ostaggio di me stesso

ostaggio di me stesso

 

Non riesco più a vedere storie dentro di me forse vorrei solo fare foto a donne sedute sul water o ricevere telefonate minatorie, sono le cinque del mattino, mi metto sul balcone in piedi contro il nord, la sfumatura delle montagne sul fondo, il frastuono degli uccelli, io da quando sono diventato un delinquente conto solo quanto manca a diventare ostaggio di me stesso, mi vedo spiaggiato e accerchiato da bagnanti che fanno video con crudeltà, mentre io voglio solo essere un vecchio con la badante bionda e piena di rossetto e portarmela in strada e ridere, in due è come essere soli non voglio più uccidere non c’è più gusto ogni cosa succede di notte, l’odore indecente dell’estate, un anfratto di giugno dove le donne sono in disuso e piangono per diventare belle. Può darsi che prima di domattina avrà un senso, viene da molto distante, sotto la linea dell’orizzonte per risolversi in un tenero abuso della luna e poi c’è forse da suonare un pianoforte bruciato e abbandonato, c’è forse da procurarsi un suono insopportabile e respirare intere mongolfiere di piacere.
L’ho lasciata in una pozza di sangue sul pavimento della cucina, giorno dopo giorno continua a fare cuori con la plastilina, a volte mi sembra che succedono tante cose intorno a me, a volte mi sembra che non succede niente, un gatto che ti salta addosso, un uomo che impreca poco lontano, penso che dovrei imparare a morire un po’ alla volta, un po’ alla volta riempire il cielo di gomme da masticare, vagare con passi falsi come quando sono finito in quel posto dove una ragazza si spogliava ma sotto aveva un altro vestito e quando se lo toglieva ne aveva un altro e continuava a spogliarsi ma era sempre vestita e allora mi veniva da pensare agli orti affacciati sulla tangenziale mi veniva da pensare che l’universo è come noi, a un certo punto l’ultimo barlume di luce si spegnerà, e sarà morto, è uscito il sole, vado a liberare i palloncini.


108 foto

5 febbraio

 

Qualche tempo fa, 16 gennaio, ho pensato che l’inverno se ne stava andando, ho un problema con gli addii, con tutto quello che non sarà più, è anche vero che in cambio sarebbe arrivata la primavera. Per me la primavera sono le grandi classiche di ciclismo e l’allergia, che non è un modo dislessico di dire allegria. Stavo davanti agli alberi rinsecchiti e non riuscivo a capire certe cose del mondo e del futuro e ho pensato che se facevo una foto tutti i giorni avrei chiuso il tempo dentro un trucco, così che non sarebbero mai potuti diventare rigogliosamente verdi come vuole la stagione. Il 5 febbraio ha nevicato, e questa è la foto, e tutto era tranquillo, davvero pensavo che l’inverno sarebbe stata l’unica stagione per quest’anno. Mi piaceva vedere come cambiava il cielo ogni giorno. Poi tutto è diventato verde in modo improvviso, quasi che non ci si potesse credere. Per convincermene ho messo tutte le foto su flickr, dove si può vedere benissimo come la natura è violenta. Impietosa. E il 3 maggio ho smesso di fare foto, perché ho capito che non c’era più niente da fare.

Qui le foto


sono un ladro

bn2

 

Sono seduto sulla panchina, un vecchietto di fianco, fragile, più di ottanta, posso guardarlo senza sbirciarlo perché lui è raccolto in se stesso e non mi vede, immobile che sembra fissare la fontana ma non si sa se la vede o non la vede l’acqua che gli rimbalza davanti agli occhiali, penso ai suoi pensieri e mi viene in mente solo la distanza dai miei, wi fi, color correction, skype… temo che mi suoni il cellulare, non voglio distrarlo dalla sua distrazione, strattonarlo nel presente di questa malinconica panchina, poi ecco la suoneria irrompere come un megafono, ma con una canzoncina che non riconosco, non è il mio e siamo solo noi due nella piazza e questo significa che non ho capito niente di lui. Lentamente porta la mano alla tasca senza cambiare una virgola della sua faccia, fa un po’ fatica ma poi riesce a portarlo all’orecchio e dice pronto, non so se essere deluso dal suo rifiorire improvviso, e poi ancora pronto, alza la voce e ripete pronto pronto, io sento il cellulare che continua a suonare, c’è qualcosa che non va, l’acqua della fontana mi invecchia, pronto, pronto, mi avvicino e vedo che sta cercando di parlare al portafoglio, provo a dirglielo, faccio per prendergli il cellulare dalla tasca con delicatezza, ma lui si scansa spaurito e mi guarda come un ladro, si allontana continuando a dire pronto al portafoglio, c’è un tuono mentre attraversa la piazza e io penso che metterò questa scena nel mio prossimo film quando l’oscar non mi farà più così schifo e vorrò vincerlo, vecchiaia tecnologia futuro passato incomprensione solitudine angoscia fragilità rimpianto, c’è tutto, posso vincerlo.


l’importante è che la vita ci trovi morti

parcheggio

 

