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ogni cielo nero ha bisogno di una collina bianca

Non mi piacciono le videopoesie, di solito sono una palla, però ne ho fatta una, che forse è una palla, o forse no…

il testo è qui

 

 

 


il cielo sa quanto pesano le stelle

 

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Andare a dormire è una sconfitta, riconoscere che la giornata è finita e arrendersi, il sonno disperderà le illusioni che il risveglio non troverà più, i primi uccelli che cantano, la ventola del computer che fa discorsi insensati alle macchine parcheggiate di sotto, dobbiamo essere feroci se non vogliamo morire, ma ci sono ancora le veline che ballano con entusiasmo? Il sole appena alzato si è andato a mettere dietro le nuvole, quanto tempo ho per prepararmi a sparire, entrare nella moviola a occhi chiusi e guardarmi nascosto dietro un muro, perquisire quelle scene bagnate di pioggia violacea, scandagliare i paesaggi di un destino senza uscita, non posso rispondere di quello che faccio nei sogni degli altri. La mia sfortuna è che sono fortunato e continuo a leggere quel cartello, vietato sedersi sui gradini. Un’ora fa ad esempio sono stato a farmi un giro in montagna con renato rascel, non faceva nemmeno tanto freddo, guardavo il cielo, il cielo sa quanto pesano le stelle, e io devo fare la guardia al mondo, aspettare un fulmine che rischiari il paese per vedere che sta andando tutto bene, che è solo nostalgia del futuro quella che mi prende appena vedo un letto e una finestra rinfacciarsi l’aria fresca del mattino.

 


luglio sexy

luglio sexy

 

Adesso che siamo coetanei possiamo dircela la verità, non mi sei mai piaciuta, vai in giro a dire che ti amo e intanto istruisci i fianchi contro le mie mani mi guardi come se avessimo fatto l’amore dentro un’edicola ma non sei niente per me, e quelle piantagioni di idioti che hai messo sotto il divano è solo la storia di un bacio disumano che non si lascia raccontare, c’è profumo di chiuso nei tuoi occhi che mi guardano perché il tempo non è passato nell’ultima mezzora, in questa casa c’è troppa gente che non sei tu e c’è tutto agosto per darsi da mangiare, ci sono teschi per terra da prendere a calci e la vista sulla discarica di sperma quella dove ti ho trovato, e le mie urla porno che divampano dal grammofono, in questa casa non c’è un’ultima volta da quando l’ultima volta ti ho riempita di chiodi, ti ho fatta rotolare giù dalle scale ma niente ho ritrovato il tuo grugno nella piscina vuota, davanti a te mi addormento in piedi per sognare ghiacciai ricoperti dalla sabbia del deserto, e riguardo con tristezza il documentario della mia vita che brucia nel proiettore, non rispondo della mia posta infetta e sto sempre al cimitero per adorarti nel ritratto della mia bisnonna, ma essere il tuo cosmogenito non era il mio progetto, piuttosto era toglierti il tappo e lasciarti volare per la casa prima di vederti infilare una finestra aperta e perderti in quell’anastilosi di stelle che è la tua notte, torno nel mio buco a pensare che mi stai pensando, e i suoni languidi delle notifiche mi sfiorano ovunque anche se tutto è spento.

(Questa è una non poesia ispirata dalle cose che non ci sono in casa ma ancor più dalla mia bambola gonfiabile.)

qui il mio calendario sexy


il bell’incompiuto che sarei io

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Quando ero piccolo mi piacevano quelle più grandi, diciamo le ventenni, adesso i miei gusti non sono cambiati, mi piacciono ancora le ventenni, è solo cambiato il punto da dove le osservo, ma io resto coerente. Non so cosa c’entra questo ma era per iniziare. E’ un periodo che partono dei discorsi nella mia testa e poi si fermano, io so che vorrebbero atterrare da qualche parte e riesco benissimo a far finta di non sapere dove. Allo stesso modo mi succede che mi arrivano all’improvviso le parti finali di un ragionamento, le conclusioni, senza che riesca a capire da dove erano partite, quali ne erano le premesse. È come se guardassi le cose o dall’alto o dal basso, o dall’inizio o dalla fine, il mezzo busto o le gambe.
Ieri mattina qualcuno mi ha svegliato, ed era un’idea. Erano le otto, dormivo da appena due ore e questa idea se ne è arrivata da non so dove senza nemmeno che la stessi cercando. C’è questa iniziativa di Giulio Mozzi che raccoglie poesie per farne un ebook, e il tema è Le cose che ci sono in casa. Io non sono un tipo partecipativo e non ci pensavo per niente, e nemmeno mi piace l’idea di scrivere poesie per un cavatappi o un posacenere o una maniglia della finestra, cosa che sembrerebbe inizialmente bizzarra e quindi creativa, in realtà mi fa ricordare il mio maestro delle elementari che era molto più creativo. Però arriva questa idea alle otto del mattino e mi sveglia, e mi dice che tra le cose che ci sono in casa c’è anche la bambola gonfiabile, e io non riesco più a dormire. Non che in casa mia ci sia realmente, sebbene conoscendomi potrei anche averla nascosta in passato senza ricordarmi più dove, ma mentre sono ancora nel letto mi viene in mente che in tutte le case c’è una bambola gonfiabile, tutti ce l’hanno una bambola da riempire dei loro risvegli monchi, delle loro attese senza ritorno, delle lacrime non piante. Un po’ come l’amico immaginario, solo in versione erotica sentimentale. In quale casa non c’è una persona che non si vede, fatta solo dell’evanescenza dei sogni, un fantasma col quale travestirsi da fantasma per passare le serate ricoprendolo di parole a salve mentre fuori continua a piovere sotto il lampione? La bambola gonfiabile è il tu di ogni poesia, è la musa che ci racconta la nostra vita per farcela sembrare meno impossibile. Col tempo arriviamo a perfezionare il nostro modello di bambola, a pretendere quello più costoso con il calore della pelle regolabile per ogni frangente della nostra allucinazione, costruiamo pensieri perché lei li possa pensare così che innamorati dei suoi pensieri ce la portiamo anche fuori a cena convinti che sia così vicina alla realtà da poter ingannare anche gli altri.
Piacendomi l’idea, e ormai sveglio, decido che scriverò qualcosa, oltretutto farsi notare da uno come Giulio Mozzi è sempre una buona cosa, però poi vado a leggere alcune delle poesie già inviate sul suo blog ed erano proprio brutte così ho deciso di non mandargli la mia. E per non sprecare gli appunti e tutti i pezzi di viscere che erano rimasti sparsi nella mia testa ho pensato di farne comunque una poesia nella forma del mio calendario. Non è ancora pronta la metterò nei prossimi giorni, che non è che uno si sveglia al mattino e scrive una poesia, è un po’ più complicato e ci vuole tempo, bisogna masticare digerire vomitare scattare delle foto parlare da soli sperando che la bambola risponda, gonfiarla sgonfiarla e metterci un po’ di enigmistica. Quindi quando vedrete il mio prossimo luglio sexy pensate alle vostre bambole gonfiabili, e per convincervi meglio che si tratta di poesia e farne dei versi dovrete solo interrompere le righe a un certo punto prima che arrivino in fondo, cosa che io non faccio ma che potete fare voi, non importa dove, come viene meglio all’occhio più che altro, perché la poesia è sì un problema anche di metrica ma soprattutto credo di ipnosi, seduzione e di vocabolario sensoriale, la metrica sta nel ritmo emotivo delle immagini e del linguaggio, gli accenti e il numero delle sillabe si posizioneranno poi da soli se le orecchie e qualche altro organo funzionano. Tutto questo è effettivamente abbastanza sexy. E mi fa pensare che le mie riflessioni a metà sono un po’ come i versi che per poter diventare poesia non arrivano in fondo alla riga, e lasciano quel po’ di vuoto bianco che ti fa credere che c’è altro, entro cui puoi sperare ancora, e così allora penso anche che mi piace essere sconnesso e mutilato e incompiuto e anche sollevato dall’obbligo di trovare una relazione tra le macerie del mio corpo.
E infatti questo bel discorso non spiega cosa c’entri il fatto che mi piacciono le ventenni, forse era solo per dare un’età alla bambola o meglio ancora un vago sapore d’illusione all’aria che la gonfia, o accarezzare quel mio sentirmi sempre fuori posto, o troppo piccolo o troppo grande, sempre troppo qualcosa, non so, di solito gira e rigira arrivo a una qualche conclusione e i conti riesco a farli tornare, ma ora niente, e se prima era servito per iniziare adesso mi serve per finire, e questo intanto me lo faccio bastare. Come la bambola, appunto. E forse è quello il nesso. È solo uno dei tanti pensieri a metà, delle tante mie vite a metà, fatte di aria a volte rarefatta come quella dei tremila metri sopra cui far penzolare un piede.


