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il cielo sa quanto pesano le stelle

 

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Andare a dormire è una sconfitta, riconoscere che la giornata è finita e arrendersi, il sonno disperderà le illusioni che il risveglio non troverà più, i primi uccelli che cantano, la ventola del computer che fa discorsi insensati alle macchine parcheggiate di sotto, dobbiamo essere feroci se non vogliamo morire, ma ci sono ancora le veline che ballano con entusiasmo? Il sole appena alzato si è andato a mettere dietro le nuvole, quanto tempo ho per prepararmi a sparire, entrare nella moviola a occhi chiusi e guardarmi nascosto dietro un muro, perquisire quelle scene bagnate di pioggia violacea, scandagliare i paesaggi di un destino senza uscita, non posso rispondere di quello che faccio nei sogni degli altri. La mia sfortuna è che sono fortunato e continuo a leggere quel cartello, vietato sedersi sui gradini. Un’ora fa ad esempio sono stato a farmi un giro in montagna con renato rascel, non faceva nemmeno tanto freddo, guardavo il cielo, il cielo sa quanto pesano le stelle, e io devo fare la guardia al mondo, aspettare un fulmine che rischiari il paese per vedere che sta andando tutto bene, che è solo nostalgia del futuro quella che mi prende appena vedo un letto e una finestra rinfacciarsi l’aria fresca del mattino.

 

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istruzioni per quando ci si ritrova sepolti vivi

Jindrich Streit

 

A tutti può capitare di ritrovarsi sepolti vivi, vuoi per un disguido, un equivoco o un disegno di qualcuno che non ci vuole bene, compresi noi stessi. Quando ci si ritrova sepolti vivi è importante restare calmi e pensare che ci sono molte cose che si possono fare. Innanzitutto tastate con le mani intorno a voi, qualcuno potrebbe aver provveduto ad installare da qualche parte un pulsante di sicurezza, e colui che a tutti era parso un folle allucinato diventerà la vostra salvezza. Se non lo trovate intanto prendete atto che quello dove siete è un rifugio sicuro e irraggiungibile, non dovrete temere nessuna guerra da lì, e se avete problemi con la giustizia nessuno vi troverà mai. È un pensiero assurdo, ma alla mente certi pensieri insensati spesso risultano adeguati, perché la mente ha delle regole sue con le quali è in grado di costruire realtà che non fanno parte di questo mondo. Proprio per questo la procedura prevede che cerchiate intanto di capire se è solo la vostra testa ad essere sepolta quando in realtà il vostro corpo se ne sta tranquillamente a prendere il sole da un’altra parte, che sia solo paranoia cioè, e nel caso potreste considerare l’eventualità di un risveglio, perché checché se ne dica il famoso potere della mente è ben poca cosa se il corpo non è in grado di assecondarlo, almeno fintantoché state in questo mondo.
Dovete evitare di pensare al futuro, al contrario pensare al passato può servire, un po’ come guardare la televisione, bisogna pensare che a qualcuno possa venire in mente in qualche parte del mondo che tu sei lì sepolto vivo e che allarmi tutto l’allarmabile per venirti a trovare ed è necessario altresì essere fiduciosi del fatto che sia creduto. Perché la speranza non venga meno occorre individuare degli appigli o incidenti nella vita che continua sopra di voi che possano portare anche solo per pura fortuna a scoprire la vostra condizione. Pensate a tutte le persone che conoscete, anche quelle che avete incontrato una sola volta, e cercate di capire, di intuire o di inventare un qualche motivo per cui qualcuno di loro possa venirvi a cercare, e attaccatevi a questa idea come un lupo che ha fame, e arredatela al meglio nella consapevolezza che spesso la realtà risulta di gran lunga molto più appagante della fantasia.
Del resto quante volte siete stati sepolti vivi dentro un’idea impossibile, quante volte avete provato l’impotenza di parlare a qualcuno che non voleva sentire, quanti sogni avete fatto senza alcuna possibilità che fossero altro che sogni dai quali scappare. Convincetevi che la situazione in cui vi trovate non è poi così distante dalla precedente, e se prima non ve ne siete accorti adesso vi verrà più facile mettere a fuoco che un po’ di terra piovuta da un badile non può fare una gran differenza. La vostra vita è sempre stata scandita da galere e sepolture. L’esistenza è una prigione e da quando siete nati siete sempre stati aggrappati alle sue sbarre. E prima ancora tutti siamo stati sepolti in una pancia. È questione di abitudine, ci si abitua a tutto. Il mondo stesso, i pianeti e anche tutto il cielo è imprigionato dentro le sue leggi, e non ne può uscir fuori. Avete mai sentito urlare una stella disperata?
Uno dei metodi che ho individuato per tenere lontani i pensieri cattivi è quello di mettersi a contare senza porsi un numero finale, una meta, ma lasciarsi trascinare verso l’unica destinazione possibile dell’infinito. Un’altra cosa bella da pensare è realizzare che appena due metri sopra di voi c’è la vita con tutte le sue storie e i suoi colpi di teatro, potete immaginarvele camminare e recitare sopra di voi e valutare che se ne siete due metri sotto tutto sommato non è poi la fine del mondo, pensate a due innamorati quando stanno lontani centinaia di chilometri, e per voi non sono che due metri soltanto.
Essendo al buio non vi sarà difficile immaginare una notte stellata e pensare alla grandezza dell’universo, e a quanto poco interessi all’universo della vostra angoscia, della vostra piccola storia di sepolto vivo, e rendetevi perciò conto di essere già qualcosa di inesistente per l’universo, e che in fondo lo sareste lo stesso inesistenti anche se foste due metri sopra. Questo è un pensiero che verosimilmente avrà già segnato i momenti più critici della vostra esistenza sopra la terra, ma fatto sotto può essere molto utile. Quindi restate il più possibile con i vostri pensieri e le vostre trepidazioni miliardi e miliardi di anni luce lontano, in quella parte di eternità dalla quale è difficile ricordarvi di essere sepolti vivi.
L’unica cosa che potete fare è pensare, sì potreste anche urlare ogni tanto, ma solo per scaricare tensione, che non si è mai visto che uno urla da sottoterra e lo sentono. E allora pensate, pensate. Pensate che se siete sepolti vivi è perché probabilmente vi hanno creduto morti, per cui come siete morti una volta potreste in breve tempo morire una seconda, potrebbe trattarsi di un ritorno alla vita temporaneo, beffardo ma in questo caso risolutivo, e anche questo è un pensiero che può aiutare.
Un altro trucco è immaginare che vi state svegliando da un brutto sogno, ma aspettate a svegliarvi, continuate ad aspettare fin che potete, sognatevi il vostro brutto sogno senza schiacciare mai il pulsante del risveglio. Mai perdere la speranza, mai pensare all’aria che verrà meno, piuttosto inventarsi storie di mare o di aperta campagna, o di volare nel cielo. Come le ballerine catturate dai quadri, dovete solo dipingervi una scena intorno.
Ma una cosa che dovrete assolutamente fare sarà immaginarvi il mondo che verrà, perché è molto probabile che sarà proprio come voi lo volete. Siete come un astronauta sepolto nella sua capsula spaziale ma destinato a un altro mondo probabilmente meraviglioso. E quindi immaginatevi di fare l’amore in ogni posto del mondo, con ogni donna e uomo del mondo, in ogni piega del mondo e in fronte ad ogni paesaggio del mondo, con tutte le parole e i silenzi del mondo. Anche se il mondo non sarà più questo.


