Archivi del mese: ottobre 2013

sonata per milza e cartilagine

Qualche giorno appena, questo restava da scoprire del loro amore, di quale finale si sarebbe rivestita la storia che era cominciata una sera davanti a un violoncello dagli occhi scuri e mansueti, e quelle dita leggere che poi avrebbero rovistato anche il suo corpo per farlo diventare un’anima turbolenta. E dopo quel concerto lei aveva attraversato con lui l’oceano senza sapere che sarebbero bastati cinquant’anni soltanto per trovarsi in quel letto d’ospedale aspettando che si svelasse la scena dell’addio. Avevano avuto la vita per dirsi qualsiasi cosa, e adesso c’erano solo le parole mute della morte, quelle che non si erano detti né immaginati mai. Lei si lasciava guardare per ore seduta nel controluce della finestra, lasciava che lui la trasfigurasse in un film bianco e nero che il silenzio velava di azzurra nostalgia. Poi quando lo vedeva addormentato si avvicinava al letto perché toccava a lei a quel punto spiargli i sogni, andare via lontano da lì e correre a cercarlo in qualche angolo di ciò che era stato.
Nora non capiva come fosse possibile amarlo più di quando l’aveva conosciuto, che quella volta le era sembrato non ci potesse essere più posto nel suo involucro corporeo, eppure quell’amore di adesso era incredibilmente più grande e ciò la rendeva sicura ormai che dovesse esserci necessariamente una qualche altra dimensione, che era poi una semplice questione di spazio, come poteva il suo corpo bastare per quel sentimento, il contenitore di ciò che lui era e rappresentava per lei non poteva ridursi a quel piccolo agglomerato carnale, e questo dava adito alla sua speranza e le placava l’angoscia. Che in pratica lui così tra qualche giorno non sarebbe morto, avrebbe solo convinto i dottori che quella poteva chiamarsi morte, ma chissà cosa stava già escogitando in quella testa d’artista abituata a non arrendersi.
Sono strani gli americani, tu vai lì a suonare e loro ti seguono per tutta la vita. L’aveva detto anche agli infermieri, come a chiunque quando voleva riconoscere ancora una volta quel sorriso che sembrava essere rimasto in mezzo all’oceano, e lei si lasciava vezzeggiare, lasciava che il suo archetto la sfiorasse facendola risuonare. A volte la prendeva e la spogliava, poi appoggiava l’orecchio come fa un dottore e l’ascoltava, e sembrava davvero godere, un po’ sulla pancia un po’ sulle gambe, come la puntina di un giradischi si estasiava per quei suoni che sentiva solo lui, perché poi ogni volta che anche lei aveva provato, benché l’adorasse, non aveva mai sentito niente.
Lui le aveva insegnato che la musica non era solo nel suo violoncello, ma era ovunque, nei fiumi che scorrevano e nell’erba che cresceva, nell’alba e negli occhi che piangevano, nei ricordi e nella lontananza. E lei col tempo aveva scoperto che era vero.
Adesso anche quel dolore, quel suo spegnersi, quei suoi sguardi liquidi potevano essere ascoltati quasi come provenire da un’altra stanza, da un corridoio dove qualcuno si estenuava per ricostruire l’eco dei sussurri passati, ed era una sonata che profumava di lacrime dolcissime.
Poco prima che la vita se ne andasse, lui fece uscire tutti dalla stanza perché voleva parlare con lei. E una volta che furono soli non disse le solite cose che si dicono quando si muore, e nemmeno lei veramente se le aspettava, ma le fece cenno di aprire il comodino. C’era un biglietto da visita, lei lesse l’indirizzo di un’impresa di pompe funebri. Si trattava di una ditta americana specializzata in cremazioni, e se lui voleva così, certo lei non aveva niente da obbiettare. Soltanto non capiva quel fare di lui ammiccante, che se solo il dolore l’avesse consentito, si sarebbe potuto dire sorridente.
Quando Giacomo morì, o meglio ingannò i dottori, lei non ci fece nemmeno caso, prese il biglietto e se ne andò come per fare una commissione, ubbidiente al suo amore. Lungo la strada pianse, un po’ perché vedeva quelle nuvole nere e gonfie che si avvicinavano sopra i palazzi, e un po’ pensando che tutto era finito, ma lo fece senza dispiacere, e se non fosse stato per le vetrine e i passanti che si inumidivano e scoloravano delicatamente non se ne sarebbe neppure accorta. Le ultime parole del suo amore le avevano detto di starsene calma e tranquilla, di non pensare a niente di brutto, e lei l’aveva sempre ascoltato il suo amore, come poteva non farlo adesso. Quando fu negli uffici dell’agenzia si strofinò gli occhi e si sistemò per il colloquio con quel signore molto gentile e professionale che l’aveva fatta accomodare sul divanetto per spiegarle quali fossero nel dettaglio le disposizioni che il suo amore aveva stabilito. Non fu molto sorpresa da ciò che apprese sarebbero dovute essere le procedure. Lui l’aveva abituata alle sorprese, e non l’aveva mai delusa, così dopo che le ebbero spiegato come le volontà del defunto si sarebbero esplicate, quando uscì dall’ufficio le sembrava di avere un sorriso che si allargava spudoratamente tra le rughe, che pure erano delicate, ma che non sarebbero mai più state guarite dalle carezze del sue amore.
