Archivi tag: sogni

il cielo sa quanto pesano le stelle

 

white-cow-10790_640

 

Andare a dormire è una sconfitta, riconoscere che la giornata è finita e arrendersi, il sonno disperderà le illusioni che il risveglio non troverà più, i primi uccelli che cantano, la ventola del computer che fa discorsi insensati alle macchine parcheggiate di sotto, dobbiamo essere feroci se non vogliamo morire, ma ci sono ancora le veline che ballano con entusiasmo? Il sole appena alzato si è andato a mettere dietro le nuvole, quanto tempo ho per prepararmi a sparire, entrare nella moviola a occhi chiusi e guardarmi nascosto dietro un muro, perquisire quelle scene bagnate di pioggia violacea, scandagliare i paesaggi di un destino senza uscita, non posso rispondere di quello che faccio nei sogni degli altri. La mia sfortuna è che sono fortunato e continuo a leggere quel cartello, vietato sedersi sui gradini. Un’ora fa ad esempio sono stato a farmi un giro in montagna con renato rascel, non faceva nemmeno tanto freddo, guardavo il cielo, il cielo sa quanto pesano le stelle, e io devo fare la guardia al mondo, aspettare un fulmine che rischiari il paese per vedere che sta andando tutto bene, che è solo nostalgia del futuro quella che mi prende appena vedo un letto e una finestra rinfacciarsi l’aria fresca del mattino.

 

Annunci

fare l’alba, disfare sogni

alba

 

C’è un aereo che parte tra poco. Non faccio mai quello che penso di fare per cui ho lasciato la luce accesa. Quando torno prenderò un appartamento, sì voglio sposarmi. Camminiamo? Così mi potrai chiedere se ti cercavo, e io, cosa hai fatto in questi giorni? e tu, ha piovuto continuamente. Questa è la chiave e quella è la fioraia, sono io, non ti ricordi di me, dei miei fiori, come potrei dimenticare anche ciò che non è mai esistito, dimenticare la mia inesistenza floreale, aspetta là dietro però, è una donna gelosa, anzi tieni vai a mangiare qualcosa, non posso lavorare se no. Non ti mando via, è una cosa urgente questo tramonto, sebbene sia solo uno dei tanti colori al mondo, ma qui sotto quest’ombra io ti posso giurare che non ti amavo e che poi mi è piaciuta la tua rabbia e il mio spavento quando facevi suonare il telefono, che se suonasse adesso sarebbe come soltanto una goccia di pioggia. Voglio essere sicuro che non vedrai nessuno, e io a pascolare maiali in un castello, in mezzo ai soldati, voglio vedere solo soldati. Il cancello dà sull’orto, lo attraversi e passi un canneto che ti porta fino ai campi, sul fondo vedrai la villa, c’è un pozzo nel giardino dove ti potrai nascondere in caso di pericolo, e lì depilarti come ha fatto quel pazzo l’anno scorso che ti ha violentata e poi ha firmato per essere il più bello il più intelligente, il migliore di tutti quelli ai quali hai gridato vattene sei un assassino. Questa notte staremo svegli, per farti soffrire quanto ho sofferto io, per rivestirti piano piano, le tue povere fiamme non possono niente e niente le spegnerà, è difficile sopraffare le guardie, difficile che io mi ammali all’idea di vedere il sangue.
Cos’altro, qualcosa che non va, se chiamate un dottore ditegli di aspettare, perché noi ci conosciamo e non ho idea di ciò che sia il freddo seduto ad aspettarlo, sono tre o quattro ore più comodo, dove c’era stato un cadavere adesso credo che avremo burrasca, quella di non sapere cosa succede, vuoi spegnere quel motore? orribile, scoppiettante come il diritto di salvarci e di chiedere aiuto. L’ho visto mentre l’uccideva e cercava di fargli capire che si può festeggiare perché siamo ricchi, e cosa cercare ancora finalmente, di incontrarlo un’altra volta che non lo conosco molto bene, oppure digli di darti un numero dove lo possa chiamare. Ma ti sei mai chiesto dove vanno, e il frammento di osso nei polmoni era la causa della morte. Ti avevo detto di chiamarmi, era urgente, finché il tramonto non era ancora tramontato, ti vorrei aiutare ma non so dove sia, tieni la bocca chiusa comunque, apri la porta e così come mi hai trovato stamattina, un corpo che squilla senza risposta, così voglio avere il tuo cuore qui nelle mie mani, perché mi piace, morire lentamente in un buco della roccia dove non possono trovarmi, domani mattina in stazione, alle otto. Posso spiegarti il malinteso, quella mossa di attraversare la strada, entrare nel parcheggio, accanto alla voce femminile di un uomo che può fare qualsiasi cosa quando è disperato.
Siamo già in ritardo. Non ho preso un soldo con me. Voglio provare a dirglielo subito di quell’incendio laggiù, ma dopo trenta chilometri chi mi inseguiva mi sfuggiva, la lettera l’avevi ricevuta e io ti avevo ritrovata, sfidata, e sentito dire non puoi entrare, da quando tua madre è morta hai sempre torto, che importanza ha la tua angoscia, c’e una vecchia che ti desidera nel salone grande, colpita in battaglia ti racconterà la mia colpa. Grazie di tutto, se sei d’accordo la tua grossa delusione sono io. Non parti con me, dunque questo è il rapporto, speriamo che soffi forte il vento, spostati, spostati ancora un po’, ripeti ancora un po’ che è inutile, dai un’occhiata, guarda la tua nave come batte il record di tutti gli azzurri immaginabili, bruciarla, con questo mare. Prendi quella sedia, volevo dirtelo da tanto tempo. Ho bisogno di aria, so che non dovrei uscire senza giacca, ma ricordo com’eri felice.
Vestita così hai un bel sorriso. Stai attenta a come rispondi, non ti aspettavo più, perché non mi hai detto che saresti venuta. Lei fa il bagno con la maglietta, che animali avrà? Un telefono, una finestra. Ho imparato a pensare come lei, questo è il suo problema. A volte devo svegliarmi per urlare il suo nome. So quanto devi aver passato, e spero non sia un altro falso allarme, o di più, pronto sì, un’ambulanza per favore. Per quanto tempo ancora quest’odore di ossido di carbonio s’infila nella macchina sbagliata. La merda dei traditori mi fa dimenticare dio, ti farò pedinare, vestito da spazzino ti dimenticherò, non meritavi di morire così. Da piccolo pensavo alle cose che facevo, adesso svengo, vedo l’alba dal patibolo, e ti aspetto fuori. Godrò di te, la luna se finisse la sua corsa in un lago, con quel sapore intenso del latte violento avresti solo un sospiro che io non saprei come usare, gli animali i fiori la musica, voglio essere essenziale, godermi dio poi buttarlo via, un camion che cade dal cielo.