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che sarebbe potuta anche non venire all’ultimo momento, e a dire il vero un po’ se l’aspettava. E non era niente che riguardasse il suo futuro, dato che propositi non ne aveva. Era piuttosto il riflesso improvviso di un’esistenza che non poteva che essere inconsapevolmente legata ai pesci che guizzano, alle fronde che sussultano, alle gocce di pioggia che rimbalzano sull’asfalto, alle nuvole. Il brutto sogno si era dissolto nei bagliori pigri di un’alba forestiera, ed ogni pensiero, ogni idea già risplendeva nell’aria tersa dell’inverno. In una realtà parallela il suo corpo inanimato era ormai stato recuperato ed ora giaceva sulla tavola dell’obitorio senza che nessuno, e men che meno lui stesso, si adoprasse per il rituale riconoscimento.

tratto dall’ebook che puoi trovare qui

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movimenti ripidi degli occhi. 5

La donna si era svegliata quando ancora faceva buio, si era spogliata ed era andata a sparire da qualche parte nella casa. L’uomo, dopo che ebbe finito di sognare un treno che correva su un lago secco, si era sollevato dal letto di soprassalto e aveva attraversato le luci sottili della strada, aveva intravisto la donna dormire nella vasca da bagno, e si era seduto su quella sedia dove ogni mattina cercava di capire se essere felice oppure no. Pioveva. I passi della donna varcarono la penombra come fossero bagnati. Era nuda, ma quello era il suo vestito e la sua bugia, era come quando l’aveva trovata sopra uno scoglio e non sapeva come sfiorarle la schiuma che la ricopriva. Andò a sedersi sul tavolo e aprì le gambe in modo che l’uomo restasse in contemplazione davanti a quel suo panorama incolto mentre lei distrattamente guardava alla finestra i primi lontani chiarori dell’alba. Lui sentiva l’odore di caffè che avevano le sue gambe, e pensava che se solo avesse potuto distinguere la pioggia dai suoi occhi forse avrebbe potuto anche provare ad amarla.