giugno sexy

 

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La pioggia mi sorprende mentre immagino il tuo viso che si riempie di nuvole e morbillo, ho l’ombrello piantato nel petto e tu a spruzzare latte per le strade mi guardi come un cane che ha le piaghe e allora girami dammi un altro sfondo per morire, devo trovare un paracarro per legarci le mie idee devo sapere quello che stanotte ha sognato il mio computer, mangio la verdura sputo la verdura e mi rigiro nella tomba sgonfio di poesia, la notte scendo prendo nota delle targhe e spero di inciampare sulla tua scatola nera che appena la trovo la sotterro perché cresca l’amore, ma intanto ti dico e te lo dico con un dito che questo è un invito ufficiale a non amarmi mai, solo vieni a raccogliere le alghe che mi galleggiano dentro.

calendario sexy


maggio sexy

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Stanotte ho sognato link che non portavano da nessuna parte e quando mi sono accorto che era lì che volevo andare mi sono svegliato ed ero in una casa piena di telefoni col terrore che ne suonasse uno e non avrei saputo a quale rispondere, allungo la bocca per cercare il bicchiere ma poi apro gli occhi e non c’è nessun bicchiere, mi sento disabitato in questa casa innamorata a inseguire previsioni meteo su tutti i canali, guardo trascorrere le nuvole come fossero lettere da mandare a qualcuno che non le aspetta, e c’è sempre quella scena là fuori di quel trattore che schiaccia il poeta che finalmente urla davvero, domani andrò su quel pendio ad allevare barboni e passerò il tempo a buttare gente nel fiume, quale terraferma ha mandato questa rondine a rovinarmi la foto, quale voglia di star nudo per discutere un po’, un occhio chiuso e l’altro che piange, sai che mentre dormo voglio sapere se piove, ho fatto come mi hai detto ma non ricordo più cosa aspetto.