 

(Ho ritrovato questo nel computer, data creazione documento 2006, ma io me lo ricordo ancora più lontano, l’ho letto, andava bene per questa foto che mi sono fatto invece pochi giorni fa, e andava bene perché non sapevo proprio cosa scrivere delle mie albe e di tutti i sogni che ci sono passati in mezzo, e andava bene perché sembra non sia cambiato niente da come sbirciavo l’alba allora e potrei averlo scritto stanotte, che non se ne sarebbe accorto nessuno, nemmeno io)


i sorrisi che un gatto non può fare

DSC01291

Avevo pronto un post bello cattivo, natalizio come dire, ma questi sono stati giorni tristi e non ne avevo più voglia. E’ successo che ho scavato nella terra fangosa di un bosco per seppellire un gatto che avevo visto morire. E che per 18 anni avevo visto vivere. Però anche le parole sono rimaste sotto le foglie e io non riesco a tirarne fuori una che non sia più penosa dello sgocciolare della nebbia sui rami e voglio tenermi per me l’ultimo bacio freddo e gli occhi bagnati di mia sorella e i sorrisi che un gatto non può fare e i suoi sogni che non finiscono mai, e voglio immaginare che il suo sogno di adesso è lo stesso che ho fatto io stanotte. E poi per sfuggire al vuoto voglio raccontare un’altra cosa che non è un’altra cosa ma si può far finta che lo sia e pensare che io sia un inventore di stranezze, che faccio buche per riempirle di turbamenti. E invece c’era questa pallina dell’albero di natale che si muoveva, oscillava, leggermente ma in modo evidente, e non c’era verso di fermarla che subito riprendeva a muoversi, ed era l’unica in tutto l’albero. Era una cosa solo curiosa fino a quel punto, di quelle stramberie tipiche di internet che poi ormai non ci crede più nessuno, e però dal momento che come espediente narrativo non sarebbe una gran trovata preferirei mi credeste, già che io l’ho vista coi miei occhi la pallina dondolare per giorni e giorni, e senza sapere che questo ancora non era niente. Perché poi è successo che dall’altro giorno, da quando la Peggy è morta, la pallina si è fermata. Lo giuro. Continuo a guardarla ancora per vedere se si muove. Non si muove più. E resta lì come un sorriso spento. E’ che a me queste cose mi fanno avere fiducia nel futuro. Cioè che un sorriso ci sia da qualche parte, e non mi interessa dove.