un pomeriggio

 

Per uno di quegli strani fenomeni meteorologici che non so spiegare, a volte dalle mie parti succede che quando la temperatura sale oltre i 35 gradi nevica. E allora è bello prendere uno di quei sentieri che tagliano le distese dei prati e guardare il paesaggio sbiadire sotto i caldi fiocchi estivi. Ero uscito senza scarpe perché so che la cosa più bella è lasciare le impronte dei piedi nudi sull’erba appena imbiancata. E poi ci sono i cani lontani da ascoltare e le creme solari che il vento sospinge da annusare, e c’ero io che facevo brum brum con il mio motorino invisibile sfrecciando nella calura addormentata. Finché accidentalmente arrivai davanti a quel bosco dove un giorno avevo fatto cose indimenticabili che però ormai mi ero scordato, ed era l’unica cosa che restava da fare in quel pomeriggio, godermi le sue ombre e i suoi ricordi. Ma la triste realtà si fece largo sotto la nevicata e io ritornai in me e desolatamente capii che non potevo entrare nel bosco perché non avevo la password. I miei tentativi patetici di inventarmene una inesorabilmente fallirono uno dopo l’altro, e al contempo la mia voglia di vedere il bosco diventava irrefrenabile. Così tornai a casa con l’intenzione di mettermi al computer e cercare immagini di boschi, che non era la stessa cosa ma era meglio di niente. Ne avevo bisogno, e in qualche modo avrei placato quella smania inspiegabile. Entrando in casa vidi che c’erano 37 gradi ma nella mia stanza non nevicava e mi venne in mente una cosa. Una cosa, sì. Ma certo! Adesso che ci pensavo io un giorno quel bosco, e mi sembrava una follia senza senso, l’avevo ripreso, ed ora nel mio computer c’era un bel video che era rimasto lì tanto inutilmente ma che adesso sembrava far tornare tutti i conti con la mia vita le mie preghiere e le mie allucinazioni. A volte devo proprio dirmi bravo per come riesco a far passare il tempo appassionandomi alle cose più futili e senza alcun costrutto. E a volte sono felice. Altre volte sto a guardare la neve alla finestra. Non so voi, ma il mio computer ci mette una mezzora prima che sia acceso, e in quel caso sembrava l’estate intera. Che poi non serviva nemmeno che si accendesse, se era per scoprire che io quella volta ero così affascinato da quel bosco, così estasiato dall’idea di tenerlo dentro il mio computer, che mi venne una paura illogica, una gelosia, un pudore, non so perché ma lo volevo tutto per me e nessuno l’avrebbe dovuto vedere perché era il mio bosco, e così pensai che dovevo proteggere in qualche modo quel sentimento, difenderlo da chissà quali pirati, e così, sì, è proprio così, perché fosse inaccessibile ai fantasmi ci avevo messo una password. Che adesso non ricordo. Sono triste, mi sdraio sul letto, e in una spirale veloce di pensieri mi addormento. E in un attimo, il tempo di vedere la neve sui prati, di seguire le mie orme, di intuire i bagnanti nella sterile lontananza della campagna, in quell’attimo sono nel bosco. Ci sono foglie e uccelli e baci, e corridoi dentro i quali vedo scene che forse un film ruberà. E un tramonto non basta per farmi svegliare. E il buio della notte non basta per stancarmi di guardarlo, fino allo sfinimento del mattino, quando mi è impossibile svegliarmi, e ogni sforzo è vano perché il problema a quel punto è che ci vuole una password per uscire da quel sogno. I cani finiscono la loro corsa davanti a me, e ansimando mi dicono, la password è bosco. Non era difficile. Mi sveglio, e adesso so che anche voi avete visto il mio bosco, ma è facile sapendo la password. Guardo fuori, tutto è ricoperto di neve.


tutti sognano io no

 

Stanotte quando stavo per mettermi a dormire un uomo è entrato nella mia stanza e senza darmi il tempo di spaventarmi mi ha detto mi scusi, ha preso la sedia e l’ha portata fuori. Non sembrava proprio avere cattive intenzioni, quindi sono rimasto a guardarlo, entrava e usciva dalla stanza svuotandola un po’ alla volta. Poi entrò con un altro uomo, al quale diede ordine di togliere le tende, mentre un altro con la tuta saliva sulla scala per smontare il lampadario. Proprio adesso che sono stanco e voglio andare a dormire deve arrivare tutta questa gente? pensai. La stanza ben presto non fu più che quattro muri miseramente bianchi. L’uomo che comandava i lavori si affacciò alla finestra, fece un fischio e poi mi disse di stare tranquillo che andava tutto bene. Arrivarono altri uomini, misero dei tappeti e colorarono i muri di verde e giallo, altri portarono oggetti vari e indefiniti tanto che io non riuscivo a distinguere se volessero farne una sala operatoria o un’officina. Il nuovo lampadario però era indiscutibilmente settecentesco. Montarono anche uno schermo enorme dal quale uscirono fuori uccelli a forma di gatti neri che presero a volteggiare nella stanza. Dal soffitto piovve un tuffatore che si infilò nel pavimento, e quando qualcuno cercò di applaudirlo fu subito accoltellato. Il sangue zampillò come una fontana che spruzzò la stanza e tutti i presenti di piccole macchioline rosse. Un grasso soprano approfittò per farsi una doccia intonando un vocalizzo, e più si riempiva di sangue più il suo acuto diventava stridente. Entrò un maiale con in groppa un bambino che rideva alla follia. L’enorme schermo rimandava una foresta e il rumore sensuale della sua sinfonica pioggia. E c’erano due donne, quella nera urinava davanti a me, quella bionda sorseggiando un cognac voleva improvvisare una poesia, ma in quale lingua? Un sommozzatore si affacciò alla finestra bussando contro il vetro. Io ero inaspettatamente seduto su un trono, e avevo sempre più sonno. Il maiale calpestava popcorn, aveva al collo un grosso orologio che girava velocissimo. L’assassino era scappato e tutti fecero improvvisamente silenzio per stare ad ascoltare la foresta. Che sonno avevo! Ragazzi dissi, è il vostro sovrano che vi parla, è ora di andare a dormire. Rimisero tutto a posto in un baleno. Per ultimo il direttore dei lavori riportò la mia sedia al suo posto, là dove mi dava modo di riconoscere la mia stanza, quella di tutti i giorni e quella di tutte le notti. Anche il profumo di fragola era svanito. Così finalmente potei mettermi a letto, con la speranza di potermi infilare in qualche buon sogno. Stamattina però quando mi sono svegliato fui deluso di non avere sognato niente, o forse come si dice, di non ricordare nessun sogno. Fortunato chi ricorda i sogni.

 


frames 4. non erano ragni

Stamattina mi sono svegliato con il residuo di un sogno incollato sulla pelle, come una ragnatela. Qualcosa di appiccicoso che faceva un rumore ruvido quando strusciavo la faccia sul cuscino. Allora ho aperto decisamente gli occhi, ho messo i piedi giù accarezzandomi le guance per togliermi quella fastidiosa sensazione. La mano affondava nella barba con un fruscìo pungente che mi ha svegliato completamente. Non erano ragni, erano peli, folti e ben intrecciati tra loro, e questo sarebbe normale se non fosse che io fino a ieri sera la barba non ce l’avevo. Ed era una barba almeno di un anno! Nessuna immagine notturna mi tornava alla mente per giustificare quella stranezza. Così me la sono tagliata, non la volevo la barba e nemmeno dovevo sfuggire a un qualche identikit. Ma poi è successo questo. Scendo, e già il giornalaio mi saluta con freddezza, come fossi un cliente occasionale, addirittura chiedendomi cosa voglio. Lo sa bene cosa voglio, lo stesso degli altri giorni. Avrà avuto i suoi crucci, penso io. Solo che poi i crucci ce li avevano anche al bar, e lì almeno tre quattro persone avrebbero dovuto salutarmi con un minimo di calore. Invece niente. Allo specchio potevo vedere il mio volto senza barba, quello solito di sempre, certo un po’ più disorientato, ma riconoscibilissimo perdio, ero inequivocabilmente io.  Ma il mio sconcerto era destinato a diventare angoscia quando arrivato in ufficio mi sono accorto che quella situazione continuava a mantenersi inspiegabilmente assurda. I colleghi passandomi di fianco sembravano chiedersi cosa ci facesse lì quell’ estraneo, nessuno li aveva avvisati di una nuova assunzione. Esasperato fermo il primo balordo che mi capita a tiro, ehi, dico, che succede? Lui mi guarda, esita un po’, e poi come rinvenendo da una stanza buia sbatte gli occhi, ma sei tu? Eh sì sono proprio io, perché? Ragazzi guardate un po’ qui, dice lui allora ad alta voce, così che tutti a quel punto si voltano e mi guardano. Eh sì è proprio lui, e un po’ alla volta rifioriscono tratti familiari sui loro volti. Sì sono io, dico. Scusa ma non ti avevamo riconosciuto senza barba, sei davvero un altro. La barba? Non l’ho mai avuta la barba. E quando tutti ridono non riesco a fare altro che assecondarli e rido anch’io. Il resto della giornata è trascorso nella convinzione che io la barba davvero non ce l’avevo mai avuta, a parte stamattina. Verso sera poi tornando a casa mi sono ricordato che oggi era il mio compleanno.  E quella sensazione di una ragnatela sulla faccia ha ricominciato a tormentarmi.

tempo


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