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cheese

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Se metto un dito nell”orecchio sinistro mi fa male la pancia a destra. E’ difficile da credere ma va così, mi prude l’orecchio io mi gratto e arriva una fitta nella pancia. Se poi alzo la gamba sinistra la pancia non mi fa più male. Almeno finché in questa posizione non chiudo gli occhi e a quel punto non sento più niente. Sono stato dal dottore e gli ho spiegato e lui mi ha chiesto se mentre facevo tutto questo avessi per caso provato a trattenere il respiro. Ero perplesso così mi sono alzato e ho cominciato a grattarmi l’orecchio per riprodurre tutta la procedura e verificare l’effetto, ma il dottore ha toccato qualcosa sotto la scrivania e subito sono entrati due infermieri che mi hanno portato fuori senza tanti scrupoli. Io non capisco davvero come si fa a trattare così una persona che ha dei disturbi. Un po’ di umanità è quello che dico. Per di più io ti sto offrendo un’occasione per diventare famoso, tu studi il mio caso e diventi famoso. E se poi pensi di avere ragione tu perché hai studiato va bene ma allora non martellarmi con le dita sulle spalle che poi ti devo dire che mi fa male il ginocchio e tu non mi credi.
Comunque a parte questo il resegone è la montagna che sta qui davanti a me, col sole le montagne sembrano più vicine, che le puoi toccare, mentre quando il cielo è sporco e pieno di noie il resegone si abbassa, si allontana, un po’ come le cose che ci sembrano irraggiungibili, basta un po’ di sole, togliere del rumore alla vita e ritornano lì pronte davanti a splendere della loro assurda ovvietà, che mi fa pensare che tra cent’anni non mi ricorderò più di me, e così occorre che punti qualche sveglia da qualche parte, e che prenda nota dei luoghi su qualche muro.
Siamo al mondo per essere derubati, per la conquista di un capezzolo, quando farò un viaggio e l’aereo atterrerà nel mio giardino allora sarò arrivato, intanto sono un mediocre perché ho lasciato che riuscissero i mediocri mentre ci sono persone straordinarie nella loro normalità ma non perché fanno grandi cose ma perché non le fanno e vivono il loro anonimato con la decenza e l’eroismo di un sasso che ci vogliono le ere per spostarlo oppure la mano di un bambino. Ad esempio, quando io ti paradossalizzo mi sento bene, è che tu stai a casa di dio o forse a casa di dio ci sto io, di questi tempi è meglio sfruttare le discese, siamo tutti la merda di qualcuno e il sole è così freddo che ci sono più gradi all’ombra. Vorrei che tu mi portassi in un ristorante dove tutti mangiano in silenzio, solo le posate che si sentano e poi uscire fuori nella piazza immensa e bagnata dalla pioggia per starnutire contro ogni passante. Ci sono fiori che crescono dalle mie ascelle appassiscono e rifioriscono a scandire le voglie e le paure di ciò che non diventeremo mai perché i giorni non sono tutti uguali, lo vedo dalle lucciole che si spengono nella mia vasca, e il 13 aprile è uno dei giorni migliori per me perché il giorno prima è il mio compleanno e mi sento più libero il giorno dopo, e quest’ultimo 13 aprile io ho pensato che nella prossima vita mi prenderò tutto il tempo per ripensare a questa vita e vorrei anche imparare a fare l’amore con il cappello per vedere se riesco a non farlo cadere.
A volte rileggo le cose che scrivo e mi scompiscio dalle risate, ma si potrà farsi ridere da soli? e a volte poi mi commuovo e mi metterei dei commenti da solo se non fosse che faccio brutta figura, sì perché per me risponderei anche ai commenti che mi faccio da solo. Coi selfie però non ci so fare, è colpa delle cose che penso, che non vogliono farsi vedere e che hanno sempre un che di sbiadito e approssimativo, ideali per quando è il momento di aprire una finestra e benedire i gatti che guardano su, ma niente più. Che a me piace anche paradossalizzare le cose tanto che avevo programmato un post su facebook per stasera alle 20 perché avevo un appuntamento e sarei stato fuori per quell’ora, però tra una cosa e l’altra mi sono dimenticato cosa avevo scritto e più ci pensavo e più me lo scordavo e più avevo paura di aver scritto una stronzata, ho dovuto rimandare l’appuntamento e sono rimasto a casa perché così eventualmente se fosse stata davvero una stronzata l’avrei cancellata subito, e tu non devi pensare che non sei importante per me solo perché ci tengo al mio facebook, infatti io vorrei trasformarti in una statua per pisciarti addosso, e cosa mi dici adesso? Non ci vuole niente a dire che la verità è cugina gemella del delirio, ma mentre continuo a darmi consigli su come guardare lontano l’orizzonte si allontana, questo è, che se proprio ve lo devo dire io voterei per la neve, e lascerei che mi attraversi la testa col suo silenzio.
Sono nato che erano le quattro del pomeriggio e per questo non ingrano mai fino a quell’ora e così confondo alba e tramonto, secoli e istanti, e io con me, c’è un disegno perfetto nelle mancanze del mio corpo e te ne accorgerai quando farò l’amore con te con il cappello per farti vedere che riesco a non farlo cadere. E poi quando mi tolgo la parrucca per buttarmi giù dall’autobus e rotolare dentro la prima porta aperta fino in salotto dove c’è una scimmia che mi guarda con tristezza, allora mi ricordo di quando nell’altro mondo io riconoscevo il corpo dalle fantasie che aveva e spargeva su quel letto di foglie che era la tua vacuità. Ricordo che una volta ero in macchina e mi affianca uno con un cartello in mano e me lo mostra dal finestrino, la solitudine c’era scritto, e sembrava niente più che uno scorcio della prossima vita, un rumore di posate nel cielo limpido dove si staglia il resegone, portami via dottore adesso in quella vita e dimmi cosa c’è nell’orecchio che non si spegne più, e nella pancia che sembra piena di ore notturne fatte col pongo. Chissà come mi era venuto il sorriso.


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