Archivi del mese: maggio 2013

randomcanguro 5

In un primo tempo quella prospettiva gli era parsa la soluzione ideale, per non dire l’unica via d’uscita, alle disavventure che l’avevano preso di mira. Vedeva di buon grado la decisione di abbandonare le armi accettando la realtà, in quanto segno, così pensava, di un’accresciuta maturità interiore. E in ogni caso era senz’altro un’occasione per tornare ad essere in pace con sé stesso, tanto che già ne sentiva i benefici effetti e la pena e lo sconforto che l’avevano torturato per l’intera giornata si erano come d’incanto stemperati nell’aria limpida della sera. La luce di un aereo faceva la spola tra le stelle, e Antonio già assaporava il sole che ci sarebbe stato l’indomani.

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non ci vuole niente

Quando esci fuori e vedi il cielo azzurro che sembra stampato e le nuvole che sembrano esseri viventi nei loro profili delicati, e le montagne piene di neve in fondo, e gli alberi che ondeggiano gonfi di vento, e un gatto che passa, e due uomini che litigano, una finestra che si apre, un’auto che frena, un bambino che corre, un megafono che grida, una fila di formiche, tutto è così bello che ti sembra impossibile che basti uno sbadiglio o uno starnuto per fare di quel cielo e di tutto il resto un patetico e infelice dipinto dilettantesco, dove ogni tratto di pennello ha il sapore tetro della morte. Ma è così, l’irreale sortilegio fa crudelmente la sua parte. E allora quando quest’uomo che non conosco mi avvicina e mi racconta la sua storia triste e mi dice che il cielo le nuvole le montagne e tutto il resto tutto è cupo dentro la sua storia, io cerco di dirgli amico tu non sai che basta una parola, uno sguardo, un mal di pancia, e le cose all’istante ritornano come prima, ma lui non capisce. Allora penso che basta uno schiaffo per rinnovare la magia, e gliene regalo uno con violenza sulla sua guancia triste e ruvida che improvvisamente diventerà morbida e profumata per ricevere baci sotto un cielo azzurro stampato di bellezza e di nuvole umane spinte da un impetuoso vento di primavera che disegna i profili delle montagne del bambino delle formiche della finestra e di ogni cosa per farli diventare l’opera di un grande artista che io potrò continuare a guardare con i miei occhi che prima erano disperati.

 


lento riavvolgimento 4

delitto 2

 
 
di me
 
beltà immerge bollente il braccio
crisografico desiderio presentimento
tetro pecora tiepida sera incaglia
mormora sotto l’orto il cappa del cielo
odora a vero minuto d’inguine l’autopsia
che movimento lo sturalavandini ha reclamato
a stento
amante segreto monade gravita
la notte in mente il giorno
scuote cosa dici di me dottore
spalancato nella testa del mare
più del pentotal più del mare vengo a mancare
non vengo a stare insisto il biancore che s’inarca
con la mano spenta sopra il buio
la gigantografia del tuo cadavere
porto a letto così barbaro rinasco
tra le falangi il miele della mano tua sinistra
all’incontrario
 
 

randomcanguro 4

ed era molto prima che fosse l’una. Quella città invertebrata e avvilente era trascorsa in un attimo e senza la minima traccia di una qualche ansietà, tanto che voltandosi indietro nemmeno gli riusciva di ricordare la strada che aveva fatto e i pensieri che l’avevano accompagnato. Le finestre dell’ospedale erano lì in fila davanti a lui, e questa era la prima cosa che aveva un senso da quando si era svegliato. Otto file da dieci finestre. Per un momento gli sembrò di essere a casa, e gli veniva da pensare che tutto quello che c’era dietro quelle vetrate, tutto quel dolore e quell’illusione, la trepidazione e l’attesa, era sufficiente per giustificare l’esistenza del mondo. Avrebbe voluto correre per i corridoi, fermarsi ad ogni finestra a guardare dall’alto quell’inutile città. E poi vedere qualcuno morire, qualcuno nascere. E piangere. Piangere.

 


il rumore dell’amore

dal film “Il suono di una mano sola” (1999) di Massimo Bettini

 


frames 14. basta quadrifogli

 

Io so dov’è il posto. Tutti gli anni vengo qui e lo trovo, il mio quadrifoglio. Basta smuovere un po’ lo sguardo ed eccolo, goffamente nascosto tra tutti gli altri che hanno una foglia in meno, quasi a non volerli umiliare. Cresce sempre, proprio qui, e non mi delude mai. Oggi però non lo vedo, è più di un’ora che sto ad accarezzare le foglie qua e là sul tappeto della piccola radura, ma sono sempre tre. Possibile che qualcuno sia passato di qui prima di me? E certo se fosse l’avrà anche raccolto magari per metterselo stupidamente sotto il cuscino. Ma no, per arrivare fin qui devi lasciare la stradina e inoltrarti nel bosco e poi inseguire tutti quegli indizi che solo io conosco, non ci arrivi per caso. Un merlo atterrò su un ramo vicino per assistere alla scena del mio tradimento. Spari di lontani cacciatori si allungavano sulle fronde più alte. Continuai a cercare, continuai a non trovare niente, e improvvisamente funesti presagi frullavano le loro ali tra gli alberi, che poi non che mi fossi mai abbandonato alla mediocrità di facili auspici consolatori, no, mi bastava che la mia vita avesse qualche certezza, qualche mio segreto entro cui cullare la smania quando sconfinava. Presi a cantare, ma dove avevo imparato quella filastrocca che anziché essere rassegnata aveva un colore malinconicamente felice? Avrei voluto spogliarmi, ma ero già nudo nell’arrendevole percezione di appartenere alla mia voce. Del fogliame si agitava poco più in là, e quando si schiuse un uomo venne avanti faticosamente, la bocca aperta, sgocciolando di sangue e spavento. Crollò a terra incurante delle spine, e da lì mi guardava stupito. Credo non si spiegasse perché mai io continuavo a cantare, o forse conosceva la canzone e avrebbe voluto dire sì, me la ricordo bene. Era ferito, del resto la caccia era ormai aperta, e il merlo tornò in compagnia di altri merli, e il ramo faceva su e giù. Restammo a guardarci per una decina di minuti, non cantavo più. Avevo capito che stava morendo così gli dissi, a me piacciono le polpette. Lui disse che era vegetariano, e io continuai, coi piselli. Fece un cenno come per gradire, allora incoraggiato gli dissi ancora, io non bevo non fumo sono single e non voglio bambini, il mio colore preferito è il blu. Dopo un po’ di esitazione, le conversazioni all’inizio sono sempre difficoltose quando non ci si conosce e si crede di avere vite diverse, mondi diversi, pensieri diversi, non potei fare a meno di dire che mi piaceva il cinema. Lui mi guardò compassionevole, o chissà era solo la fine. Il sangue aveva trovato il suo percorso finendo in una pozza rossa ai piedi di un tronco. Mi incamminai, non avevo più molti argomenti. Ehi, mi chiamò. Guarda qui, disse spostando il gomito, c’è un quadrifoglio. I merli voltarono la testa verso di lui. Non credo amico, ti sbagli, non ci sono più quadrifogli, risposi andandomene via da quell’imbroglio che sembrava solo cinema, null’altro che cinema.

 


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