Sapevo che aveva un problema di salute e non mi ha sorpreso quando mi avevano detto che era morto, ma la vera sorpresa è stata al suo funerale quando tra le solite facce addolorate e gli abbracci e gli occhi lucidi mi si avvicina proprio lui, e dopo un breve capogiro mi riesce di dirgli solo ma allora non sei morto, e lui dice no perché? Niente avevo capito male, meglio così, e dopo un altro po’ di imbarazzo lo rassicuro sul fatto che questo equivoco almeno gli da la certezza che al suo funerale io ci andrò, ma lui dice sì certo a meno che muori prima tu, beh sì dico io, e ci resto un po’ male perché una cosa è quando muoiono gli altri un’altra è quando muori tu c’è una bella differenza. Comunque già che ero lì a quel punto ho approfittato per fare alcune riflessioni sulla morte e ho realizzato che in fondo la facciamo diventare noi così insopportabile, sono le modalità che la rendono indecente, la bara che già è tanto triste e stridente quando è vuota figurarsi quando è piena, e l’idea che ti mettono sopra tutta quella terra tutta quella solitudine, se l’organizzassimo meglio la morte sarebbe tutta un’altra cosa, ad esempio costruire delle ville in montagna e mettere lì i corpi lasciandoli liberi di andare da una stanza all’altra e di guardare dalle finestre, oppure se proprio se ne deve fare un problema di igiene allora li mandiamo nello spazio piuttosto, che non lo puoi sapere magari la natura aspetta solo questo sviluppo del big bang, quei nuovi corpi celesti fluttuanti nello spazio cosa diventerebbero in balia delle leggi dell’universo, stelle pianeti o altro che ancora non possiamo immaginare… ma il morto allora chi è chiedo al mio amico, ma non lo trovo, lo cerco intorno, sembra sparito, ecco piuttosto sparire, voglio essere cremato, e potendo scegliere, crema al cioccolato grazie.


ogni cielo nero ha bisogno di una collina bianca

Non mi piacciono le videopoesie, di solito sono una palla, però ne ho fatta una, che forse è una palla, o forse no…

il testo è qui

 

 

 


il cielo sa quanto pesano le stelle

 

white-cow-10790_640

 

Andare a dormire è una sconfitta, riconoscere che la giornata è finita e arrendersi, il sonno disperderà le illusioni che il risveglio non troverà più, i primi uccelli che cantano, la ventola del computer che fa discorsi insensati alle macchine parcheggiate di sotto, dobbiamo essere feroci se non vogliamo morire, ma ci sono ancora le veline che ballano con entusiasmo? Il sole appena alzato si è andato a mettere dietro le nuvole, quanto tempo ho per prepararmi a sparire, entrare nella moviola a occhi chiusi e guardarmi nascosto dietro un muro, perquisire quelle scene bagnate di pioggia violacea, scandagliare i paesaggi di un destino senza uscita, non posso rispondere di quello che faccio nei sogni degli altri. La mia sfortuna è che sono fortunato e continuo a leggere quel cartello, vietato sedersi sui gradini. Un’ora fa ad esempio sono stato a farmi un giro in montagna con renato rascel, non faceva nemmeno tanto freddo, guardavo il cielo, il cielo sa quanto pesano le stelle, e io devo fare la guardia al mondo, aspettare un fulmine che rischiari il paese per vedere che sta andando tutto bene, che è solo nostalgia del futuro quella che mi prende appena vedo un letto e una finestra rinfacciarsi l’aria fresca del mattino.

 


bozza del discorso per quando mi daranno il nobel

 

tumblr_msj2jpn07Y1sfie3io1_1280

 

Signori ascoltatemi, io sono quello che ha inventato trenta giorni a novembre con april giugno e settembre ma non lo sa nessuno perché quando l’ho sussurrato tra me e me per la prima volta tutti stavano guardando la luna che si spostava per non farsi mirare dal missile. E però adesso ve lo spiego meglio chi sono, sono uno che non gli piace la democrazia. La democrazia concede un voto allo zotico ignorante tanto quanto a un plurilaureato, e io penso sia sbagliato che i due voti debbano avere lo stesso peso, perché non può essere che siamo tutti uguali, non di rado infatti succede che lo zotico sia molto più saggio del laureato. E allora ecco la mia proposta, tutti nudi con la testa coperta da un qualche burqa perché così non ci sarebbe da vergognarsi di niente una volta che hai messo al sicuro la faccia. Solo corpi nudi in giro per le strade e nei negozi e negli uffici, solo carne sormontata da un cappuccio, sotto il quale immaginare una scrofa o un bovino un beota o un angelo custode. Nessuno deve potersi guardare in faccia e negli occhi e vedere le lacrime di chi piange ma consolare solo il suo corpo, consolarlo con le mani e con gli sguardi del bovino, niente baci solo mani, percorretevi le pelli, estirpatevi i peli, lasciate scorrere le vostre utopie che hanno l’odore del terriccio incolto, specchiatevi nei muscoli dei malintenzionati, urlate, azzannate, rotolate, assaltate le rovine. E solo alla sera nascosti nelle nostre case potersi rivestire, mettersi a letto e cantare la preghiera del criminale felice. Ogni illusione che sia punita e ogni risveglio che si affacci a vedere luoghi dove sia vietato parlare inglese, paesaggi in bianco e nero con un pianoforte a celebrare il potere dell’olfatto, e il selvaticume dei vostri pensieri spanderlo sopra un agosto senza fine. Tutti i vocabolari televisivi saranno bruciati perché per capire chi sei non devo interpretare i tuoi pantaloni o le tue scarpe, e allora sì che il linguaggio del corpo non sarebbe solo uno sfizio, e una volta che fossi riuscito a instaurare questo regime io me ne starei a casa, perché non voglio dire niente al mondo, nemmeno se fosse il premio della mia ultima lotteria vincente. Non c’è qualcosa che mi preme di dire, non ho la necessità di urlare un bisogno, solo osservare il calendario stare fermo sopra il muro, e se il consiglio ha deciso che non vi piaccio, bene, si liberano delle sedie allora.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 274 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: