Archivi del mese: dicembre 2013

i sorrisi che un gatto non può fare

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Avevo pronto un post bello cattivo, natalizio come dire, ma questi sono stati giorni tristi e non ne avevo più voglia. E’ successo che ho scavato nella terra fangosa di un bosco per seppellire un gatto che avevo visto morire. E che per 18 anni avevo visto vivere. Però anche le parole sono rimaste sotto le foglie e io non riesco a tirarne fuori una che non sia più penosa dello sgocciolare della nebbia sui rami e voglio tenermi per me l’ultimo bacio freddo e gli occhi bagnati di mia sorella e i sorrisi che un gatto non può fare e i suoi sogni che non finiscono mai, e voglio immaginare che il suo sogno di adesso è lo stesso che ho fatto io stanotte. E poi per sfuggire al vuoto voglio raccontare un’altra cosa che non è un’altra cosa ma si può far finta che lo sia e pensare che io sia un inventore di stranezze, che faccio buche per riempirle di turbamenti. E invece c’era questa pallina dell’albero di natale che si muoveva, oscillava, leggermente ma in modo evidente, e non c’era verso di fermarla che subito riprendeva a muoversi, ed era l’unica in tutto l’albero. Era una cosa solo curiosa fino a quel punto, di quelle stramberie tipiche di internet che poi ormai non ci crede più nessuno, e però dal momento che come espediente narrativo non sarebbe una gran trovata preferirei mi credeste, già che io l’ho vista coi miei occhi la pallina dondolare per giorni e giorni, e senza sapere che questo ancora non era niente. Perché poi è successo che dall’altro giorno, da quando la Peggy è morta, la pallina si è fermata. Lo giuro. Continuo a guardarla ancora per vedere se si muove. Non si muove più. E resta lì come un sorriso spento. E’ che a me queste cose mi fanno avere fiducia nel futuro. Cioè che un sorriso ci sia da qualche parte, e non mi interessa dove.

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i migliori 856 scrittori della provincia di milano

Nella provincia di milano ci sono 857 scrittori, e io ho scelto per voi i migliori 856. Mi limiterò però a dirvi che il sottoscritto si è piazzato all’857esimo posto che è comunque una buona posizione ma che non è bastato, anche se veramente per un niente, per essere inserito tra i migliori 856 scrittori della provincia di milano, che a questo punto sono facilmente identificabili dal fatto di avere una faccia che non assomiglia per niente alla mia, oltre a una collezione davvero invidiabile di pass di spettacolari fiere libresche. Così adesso io non voglio più bene a nessuno. E non sorriderò più a nessuno, e non leccherò più il culo a nessuno.
Alla prossima puntata allora, dove vi svelerò i migliori 374 parrucchieri di milano che ho appena finito di testare per voi.