peggy bosc2


278 modi per scrivere un bel post

Voglio suicidare questo blog, voglio farlo lentamente con piccole dosi di idiozia, voglio provare l’ebbrezza di avere un blog di merda anche usando la merda oppure qualche cazzo qua e là come fanno i blogger veri, quelli simpatici accattivanti con occhiolino e linguetta d’ordinanza tutto bacetti perugina e amico qui amico là e ti adoro sei un mito ma graaande, perché io ce l’avrei qualche scemenza da dire e non vorrei perdere l’occasione di lasciare un pessimo ricordo di me. Ad esempio vorrei dire, donne, ma come fanno a piacervi gli uomini, me lo chiedo spesso e non vi capisco proprio, e vorrei dire che a me non piace il congiuntivo, che l’eccesso di congiuntivo è del  mediocre che ha il timore di essere disprezzato e si lascia disprezzare da tutte quelle cacofoniche esse, sì ecco queste due cose ci tenevo a dire, e poi che vorrei provare il brivido della reincarnazione in un anonimo avatar che mi permetta di essere quell’anagramma di me stesso che tutti vogliono che sia, sì questo, e poi non so cos’altro, nascondermi nella fitta nevicata per non guardare negli occhi i gridolini isterici della platea in calore. Fare un titolo come 278 modi per scrivere un bel post è solo uno dei modi per scrivere un post di successo, nelle prossime 277 puntate vi svelerò gli altri, seguitemi e non ve ne pentirete, venite con me sul ponte dell’autostrada a vedere i fari delle macchine schiantarsi nel buio per fuggire alla bufera di estasiati like contromano. Voglio essere chiunque, avvelenarmi di scempiaggini, che in fondo è così facile trasformare un blog di nicchia in un blog di minchia, non rispondere di me stesso né dei miei neurilemmi grattugiati sui sogni della città che dorme, e sono contento di questo post di merda, che chiunque avrebbe potuto fare, anche senza travestirsi per cercare di sembrare uno come me.


questa è la mia vita

Quando mi stanco di immaginare immagini mi immagino di guardarle.

Tu hai i pedali della mia bici, vediamoci laggiù dove c’è un obitorio per i sogni che nessuno riconosce, e ridammeli che settembre non è sexy come luglio e quindi addio, ci sarà ancora un’estate per vedere annegare paesaggi e origliare il battito delle donne di picche, e un temporale per il nostro prato ricoperto di macerie che si seppelliscono da sole. Tiriamo a sorte le stagioni e prendiamone una che ci ricordi tutte le volte che ci siamo dimenticati di essere avanzi di un crepacuore senza ritorno, ruote che il vento continua a far girare anche dopo l’incidente.

(Questa è la mia traduzione, penso di essermela cavata nonostante non abbia trovato nemmeno un dog o un table che mi venisse incontro. E comunque per quelli precisi il testo sarebbe questo.  Ah nel video io sono quello con gli occhi più piccoli)

Broken bicycles,
Old busted chains,
With busted handle bars
Out in the rain.
Somebody must
Have an orphanage for
All these things that nobody
Wants any more
September’s reminding July
It’s time to be saying good-bye.

Summer is gone,
Our love will remain.
Like old broken bicycles
Out in the rain.

Broken Bicycles,
Don’t tell my folks;
There’s all those playing cards
Pinned to the spokes,
Laid down like skeletons
out on the lawn.
The wheels won t turn
When the other has gone.
The seasons can turn on a dime,
Somehow I forget every time;
For all the things that you’ve given me
Will always stay
Broken, but I’ll never throw them away


il rumore dell’amore

dal film “Il suono di una mano sola” (1999) di Massimo Bettini

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: