatto. Se avessi avuto qualcosa da temere avrei cominciato a preoccuparmi, ma io avevo solo trovato il corpo, che se fosse stato un manichino a questo punto sarebbe stato meglio per tutti, la stavano facendo troppo lunga. E questo? La bocca del commissario restò socchiusa e c’era solo il rumore di una stampante che veniva dall’altra stanza. Mi alzai e feci il giro della scrivania raggiungendo gli altri che spalancavano gli occhi sul display della mia macchina, e poi dissi ah sì, quella è mia nonna. Non c’era niente di male ad averla fotografata quando l’avevano riesumata, in fondo non l’avevo mai vista da viva, e non ce la facevo a cancellarla mi sembrava di ucciderla così, per cui le foto erano rimaste in memoria, come lo sapevo io che un giorno mi sarei trovato in quel prato dove tutti si sarebbero voluti trovare e poi mi avrebbero perquisito le foto e il commissario mi avrebbe guardato in quel modo come a dire che uno più uno cominciano già a fare due, come lo sapevo, non posso inventarmi alibi prima di sapere di aver commesso un delitto, che poi potranno anche pensare che sono un tipo strambo, e cosa ci sarà mai di strambo quella è la legge dei cimiteri tirar su i morti di tanto in tanto, ma da qui ad avere in mano le prove li voglio vedere. Ci può lasciare la sua macchina fotografica? disse il commissario. Aveva la faccia molto curata, e secondo me bazzicava spesso dalle parti di Lugano. Come volete, di certo non andrò in giro per prati a fare foto in questi giorni.

(4 continua)

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3. prima o poi troverò un titolo per questa storia (mi sembra di aver perso qualcosa)

Arrivammo al commissariato ed erano tutti molto gentili con me, in fondo stavo risolvendo un caso attorno al quale chissà quanto tempo avevano già lasciato. La fortuna di essere in quel prato era toccata a me e quindi mi sembrava giusto sottopormi alle procedure, gli accertamenti insomma andavano fatti. Spiegai che stavo facendo un giro per fare delle foto, e capii subito che le avrebbero volute vedere, e la cosa mi dava un po’ fastidio, glielo feci notare con una smorfia appena percettibile, così che dissero, c’è qualche problema? No no lo capisco, e allungai la macchina avvisandoli che non avevo fatto foto al cadavere, erano solo foto così per perdere tempo. Beato lei, disse facendo scorrere le foto, mentre io cominciavo a inquietarmi perché non mi andava di essere giudicato da un poliziotto che se lo sapevo ci avrei messo un po’ più d’impegno, io schiacciavo e basta non potevo immaginare che qualcuno le avrebbe guardate sbirciandomi a tratti come per capire la mia vena di artista, beato lei disse, che ha tempo da perdere. Avete capito chi è la ragazza? chiesi, ma devo aver parlato troppo a bassa voce perché nessuno mi rispose. Ero piacevolmente sorpreso dall’interesse del commissario per le mie foto, forse era un intenditore. Gli altri si muovevano come fossero topi, annusando e cercando una direzione che non fosse la stessa dalla quale erano venuti, c’era una pioggia sottile fuori che li rendeva ancor più incomprensibili. Va spesso in giro a fare foto, o solo in momenti particolari? Quando non dormo la notte e mi sembra di aver perso qualcosa, risposi.

(3 continua)

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