la deriva ortofrutticola dell’editoria

C’è gente in giro che ha passato la vita a rincorrere una casa editrice seria che pubblicasse il suo libro. Dico seria perché così ci capiamo. Alcuni l’hanno trovata, e con questo hanno anche trovato legittimo definirsi scrittori ufficialmente in quanto passati al vaglio della credibilità dell’editore sul serio appunto. Ora, questo vaglio io non lo conosco bene, non so come funziona, che se lo sapessi sarei pettinato e vestito da scrittore, avrei una casa e un cane e un twitter da scrittore, insomma sarei noiosamente uno scrittore e non starei scrivendo questo post ma uno contro gli editori a pagamento con sdegno da vero scrittore. Però io vedo quello che c’è in giro, giusto lo vedo perché non perdo tempo con certe cose che basta entrare in libreria aprire a caso un libro e hai già capito, e mi sembra che la maggior parte di questi siano più che altro da definire come impiegati presso un editore ma che lavorano da casa essendo stata loro assegnata la mansione di scrittore. Eppure loro sembrano credere davvero al fatto che quello che hanno scritto sia diventato più interessante e abbia assunto maggior valore dopo che hanno trovato un editore.
Poi ci sono altri in giro, e anche questi sono tanti, che non stanno a farsi troppi scrupoli, a loro non interessa tanto l’esibizionismo della puzza al naso, certe finezze formali, no loro vogliono avere il nome sopra una copertina e dare aria finalmente al cassetto per vedere se il sogno è a colori. E così vanno in una tipografia chiamata editore a pagamento ed è tutto risolto. E’ chiaro poi che questo non piace al vero scrittore, che in quanto a supponenza e vanità è anche peggio, eh sì perché è troppo facile così, e io che ho passato il vaglio, dice, sono senz’altro più scrittore di lui. Va detto che qui spesso il  vero scrittore ha ragione, dal momento che il confronto è quasi sempre con casalinghe, pensionati, ingegneri, universitari analfabeti e mocciosi vari. Anche se a volte qualche pensionato ha la meglio. Che poi questi, i paganti, non mi fanno per niente rabbia, come incomprensibilmente a molti, ma tenerezza. Non sono forse più irritanti l’arroganza e la presunzione del vero scrittore defraudato di un titolo che solo lui pensa di poter esibire con onore dall’alto del suo realizzato sogno nel pizzetto? Vevo scvittove senti me, metti via il tesserino e fammi vedere cosa scrivi piuttosto, scvittove del mio coso.
E poi ci sono io, che non sto ne di qua né di là, che per tanti anni ho smesso di scrivere perché non mi piaceva più figurarsi se avevo voglia di stare a cercarmi un editore, e ancora meno avevo voglia di definirmi scrittore. Io che ho fatto quella cosa che sta in mezzo e che si chiama self pubblishing perché mi sembrava la più sensata visti i tempi e il panorama. Però come non riconoscere agli editori, seri o più o meno, il privilegio della credibilità presso i lettori, i quali credono veramente che se qualcuno ha passato il vaglio deve essere per forza più scrittore, ed è disposto anche a spendere più soldi per questo, come le cose vere perché le ha dette la televisione, o buone perché lo dice la pubblicità. E allora io dico. Perché ce l’hanno tanto con gli editori a pagamento e con chi decide di spendere i suoi soldi con loro. Insomma chi ci perde? Il lettore ha più scelta, l’aspirante scrittore può aspirare, il tipografo aspira i suoi soldi, il vero scrittore e il suo vero editore diventano ancor più fari nella nebbia, e non perdono certo lettori in quanto gli unici lettori, o meglio compratori dei libri a pagamento sono i parenti delle vittime… quindi? Quindi l’unico a perderci sono io. Che non ho passato il vaglio e mi ritrovo sulla bancarella del mercato tra pomodori illeggibili, zucchine disperate, peperoni frustrati e imbarazzanti melanzane. Ed è la cosa più normale a quel punto passare per un carciofo. Io non mi lamento di questo, e sarei l’unico ad averne il diritto essendo il vero danneggiato. Non mi lamento perché so che ognuno deve poter fare il suo gioco, e non voglio correre il rischio di passare per un impiegato stupidamente snob di una casa editrice col suo sgargiante e sudaticcio prodotto editoriale che fuoriesce dal taschino. Però sappiatelo, io non sono un carciofo.

 


prima o poi troverò un titolo per questa storia, e lo terrò per me

Forse si era già capito ma volevo ufficializzare il cambio di ragione sociale di questo blog che non potrà più dirsi letterario bensì semplicemente un blog in cerca di consenso. E’ venuta l’ora di mettere da parte l’anima candida, è tempo di essere felici, per piangere aspetterò di aver finito di scrivere questo post. Perdipiù l’insano e preoccupante entusiasmo per il vizio della partecipazione mi impone di invitarvi a mettere mi piace alla mia pagina facebook qui di fianco, così se capita che passano due giorni senza che vado di corpo e sento impellente il bisogno (è il caso di dirlo) di comunicarvelo, non perderemo questa opportunità di condividere l’esperienza senza imbrattare il blog che resta invece una cosa molto seria. Non è più posto per la letteratura però, la metterò in cantina dove continuerò a frequentarla a vostra insaputa e a mio esclusivo godimento. Se qualcuno dovesse sentire la mancanza che so, del mio calendario sexy ad esempio, o non so cose così, può chiedermelo in privato, tipo mi chiama e mi dice, mandami un paio di dicembre sexy. Con l’avvertenza che accetto solo richieste da mittenti di genere femminile, perché va bene la letteratura va bene il blog va bene tutto, ma insomma…


trasgressione è farsi cagare in testa

Io non fumo non bevo non mi drogo, e mi dicono come sei noioso. Quindi con della roba fumante  in bocca sarei più divertente? Eh sì ma devi godertela la vita. Giusto. Infatti non fumo non bevo non mi drogo. Non mi soffermerò sul manuale del bravo trasgressivo, il perfetto rassicurante patetico ridicolo e normalissimo trasgressivo. Ma c’è un’immagine tipica che lo rappresenta ai miei occhi. Ed è quella del mito della protesi del bicchiere in mano. Questa icona la si può trovare facilmente nelle prossimità dei cosiddetti locali, quelli che un po’ più trasgressivamente potrebbero essere chiamati bar. Si tratta per lo più di normalissimi impiegati, o ancora peggio normalissimi creativi nelle varie declinazioni del termine, che procuratasi un’aria vagamente disfatta indossano le loro protesi alcoliche. Che parlino ballino mangino telefonino si scambino effusioni o stiano semplicemente assorti a contemplare il nulla che li circonda, la protesi ciondolante indissolubilmente li accompagna a sancire la loro fighezza di gente di mondo. Ma davvero hanno tutta questa sete? E questi brillantoni sarebbero quelli che mi dicono che sono noioso perché non fumo non bevo non mi drogo…
Quello che sembra soltanto un mio sfiato di ironia, è in realtà molto di più. Il bicchiere in mano è l’immagine simbolo di quello che intendo per trasgressione firmata e conformista, che può essere coniugata in tutti i settori della vita. Vi devo descrivere lo stereotipo del granfigo vero ribelle e libero dai condizionamenti del mondo che per dimostrarlo a sé stesso non trova di meglio che farsi le canne finendo col rappresentare la più conformista delle non trasgressioni, disegnandosi perfettamente come da copione, aria un po’ furtiva espressione borderline chissenefrega e che bello il brivido del fuorilegge? E’ raffigurazione talmente standard che la conoscete già. Eppure molti continuano a riprodurla orgogliosamente tutti i giorni passando per le sue numerose e inconsapevoli varianti. Vi sembra ancora soltanto un problema mio lo so, e invece se ci fate caso tutta questa trasgressione perbene è ormai straripata in tutte le manifestazioni della nostra vita, pensate alla politica, non intendo i politici, ma il parlare di politica arredato da infinite protesi fatte di vacillanti bicchieri vuoti, prese di posizione obbligatorie e banalmente indisciplinate, e quindi quasi sempre mai pensate. E così è per tutto il resto, i grandi temi, l’etica, il modo di vedere il sesso, la musica, fino al modo di essere scrittori, al modo di essere lettori. E’ un pensiero blandamente eversivo ma niente più che ubbidiente al terrore di sentirsi messi fuori dal villaggio. E’ l’intelligenza carina che produce le trasgressioni carine, che servono solo a esibire la paura di essere normali. Che poi basta che gli dici, a me piace andare con un trans e farmi cagare in testa, per vedere sti trasgressivi defilarsi schifati e indignati. E smascherati. Sto parlando di quella cosa che non permette slanci, vere diversità, percorsi non battuti, e del coraggio di intuire che se tutte le pecore sono diventate nere io non voglio più fare la pecora nera.
E allora, non mi piace essere trasgressivo, e questa è la mia trasgressione. Anche scrivere un post che avrebbe potuto scrivere Alberoni è abbastanza trasgressivo, a pensarci, soprattutto se lo faccio io. La differenza è che io le cose le scrivo meglio, mentre lui ha il vantaggio di capire quello che dice.


278 modi per scrivere un bel post

Voglio suicidare questo blog, voglio farlo lentamente con piccole dosi di idiozia, voglio provare l’ebbrezza di avere un blog di merda anche usando la merda oppure qualche cazzo qua e là come fanno i blogger veri, quelli simpatici accattivanti con occhiolino e linguetta d’ordinanza tutto bacetti perugina e amico qui amico là e ti adoro sei un mito ma graaande, perché io ce l’avrei qualche scemenza da dire e non vorrei perdere l’occasione di lasciare un pessimo ricordo di me. Ad esempio vorrei dire, donne, ma come fanno a piacervi gli uomini, me lo chiedo spesso e non vi capisco proprio, e vorrei dire che a me non piace il congiuntivo, che l’eccesso di congiuntivo è del  mediocre che ha il timore di essere disprezzato e si lascia disprezzare da tutte quelle cacofoniche esse, sì ecco queste due cose ci tenevo a dire, e poi che vorrei provare il brivido della reincarnazione in un anonimo avatar che mi permetta di essere quell’anagramma di me stesso che tutti vogliono che sia, sì questo, e poi non so cos’altro, nascondermi nella fitta nevicata per non guardare negli occhi i gridolini isterici della platea in calore. Fare un titolo come 278 modi per scrivere un bel post è solo uno dei modi per scrivere un post di successo, nelle prossime 277 puntate vi svelerò gli altri, seguitemi e non ve ne pentirete, venite con me sul ponte dell’autostrada a vedere i fari delle macchine schiantarsi nel buio per fuggire alla bufera di estasiati like contromano. Voglio essere chiunque, avvelenarmi di scempiaggini, che in fondo è così facile trasformare un blog di nicchia in un blog di minchia, non rispondere di me stesso né dei miei neurilemmi grattugiati sui sogni della città che dorme, e sono contento di questo post di merda, che chiunque avrebbe potuto fare, anche senza travestirsi per cercare di sembrare uno come me.


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