La condussero fuori nel giardino, dove ritrovò gli amici che avevano accompagnato Giacomo per i saluti. Introdussero la bara nel villino dentro il quale l’avrebbero bruciata, ma lei preferì stare fuori a farsi consolare dalle foglie autunnali che animavano la cerimonia. Il suono del violoncello che veniva diffuso nel cortile non riuscì a strapparle nemmeno un singhiozzo, anzi lei si abbandonò alla grazia melodiosa del suo amore con l’incanto della prima volta. Poi all’improvviso un fumo grigio si alzò dal retro per perdersi nel cielo, e allora sì, due lacrime le piovvero sulle scarpe. Stette a guardare con la gola chiusa quella nuvola che era stata la sua vita, amandola e sorridendole poi nel suo dileguarsi, perché adesso le sembrava di capire quale fosse la vera dimensione di quel sentimento, e che il recipiente non poteva essere il suo corpo e nemmeno il mondo intero ma andava ben oltre il confine dell’universo. E quando il tetto smise di fumare se ne andò a casa quasi felice.
Il mattino dopo Nora si presentò come d’accordo per riportare a casa il suo amore, portando con sé la stessa trepidazione di quando l’aveva aspettato dopo il concerto, cinquant’anni fa. C’erano altre due donne nella sala d’attesa che avevano già fatto conoscenza, ma lei non volle interloquire. Una mia amica, dissero, si è fatta un giorno di cammino per disperdere suo marito in cima a una montagna. Oh sì, disse l’altra, c’è chi lo fa col mare, io me lo terrò sul letto, non voglio dormire da sola. Noi invece abbiamo un albero dove lui andava spesso per leggere, e lo seppellirò lì. E lei, cosa farà? chiesero improvvisamente a Nora. Lei fu colta di sorpresa, ma dopo una breve esitazione disse, in un disco, mescolerò le sue ceneri nel vinile e ne farò un disco. Noi americani siamo strani, anche se veramente è stata un’idea sua. Le donne non capirono se fosse irriverenza o follia, però dopo qualche minuto la videro uscire dall’ufficio con il suo bel disco in mano, commossa e raccolta nel suo turbamento.
Nora passò tutto il giorno a fare cose normali, fingendo di essere distratta e lasciando che il desiderio crescesse per conto suo, poi quando tutto il rumore della giornata si dissolse nella stanchezza della sera, prese il suo amore e lo mise sul giradischi. Si sdraiò sul letto e chiuse gli occhi. Non c’era più il violoncello, non più la burrasca dell’oceano. C’era il suono ruvido delle ossa e della carne, il crepitare del cuore e dei polmoni, lo stridio della pelle e il mormorio del sangue, e adesso anche lei poteva sentire quello che la sua verginità non era mai riuscita a sentire, cigolare la lingua, e le cartilagini e i capelli, sussurrare la milza fino all’orgasmo di ogni pensiero che riguardava il suo amore, che era lì e la stava baciando, le stava dicendo siete strani voi americani. Quel frusciare sublime di ciò che era la natura e la sostanza della sua passione era l’ultimo e definitivo concerto della loro storia. Quando il disco finì si addormentò pensando che avrebbe passato il resto dei suoi giorni a far finta di niente, solo aspettando la sera. Sapeva che avrebbe sempre potuto fare l’amore con lui, senza che dovesse esserci mai la parola fine.


randomcanguro 9

che sarebbe potuta anche non venire all’ultimo momento, e a dire il vero un po’ se l’aspettava. E non era niente che riguardasse il suo futuro, dato che propositi non ne aveva. Era piuttosto il riflesso improvviso di un’esistenza che non poteva che essere inconsapevolmente legata ai pesci che guizzano, alle fronde che sussultano, alle gocce di pioggia che rimbalzano sull’asfalto, alle nuvole. Il brutto sogno si era dissolto nei bagliori pigri di un’alba forestiera, ed ogni pensiero, ogni idea già risplendeva nell’aria tersa dell’inverno. In una realtà parallela il suo corpo inanimato era ormai stato recuperato ed ora giaceva sulla tavola dell’obitorio senza che nessuno, e men che meno lui stesso, si adoprasse per il rituale riconoscimento.

tratto dall’ebook che puoi trovare qui

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