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cheese

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Se metto un dito nell”orecchio sinistro mi fa male la pancia a destra. E’ difficile da credere ma va così, mi prude l’orecchio io mi gratto e arriva una fitta nella pancia. Se poi alzo la gamba sinistra la pancia non mi fa più male. Almeno finché in questa posizione non chiudo gli occhi e a quel punto non sento più niente. Sono stato dal dottore e gli ho spiegato e lui mi ha chiesto se mentre facevo tutto questo avessi per caso provato a trattenere il respiro. Ero perplesso così mi sono alzato e ho cominciato a grattarmi l’orecchio per riprodurre tutta la procedura e verificare l’effetto, ma il dottore ha toccato qualcosa sotto la scrivania e subito sono entrati due infermieri che mi hanno portato fuori senza tanti scrupoli. Io non capisco davvero come si fa a trattare così una persona che ha dei disturbi. Un po’ di umanità è quello che dico. Per di più io ti sto offrendo un’occasione per diventare famoso, tu studi il mio caso e diventi famoso. E se poi pensi di avere ragione tu perché hai studiato va bene ma allora non martellarmi con le dita sulle spalle che poi ti devo dire che mi fa male il ginocchio e tu non mi credi.
Comunque a parte questo il resegone è la montagna che sta qui davanti a me, col sole le montagne sembrano più vicine, che le puoi toccare, mentre quando il cielo è sporco e pieno di noie il resegone si abbassa, si allontana, un po’ come le cose che ci sembrano irraggiungibili, basta un po’ di sole, togliere del rumore alla vita e ritornano lì pronte davanti a splendere della loro assurda ovvietà, che mi fa pensare che tra cent’anni non mi ricorderò più di me, e così occorre che punti qualche sveglia da qualche parte, e che prenda nota dei luoghi su qualche muro.
Siamo al mondo per essere derubati, per la conquista di un capezzolo, quando farò un viaggio e l’aereo atterrerà nel mio giardino allora sarò arrivato, intanto sono un mediocre perché ho lasciato che riuscissero i mediocri mentre ci sono persone straordinarie nella loro normalità ma non perché fanno grandi cose ma perché non le fanno e vivono il loro anonimato con la decenza e l’eroismo di un sasso che ci vogliono le ere per spostarlo oppure la mano di un bambino. Ad esempio, quando io ti paradossalizzo mi sento bene, è che tu stai a casa di dio o forse a casa di dio ci sto io, di questi tempi è meglio sfruttare le discese, siamo tutti la merda di qualcuno e il sole è così freddo che ci sono più gradi all’ombra. Vorrei che tu mi portassi in un ristorante dove tutti mangiano in silenzio, solo le posate che si sentano e poi uscire fuori nella piazza immensa e bagnata dalla pioggia per starnutire contro ogni passante. Ci sono fiori che crescono dalle mie ascelle appassiscono e rifioriscono a scandire le voglie e le paure di ciò che non diventeremo mai perché i giorni non sono tutti uguali, lo vedo dalle lucciole che si spengono nella mia vasca, e il 13 aprile è uno dei giorni migliori per me perché il giorno prima è il mio compleanno e mi sento più libero il giorno dopo, e quest’ultimo 13 aprile io ho pensato che nella prossima vita mi prenderò tutto il tempo per ripensare a questa vita e vorrei anche imparare a fare l’amore con il cappello per vedere se riesco a non farlo cadere.
A volte rileggo le cose che scrivo e mi scompiscio dalle risate, ma si potrà farsi ridere da soli? e a volte poi mi commuovo e mi metterei dei commenti da solo se non fosse che faccio brutta figura, sì perché per me risponderei anche ai commenti che mi faccio da solo. Coi selfie però non ci so fare, è colpa delle cose che penso, che non vogliono farsi vedere e che hanno sempre un che di sbiadito e approssimativo, ideali per quando è il momento di aprire una finestra e benedire i gatti che guardano su, ma niente più. Che a me piace anche paradossalizzare le cose tanto che avevo programmato un post su facebook per stasera alle 20 perché avevo un appuntamento e sarei stato fuori per quell’ora, però tra una cosa e l’altra mi sono dimenticato cosa avevo scritto e più ci pensavo e più me lo scordavo e più avevo paura di aver scritto una stronzata, ho dovuto rimandare l’appuntamento e sono rimasto a casa perché così eventualmente se fosse stata davvero una stronzata l’avrei cancellata subito, e tu non devi pensare che non sei importante per me solo perché ci tengo al mio facebook, infatti io vorrei trasformarti in una statua per pisciarti addosso, e cosa mi dici adesso? Non ci vuole niente a dire che la verità è cugina gemella del delirio, ma mentre continuo a darmi consigli su come guardare lontano l’orizzonte si allontana, questo è, che se proprio ve lo devo dire io voterei per la neve, e lascerei che mi attraversi la testa col suo silenzio.
Sono nato che erano le quattro del pomeriggio e per questo non ingrano mai fino a quell’ora e così confondo alba e tramonto, secoli e istanti, e io con me, c’è un disegno perfetto nelle mancanze del mio corpo e te ne accorgerai quando farò l’amore con te con il cappello per farti vedere che riesco a non farlo cadere. E poi quando mi tolgo la parrucca per buttarmi giù dall’autobus e rotolare dentro la prima porta aperta fino in salotto dove c’è una scimmia che mi guarda con tristezza, allora mi ricordo di quando nell’altro mondo io riconoscevo il corpo dalle fantasie che aveva e spargeva su quel letto di foglie che era la tua vacuità. Ricordo che una volta ero in macchina e mi affianca uno con un cartello in mano e me lo mostra dal finestrino, la solitudine c’era scritto, e sembrava niente più che uno scorcio della prossima vita, un rumore di posate nel cielo limpido dove si staglia il resegone, portami via dottore adesso in quella vita e dimmi cosa c’è nell’orecchio che non si spegne più, e nella pancia che sembra piena di ore notturne fatte col pongo. Chissà come mi era venuto il sorriso.

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la galleria

Se si potessero scrivere storie senza personaggi e senza luoghi ecco che allora questa montagna buia che ho davanti e che domani il sole infiammerà mi racconterebbe di quando per arrivare qui mi sono infilato in quella galleria che qualcuno aveva appena inventato e che sembrava essere destinata a me per il collaudo, alla mia angoscia per ciò da cui non posso scappare e che potrebbe chiamarsi claustroqualcosa o qualcos’altro, ma che sarebbe soltanto il frutto del mio albero più solitario, quello che sta in fondo al campo a prendersi gli uccelli sfiniti. Dentro che fui nella galleria allora cominciai a pensare che quella vana regressione nel cuore del tempo che serve a trapassare le montagne o le città o il fondo del mare nonché ogni brutto pensiero che si anima allo sfiorire di una sera, quel tubo potrà anche attorcigliare il suo vuoto fin che vuole ma dovrà pur sputarti prima o poi da qualche parte, dal momento che ogni cosa finisce, quindi anche l’inquietudine avrà il suo buco di luce che si aprirà in un’onda per ridarti il mondo e la tua strada. Superai un camion giallo con una grossa scritta che finiva per o, mentre il tunnel curvava verso destra, o così mi sembrava, ed erano già parecchi chilomertri che stavo lì dentro. Un cartello disse che mancavano 4500 metri alla fine della galleria. Erano tanti ma erano pur sempre una certezza, e una liberazione pensare che ad ogni respiro il puntino luminoso si avvicinava sempre più, un pertugio elettrico da cui farmi ipnotizzare, per vedere inaspettatamente  una ragazza fare l’autostop, senza potermi fermare che andavo troppo forte e la strada correva nei miei occhi asfaltati, correva come una slot machine che non sentenzia mai niente. Tre tre tre tre tre, questo era il numero del soccorso. In fondo al rettilineo, prima della curva cieca, un grande e spropositato manifesto aveva rubato il vento a una spiaggia. Quando finisce questa galleria, quando? Le lampade scivolavano sul parabrezza svanendo una alla volta. Un camion giallo rallentava la mia frenesia, e superandolo lessi qualcosa che finiva per ito. C’era una curva a destra, o almeno così sembrava, e feci appena in tempo a vedere il cartello. Mancavano 4500 metri alla fine della galleria, evidentemente prima mi ero sbagliato. Dovevo stare calmo e continuare a pensare che prima o poi sarebbe finita, mi avrebbe vomitato fuori riducendomi a un qualche colore ma era sempre meglio della cenere di quella strada e della rocciosa contorsione che era quella canna di fucile che sempre più pareva caricata a salve, sempre più pareva quella curva verso destra e poi tanti chilometri ancora, tanti, per vedere un’altra volta un cartello, 4500 metri, e superare quel camion giallo sul quale adesso potevo leggere inito. Stordito dalle innumerevoli e perpetue lune che soffiavano sul parabrezza arrivai a pensare che quella galleria fosse circolare, non c’era entrata, che infatti non ricordavo, non c’era uscita, che infatti non immaginavo. Tre tre tre tre tre, in caso di difficoltà. Quando superai il camion per l’ennesima volta e lessi sulla sua fiancata gialla, finito, e vidi là in fondo la spiaggia prima della curva, il mio sospetto mi riempì furiosamente i polmoni. In certe situazioni estreme io però divento ragionevole, e questo mi calma. Dovevo essere entrato da qualche parte, e mentre lo pensavo una ragazza mi chiedeva l’autostop. Un cartello diceva che mancavano 4500 metri alla fine della galleria, ma ormai aveva perso la mia stima. Mi fermai, scesi dalla macchina e dal baule tirai fuori un ombrello. Lo misi a terra e ripartendo lo tenevo d’occhio nello specchietto retrovisore finché diventò un pixel rosso assorbito dall’evanescenza. Passarono incalcolabili minuti ancora, e strada veloce, e chilometri e chilometri di grigio, una ragazza che voleva un passaggio, finché eccolo davanti a me apparire il pixel rosso. Scesi dalla macchina e a quel punto non avevo più dubbi. Era una galleria che si mangiava la coda, e io stavo girando in tondo per essere sempre nella stessa cupa sensazione. Tre tre tre tre tre. Feci il numero. Dopo una breve attesa rispose una voce di uomo che disse, come posso esserle utile? Non appena cominciai a parlare mi interruppe dicendo, un momento, le passo la persona giusta per il suo problema. Aspettai un po’, finché l’uomo tornò. Come posso esserle utile? Stavo aspettando la persona giusta, un momento, mi fermò, le passo la persona giusta. Aspettai ancora, dopodiché quell’uomo un’altra volta disse, come posso esserle utile? Io non dissi niente, e avevo qualcosa che mi chiudeva la gola. Le passo la persona giusta. Adesso il camion mi passò davanti, e io potevo leggere la scritta per intero. Infinito. Come posso esserle utile? Il mare era là in fondo al rettilineo, e bagnava la sua spiaggia. Raccolsi l’ombrello, le passo la persona giusta. Non c’era modo di uscire da quella situazione, se non con un’idea brillante, come ad esempio, come posso esserle utile, immaginarmi di essere uno che scrive e chissà perché poi, le passo la persona giusta, e decidere di mettere la parola fine a questa storia per cominciare ad occuparmi di altre storie. Come posso esserle utile?

 


l’uno per l’altra

Ho sempre avuto questo problema, e adesso lo posso raccontare, perché l’ho risolto. Molto tempo fa avevo  conosciuto una ragazza e mi piaceva, però per farla breve è successo che a me a un certo punto è presa questa voglia di accarezzarle le orecchie. Lei in un primo tempo mi lasciò fare pensando che fosse un vezzo simpatico e intimo e che io volessi con quel gesto portare avanti qualcosa del nostro rapporto per arrivare da qualche parte, però col tempo io ero sempre più fissato sulle orecchie e si arrivò al punto che se  stavamo passeggiando per la strada la gente pensava che io la stessi portando in giro per l’orecchio ed era, io la capivo, molto imbarazzante per lei, non per me, a me piaceva. Oppure eravamo seduti al bar, e io con una mano tenevo la tazzina e con l’altra il suo orecchio. Ho cercato in tutti i modi di spiegarglielo, cioè che questo mi rassicurava e che non avevo niente contro di lei, ma è stato impossibile farglielo capire e l’ultima immagine che ho di lei è quando scappava urlando e forse anche piangendo e io che l’inseguivo cercando di toccarle per l’ultima volta quelle sue orecchie meravigliose. Non so se erano così belle in realtà perché poi  quando ho conosciuto altre ragazze le orecchie mi piacevano sempre quindi probabilmente doveva essere qualcos’altro. Ricordo con un’altra poi, che cercai di approfondire, nel senso che ogni occasione era buona per guardarle dentro, e se potevo intervenivo anche con il cottonfioc. Anche con lei durò poco, diciamo che non aveva orecchie per me. Un’altra mi lasciò, e lei davvero avrebbe potuto essere la donna della mia vita, perché lei mi capiva e mi assecondava, chissà forse aveva intuito il senso profondo di quel mio tic, però a un certo punto le venne l’ossessione della pulizia, si lavava continuamente le orecchie sentendo fortissimo il peso della responsabilità nei confronti delle mie attenzioni, finché si arrese dicendomi che non si sentiva all’altezza della situazione, e se ne andò, e io a implorarla che a me in fondo bastava restare aggrappato alle sue orecchie, ma se ne andò. Ecco vi dicevo che però adesso le cose si sono sistemate. Poco tempo fa ero in fila aspettando di pagare non so cosa e si avvicina questa ragazza. Mi guarda per un po’, e poi comincia a toccarmi il naso. Ora io so di essere piuttosto dotato, ma credevo che scherzasse, o che si prendesse gioco di me, però vedevo i suoi occhi da vicino e so bene cosa significa un turbamento, quando c’è una lacrima che lo attraversa per poi cadere inaspettatamente nel burrone. Sembrava non avesse mai visto un naso come il mio, sembrava essere arrivata a destinazione. Dopo averlo carezzato voluttuosamente, prima una sponda poi l’altra, come a voler plasmare il suo sogno con le dita, all’improvviso lo strinse e mi trascinò via da lì. E così adesso siamo felici, e quando passeggiamo per la strada, non si può dire proprio mano nella mano, la gente dica quello che vuole, ma io il suo orecchio non lo lascio, e il mio naso è tutto per lei.


tutti sognano io no

 

Stanotte quando stavo per mettermi a dormire un uomo è entrato nella mia stanza e senza darmi il tempo di spaventarmi mi ha detto mi scusi, ha preso la sedia e l’ha portata fuori. Non sembrava proprio avere cattive intenzioni, quindi sono rimasto a guardarlo, entrava e usciva dalla stanza svuotandola un po’ alla volta. Poi entrò con un altro uomo, al quale diede ordine di togliere le tende, mentre un altro con la tuta saliva sulla scala per smontare il lampadario. Proprio adesso che sono stanco e voglio andare a dormire deve arrivare tutta questa gente? pensai. La stanza ben presto non fu più che quattro muri miseramente bianchi. L’uomo che comandava i lavori si affacciò alla finestra, fece un fischio e poi mi disse di stare tranquillo che andava tutto bene. Arrivarono altri uomini, misero dei tappeti e colorarono i muri di verde e giallo, altri portarono oggetti vari e indefiniti tanto che io non riuscivo a distinguere se volessero farne una sala operatoria o un’officina. Il nuovo lampadario però era indiscutibilmente settecentesco. Montarono anche uno schermo enorme dal quale uscirono fuori uccelli a forma di gatti neri che presero a volteggiare nella stanza. Dal soffitto piovve un tuffatore che si infilò nel pavimento, e quando qualcuno cercò di applaudirlo fu subito accoltellato. Il sangue zampillò come una fontana che spruzzò la stanza e tutti i presenti di piccole macchioline rosse. Un grasso soprano approfittò per farsi una doccia intonando un vocalizzo, e più si riempiva di sangue più il suo acuto diventava stridente. Entrò un maiale con in groppa un bambino che rideva alla follia. L’enorme schermo rimandava una foresta e il rumore sensuale della sua sinfonica pioggia. E c’erano due donne, quella nera urinava davanti a me, quella bionda sorseggiando un cognac voleva improvvisare una poesia, ma in quale lingua? Un sommozzatore si affacciò alla finestra bussando contro il vetro. Io ero inaspettatamente seduto su un trono, e avevo sempre più sonno. Il maiale calpestava popcorn, aveva al collo un grosso orologio che girava velocissimo. L’assassino era scappato e tutti fecero improvvisamente silenzio per stare ad ascoltare la foresta. Che sonno avevo! Ragazzi dissi, è il vostro sovrano che vi parla, è ora di andare a dormire. Rimisero tutto a posto in un baleno. Per ultimo il direttore dei lavori riportò la mia sedia al suo posto, là dove mi dava modo di riconoscere la mia stanza, quella di tutti i giorni e quella di tutte le notti. Anche il profumo di fragola era svanito. Così finalmente potei mettermi a letto, con la speranza di potermi infilare in qualche buon sogno. Stamattina però quando mi sono svegliato fui deluso di non avere sognato niente, o forse come si dice, di non ricordare nessun sogno. Fortunato chi ricorda i sogni.

