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le cose sono così e basta

io-e-il-muro

Nello specchietto l’estate è come allora, le macchine distorte sbucano dalla curva cieca, fingono di scontrarsi e se ne vanno verso altre disgrazie. Quando ero alto un metro si vedevano anche le nuvole, e non era solo un fatto di prospettiva, da bambini si vedono sempre più cose. Dissi che bisognava fare una foto alla specchio, ma poi mi allontanai dall’incrocio, intimidito da quell’azzardo. A scuola c’era un premio per la migliore foto, e io cercavo di capire quale fosse la migliore foto, il mio amico non si faceva questo problema, infatti credo che adesso sia un manager in una multinazionale. Fare una foto era ancora una cosa seria, non solo per via della pellicola ma anche perché di macchine ce n’erano poche e con quelle poche non si poteva nemmeno telefonare. Quella che ci avevano prestato scadeva alla sera, dopodiché sapevamo che non avremmo più potuto schiacciare quel bottone prodigioso per molto tempo, così giravamo il paese incerti se cercare dei colori che disegnassero un ricordo o trattenere il respiro ascoltando il battito metallico del clic che prendeva la forma di un desiderio. Tutti gli angoli più conosciuti non li conoscevamo più, diventavano un’altra cosa, con quella macchina in mano tutto sembrava emergere da un mondo nero che appariva distante ma che era dentro la nostra testa. Mi piaceva l’idea che una foto è come una morte, ma col vantaggio che puoi continuare a vivere.
All’incrocio ci guardammo nello specchio, deformati dentro un’onda di caldo deformata, io ero quello che stava per imparare qualcosa della vita, il mio amico quello che rideva. Tutte le foto sembravano belle, ma subito dopo sembravano brutte, così non ne avevamo ancora fatta una, e forse c’era anche un po’ di pudore. Bisogna fare una foto allo specchio sussurrai ancora, ma me ne andai perché una foto non è un gioco, sebbene poi per tutto il pomeriggio il mondo senza il riflesso dello specchio mi sembrasse insignificante.
Così non trovai la foto migliore. Il mio amico invece sì, senza pensarci troppo approfittò della mia esitazione e sghignazzando fece la foto allo specchio. Io ne feci alcune che non mi piacevano. E lui vinse il premio con l’unica foto che non avevo avuto il coraggio di fare. Ma una ricompensa l’ebbi anch’io, perché avevo capito molte cose.
A distanza di anni mentre il mio amico guarda la città dall’alto del grattacielo dove s’affaccia il suo ufficio io sto aprendo un blog di foto, e questo mi fa pensare che non sono così sicuro di averne capite tante di cose. Però ho capito che quello che mi piace in una foto è il silenzio, una foto non fa rumore, ed essendo in silenzio parla a tutto il mondo senza le catene di una triste grammatica.
Il blog lo trovate qui, c’è una sola foto, è la prima di qualcosa che vorrei raccontare, il titolo che ho scartato era, le cose forse come non sono, ma ho avuto il dubbio che le cose sono così e basta. Chi vuole farsi fotografare me lo faccia sapere, io vengo, l’uccido, e faccio la foto, perché adesso so sempre qual è la foto migliore, non c’è più uno specchio che mi fa paura, schiaccio il bottone quando ho fame.
C’è un flauto che suona in un sabato sera mentre un cancello si chiude lampeggiando, non mi piace che le cose cambiano che la vita continua e si trasforma. Quando sono in città a volte scappo in una chiesa per non sentire più rumore. Poi penso che niente è più inviolabile della mia presenza.
In fondo una foto è solo una manciata di pixel morti.

storyboarderline è qui

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4. prima o poi troverò un titolo per questa storia (fare foto per prati)

E questo cos’è? Incuriosito feci per alzarmi ma lui voltò il display della macchina verso di me. Ah questo, sì è il mio gatto, non ho mai cancellato queste foto, sono lì da qualche anno, cose vecchie. Ha un aspetto orrendo il suo gatto. Sì perché era morto, risposi. Il commissario mi fissò. Ma non l’ho ucciso io, precisai, era il mio gatto, tutta la mia vita. Ne ha fatte parecchie di foto al suo gatto, certo fanno impressione, è annegato? No è bagnato perché è rimasto nel freezer una settimana aspettando la cremazione. Credevo che con il suo lavoro non le facesse impressione più niente. Gli altri si erano avvicinati e guardavano il mio gatto che era dentro il cellophane azzurro, chissà cosa pensavano dei suoi occhi liquefatti e del suo pelo elettrico. E della mia innocenza e del mio sorriso un po’ scemo che avevo adesso per affrontare quello strano silenzio che si era fatto. Se avessi avuto qualcosa da temere avrei cominciato a preoccuparmi, ma io avevo solo trovato il corpo, che se fosse stato un manichino a questo punto sarebbe stato meglio per tutti, la stavano facendo troppo lunga. E questo? La bocca del commissario restò socchiusa e c’era solo il rumore di una stampante che veniva dall’altra stanza. Mi alzai e feci il giro della scrivania raggiungendo gli altri che spalancavano gli occhi sul display della mia macchina, e poi dissi ah sì, quella è mia nonna. Non c’era niente di male ad averla fotografata quando l’avevano riesumata, in fondo non l’avevo mai vista da viva, e non ce la facevo a cancellarla mi sembrava di ucciderla così, per cui le foto erano rimaste in memoria, come lo sapevo io che un giorno mi sarei trovato in quel prato dove tutti si sarebbero voluti trovare e poi mi avrebbero perquisito le foto e il commissario mi avrebbe guardato in quel modo come a dire che uno più uno cominciano già a fare due, come lo sapevo, non posso inventarmi alibi prima di sapere di aver commesso un delitto, che poi potranno anche pensare che sono un tipo strambo, e cosa ci sarà mai di strambo quella è la legge dei cimiteri tirar su i morti di tanto in tanto, ma da qui ad avere in mano le prove li voglio vedere. Ci può lasciare la sua macchina fotografica? disse il commissario. Aveva la faccia molto curata, e secondo me bazzicava spesso dalle parti di Lugano. Come volete, di certo non andrò in giro per prati a fare foto in questi giorni.

(4 continua)

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