Archivi del mese: luglio 2014

luglio sexy

luglio sexy

 

Adesso che siamo coetanei possiamo dircela la verità, non mi sei mai piaciuta, vai in giro a dire che ti amo e intanto istruisci i fianchi contro le mie mani mi guardi come se avessimo fatto l’amore dentro un’edicola ma non sei niente per me, e quelle piantagioni di idioti che hai messo sotto il divano è solo la storia di un bacio disumano che non si lascia raccontare, c’è profumo di chiuso nei tuoi occhi che mi guardano perché il tempo non è passato nell’ultima mezzora, in questa casa c’è troppa gente che non sei tu e c’è tutto agosto per darsi da mangiare, ci sono teschi per terra da prendere a calci e la vista sulla discarica di sperma quella dove ti ho trovato, e le mie urla porno che divampano dal grammofono, in questa casa non c’è un’ultima volta da quando l’ultima volta ti ho riempita di chiodi, ti ho fatta rotolare giù dalle scale ma niente ho ritrovato il tuo grugno nella piscina vuota, davanti a te mi addormento in piedi per sognare ghiacciai ricoperti dalla sabbia del deserto, e riguardo con tristezza il documentario della mia vita che brucia nel proiettore, non rispondo della mia posta infetta e sto sempre al cimitero per adorarti nel ritratto della mia bisnonna, ma essere il tuo cosmogenito non era il mio progetto, piuttosto era toglierti il tappo e lasciarti volare per la casa prima di vederti infilare una finestra aperta e perderti in quell’anastilosi di stelle che è la tua notte, torno nel mio buco a pensare che mi stai pensando, e i suoni languidi delle notifiche mi sfiorano ovunque anche se tutto è spento.

(Questa è una non poesia ispirata dalle cose che non ci sono in casa ma ancor più dalla mia bambola gonfiabile.)

qui il mio calendario sexy


il bell’incompiuto che sarei io

livigno

 

Quando ero piccolo mi piacevano quelle più grandi, diciamo le ventenni, adesso i miei gusti non sono cambiati, mi piacciono ancora le ventenni, è solo cambiato il punto da dove le osservo, ma io resto coerente. Non so cosa c’entra questo ma era per iniziare. E’ un periodo che partono dei discorsi nella mia testa e poi si fermano, io so che vorrebbero atterrare da qualche parte e riesco benissimo a far finta di non sapere dove. Allo stesso modo mi succede che mi arrivano all’improvviso le parti finali di un ragionamento, le conclusioni, senza che riesca a capire da dove erano partite, quali ne erano le premesse. È come se guardassi le cose o dall’alto o dal basso, o dall’inizio o dalla fine, il mezzo busto o le gambe.
Ieri mattina qualcuno mi ha svegliato, ed era un’idea. Erano le otto, dormivo da appena due ore e questa idea se ne è arrivata da non so dove senza nemmeno che la stessi cercando. C’è questa iniziativa di Giulio Mozzi che raccoglie poesie per farne un ebook, e il tema è Le cose che ci sono in casa. Io non sono un tipo partecipativo e non ci pensavo per niente, e nemmeno mi piace l’idea di scrivere poesie per un cavatappi o un posacenere o una maniglia della finestra, cosa che sembrerebbe inizialmente bizzarra e quindi creativa, in realtà mi fa ricordare il mio maestro delle elementari che era molto più creativo. Però arriva questa idea alle otto del mattino e mi sveglia, e mi dice che tra le cose che ci sono in casa c’è anche la bambola gonfiabile, e io non riesco più a dormire. Non che in casa mia ci sia realmente, sebbene conoscendomi potrei anche averla nascosta in passato senza ricordarmi più dove, ma mentre sono ancora nel letto mi viene in mente che in tutte le case c’è una bambola gonfiabile, tutti ce l’hanno una bambola da riempire dei loro risvegli monchi, delle loro attese senza ritorno, delle lacrime non piante. Un po’ come l’amico immaginario, solo in versione erotica sentimentale. In quale casa non c’è una persona che non si vede, fatta solo dell’evanescenza dei sogni, un fantasma col quale travestirsi da fantasma per passare le serate ricoprendolo di parole a salve mentre fuori continua a piovere sotto il lampione? La bambola gonfiabile è il tu di ogni poesia, è la musa che ci racconta la nostra vita per farcela sembrare meno impossibile. Col tempo arriviamo a perfezionare il nostro modello di bambola, a pretendere quello più costoso con il calore della pelle regolabile per ogni frangente della nostra allucinazione, costruiamo pensieri perché lei li possa pensare così che innamorati dei suoi pensieri ce la portiamo anche fuori a cena convinti che sia così vicina alla realtà da poter ingannare anche gli altri.
Piacendomi l’idea, e ormai sveglio, decido che scriverò qualcosa, oltretutto farsi notare da uno come Giulio Mozzi è sempre una buona cosa, però poi vado a leggere alcune delle poesie già inviate sul suo blog ed erano proprio brutte così ho deciso di non mandargli la mia. E per non sprecare gli appunti e tutti i pezzi di viscere che erano rimasti sparsi nella mia testa ho pensato di farne comunque una poesia nella forma del mio calendario. Non è ancora pronta la metterò nei prossimi giorni, che non è che uno si sveglia al mattino e scrive una poesia, è un po’ più complicato e ci vuole tempo, bisogna masticare digerire vomitare scattare delle foto parlare da soli sperando che la bambola risponda, gonfiarla sgonfiarla e metterci un po’ di enigmistica. Quindi quando vedrete il mio prossimo luglio sexy pensate alle vostre bambole gonfiabili, e per convincervi meglio che si tratta di poesia e farne dei versi dovrete solo interrompere le righe a un certo punto prima che arrivino in fondo, cosa che io non faccio ma che potete fare voi, non importa dove, come viene meglio all’occhio più che altro, perché la poesia è sì un problema anche di metrica ma soprattutto credo di ipnosi, seduzione e di vocabolario sensoriale, la metrica sta nel ritmo emotivo delle immagini e del linguaggio, gli accenti e il numero delle sillabe si posizioneranno poi da soli se le orecchie e qualche altro organo funzionano. Tutto questo è effettivamente abbastanza sexy. E mi fa pensare che le mie riflessioni a metà sono un po’ come i versi che per poter diventare poesia non arrivano in fondo alla riga, e lasciano quel po’ di vuoto bianco che ti fa credere che c’è altro, entro cui puoi sperare ancora, e così allora penso anche che mi piace essere sconnesso e mutilato e incompiuto e anche sollevato dall’obbligo di trovare una relazione tra le macerie del mio corpo.
E infatti questo bel discorso non spiega cosa c’entri il fatto che mi piacciono le ventenni, forse era solo per dare un’età alla bambola o meglio ancora un vago sapore d’illusione all’aria che la gonfia, o accarezzare quel mio sentirmi sempre fuori posto, o troppo piccolo o troppo grande, sempre troppo qualcosa, non so, di solito gira e rigira arrivo a una qualche conclusione e i conti riesco a farli tornare, ma ora niente, e se prima era servito per iniziare adesso mi serve per finire, e questo intanto me lo faccio bastare. Come la bambola, appunto. E forse è quello il nesso. È solo uno dei tanti pensieri a metà, delle tante mie vite a metà, fatte di aria a volte rarefatta come quella dei tremila metri sopra cui far penzolare un piede.


l’assassino non aveva la barba

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Stamattina mi sono successe due cose, la prima è che appena sveglio mi sono fatto la barba, cosa che tutte le persone normali fanno ma a me non era mai capitato, faccio la barba quando capita e mai al mattino, piuttosto a notte fonda, chiedete ai vicini che quando sentono il mio rasoio che sbatte sul lavandino ormai non si allarmano più, niente è solo il pazzo che si fa la barba dice lui alla moglie, ma sono le tremmezza dice lei, domani gli parlo io dice lui, e continuano a dormire. La seconda cosa è che esco prendo la macchina e dopo una curva un uccellino mi saltella improvvisamente davanti, io non posso più fare niente ma so che gli uccellini fanno così si divertono a scappare via dalle macchine all’ultimo momento. Guardo nello specchietto per vedere che non è rimasto niente sulla strada invece una cosa nera è là per terra immobile, non è possibile, tentenno e non riesco a fermarmi subito, quando posso accostare sono lontano quasi un chilometro e comincio a camminare veloce, e perché veloce poi, mica posso chiamare un’ambulanza, sento il peso della colpa su tutto il mio futuro, penso allo stormo che lo aspetta per le sue evoluzioni e che oggi chiude per lutto, cammino contromano e penso che dovrei scrivere qualcosa su questo pensare contromano, e che non scheggerà più le foto dei turisti, perché gli è venuto in mente di fare quel gioco proprio con me, io che sono un assassino, non sono normale io, tanto più così sbarbato, forse non sapeva giocare a volte se non sai giocare muori, e l’assassino si fa sempre la barba prima di uccidere. Quando arrivo alla curva rallento il passo, c’è una cosa nera in mezzo alla strada, e adesso si muove, è l’ala e il vento che beffardo la fa ancora volare, ma il resto è schiacciato sull’asfalto, come posso guardare il mio delitto così in faccia, guardare la sua vita a cosa sarebbe stata senza quel boia che ha l’identikit del mio viso, crudelmente sbarbato e triste, non sembra nemmeno più un uccellino, passare sotto la mia ruota lo fa sembrare quasi una foglia, mi avvicino ancora, sembra una foglia, la gente mi guarda in mezzo alla strada girare intorno a una foglia, pensano che non sono normale, adesso lo vedo bene, è una foglia, faccina che sorride, respiro, una macchina mi suona ma io respiro, un uccellino sta volando in qualche cielo, e anch’io in qualche cielo sono una persona normale.


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