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sono un ladro

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Sono seduto sulla panchina, un vecchietto di fianco, fragile, più di ottanta, posso guardarlo senza sbirciarlo perché lui è raccolto in se stesso e non mi vede, immobile che sembra fissare la fontana ma non si sa se la vede o non la vede l’acqua che gli rimbalza davanti agli occhiali, penso ai suoi pensieri e mi viene in mente solo la distanza dai miei, wi fi, color correction, skype… temo che mi suoni il cellulare, non voglio distrarlo dalla sua distrazione, strattonarlo nel presente di questa malinconica panchina, poi ecco la suoneria irrompere come un megafono, ma con una canzoncina che non riconosco, non è il mio e siamo solo noi due nella piazza e questo significa che non ho capito niente di lui. Lentamente porta la mano alla tasca senza cambiare una virgola della sua faccia, fa un po’ fatica ma poi riesce a portarlo all’orecchio e dice pronto, non so se essere deluso dal suo rifiorire improvviso, e poi ancora pronto, alza la voce e ripete pronto pronto, io sento il cellulare che continua a suonare, c’è qualcosa che non va, l’acqua della fontana mi invecchia, pronto, pronto, mi avvicino e vedo che sta cercando di parlare al portafoglio, provo a dirglielo, faccio per prendergli il cellulare dalla tasca con delicatezza, ma lui si scansa spaurito e mi guarda come un ladro, si allontana continuando a dire pronto al portafoglio, c’è un tuono mentre attraversa la piazza e io penso che metterò questa scena nel mio prossimo film quando l’oscar non mi farà più così schifo e vorrò vincerlo, vecchiaia tecnologia futuro passato incomprensione solitudine angoscia fragilità rimpianto, c’è tutto, posso vincerlo.


settembre sexy. 4

Prenditi un bacio con la bocca sporca di nutella e taci, che adesso mi metto in affari mi compro un orso e rivendo la pelle, vedrai che fosforescente divento. Basta cercare cibo, mettici la carcassa del desiderio che ti resta, trafughiamo le scene dei film e le rifacciamo al contrario, finalmente depravati, un colore per volta. E ricorda, io se rubo lo faccio per la luna che risplende sulla refurtiva, non per te ma per il tuo spavento grande come la mia apertura alare.


la scoperta dell’amore

 

dal film “Il suono di una mano sola” (1999) di Massimo Bettini

 


il rumore dell’amore

dal film “Il suono di una mano sola” (1999) di Massimo Bettini

 


frames 14. basta quadrifogli

 

Io so dov’è il posto. Tutti gli anni vengo qui e lo trovo, il mio quadrifoglio. Basta smuovere un po’ lo sguardo ed eccolo, goffamente nascosto tra tutti gli altri che hanno una foglia in meno, quasi a non volerli umiliare. Cresce sempre, proprio qui, e non mi delude mai. Oggi però non lo vedo, è più di un’ora che sto ad accarezzare le foglie qua e là sul tappeto della piccola radura, ma sono sempre tre. Possibile che qualcuno sia passato di qui prima di me? E certo se fosse l’avrà anche raccolto magari per metterselo stupidamente sotto il cuscino. Ma no, per arrivare fin qui devi lasciare la stradina e inoltrarti nel bosco e poi inseguire tutti quegli indizi che solo io conosco, non ci arrivi per caso. Un merlo atterrò su un ramo vicino per assistere alla scena del mio tradimento. Spari di lontani cacciatori si allungavano sulle fronde più alte. Continuai a cercare, continuai a non trovare niente, e improvvisamente funesti presagi frullavano le loro ali tra gli alberi, che poi non che mi fossi mai abbandonato alla mediocrità di facili auspici consolatori, no, mi bastava che la mia vita avesse qualche certezza, qualche mio segreto entro cui cullare la smania quando sconfinava. Presi a cantare, ma dove avevo imparato quella filastrocca che anziché essere rassegnata aveva un colore malinconicamente felice? Avrei voluto spogliarmi, ma ero già nudo nell’arrendevole percezione di appartenere alla mia voce. Del fogliame si agitava poco più in là, e quando si schiuse un uomo venne avanti faticosamente, la bocca aperta, sgocciolando di sangue e spavento. Crollò a terra incurante delle spine, e da lì mi guardava stupito. Credo non si spiegasse perché mai io continuavo a cantare, o forse conosceva la canzone e avrebbe voluto dire sì, me la ricordo bene. Era ferito, del resto la caccia era ormai aperta, e il merlo tornò in compagnia di altri merli, e il ramo faceva su e giù. Restammo a guardarci per una decina di minuti, non cantavo più. Avevo capito che stava morendo così gli dissi, a me piacciono le polpette. Lui disse che era vegetariano, e io continuai, coi piselli. Fece un cenno come per gradire, allora incoraggiato gli dissi ancora, io non bevo non fumo sono single e non voglio bambini, il mio colore preferito è il blu. Dopo un po’ di esitazione, le conversazioni all’inizio sono sempre difficoltose quando non ci si conosce e si crede di avere vite diverse, mondi diversi, pensieri diversi, non potei fare a meno di dire che mi piaceva il cinema. Lui mi guardò compassionevole, o chissà era solo la fine. Il sangue aveva trovato il suo percorso finendo in una pozza rossa ai piedi di un tronco. Mi incamminai, non avevo più molti argomenti. Ehi, mi chiamò. Guarda qui, disse spostando il gomito, c’è un quadrifoglio. I merli voltarono la testa verso di lui. Non credo amico, ti sbagli, non ci sono più quadrifogli, risposi andandomene via da quell’imbroglio che sembrava solo cinema, null’altro che cinema.

 


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