 


frames 13. una storia bellissima

Ricordi quando ci siamo nascosti sul sambuco e ha cominciato a piovere a dirotto… Io non sono fatto per scrivere e avrò letto due tre libri in vita mia, faccio fatica a mettere insieme le parole. Ma come potevo non rispondere a quella mail che arrivava da tanto lontano, aveva attraversato il deserto della mia memoria e si era infranta contro la distesa brumosa delle occasioni perdute. Così cominciai a scrivere qualche riga, senza la pretesa di arrivare in fondo. E ricordi quando abbiamo attraversato il fiume per raggiungere quel bosco… Le frasi avevano preso a uscire dalla mia testa con una disinvoltura inusuale, tanto da pensare che non ci passavano nemmeno dalla testa ma fossero già dentro le mani e stessero lì da molto tempo ad aspettare. Sembravo proprio uno scrittore, io che avrò letto due tre libri in vita mia, che quando mi capitava di scrivere qualcosa, per incombenza s’intende, lo cancellavo immediatamente perché non restasse traccia nel computer. Ma quella mattina non riuscivo proprio a smettere, e la cosa sorprendente era che non sapevo nemmeno cosa stessi scrivendo di preciso, mi sentivo come ubriaco, in un torpore allestito dalle mie paure, al riparo dalle intemperie grammaticali dell’assurdo. Le dita erano come attratte dalla tastiera a catturare parole altrove indicibili ma che confluivano in quell’unica e forse ultima occasione con la naturalezza dell’incanto. Stetti così tutto il giorno fino a che rimasi al buio nella stanza, la finestra si era spenta lentamente ed ora non rimandava che un cielo blu di una notte sconosciuta. Le dita continuavano a picchiare sui tasti con bramosia, deve essere l’ispirazione pensai, ma non ero abituato alla calamita sui polpastrelli, e mi spaventai. Presi il telefono e chiamai un amico, che lui davvero era scrittore e io non avevo mai capito come si poteva passare la vita a scrivere, e quando gliel’avevo chiesto nemmeno lui l’aveva capito. Ma sono le quattro del mattino! obiettò. Devi correre qui, non so cosa mi succede, non riesco più a smettere di scrivere, le mie dita sono aggrappate disperatamente alla tastiera. Arrivo subito, disse allora lui, ed era chiaramente turbato. Quando riattaccai il telefono mi accorsi che inavvertitamente avevo tolto le mani da quel groviglio di lettere fino ad allora a me straniere, ma che adesso disegnavano trame improvvise, insperate. Trattenni il fiato, e per sicurezza trattenni anche il telefono, stretto nelle mie mani come un salvagente. Davanti a me ciò che avevo scritto mi osservava, come se io fossi da leggere, come se io fossi una storia da raccontare, come se io mi dispiegassi in pagine e pagine colme di stupore. Le ali di un pipistrello sbattevano alla finestra, l’aria profumava di lontananza. Cominciai a leggere, io che non avevo letto che due tre libri in vita mia, e così lessi il quarto, tutto d’un fiato. Ed era una storia bellissima. Guardai le mie mani ed erano piene di dita, la finestra si stava riaccendendo delle prime luci dell’alba. Salvare questo documento? D’istinto dissi no, perché le abitudini non si vincono in una notte, ed io sapevo solo non lasciare tracce di me. Me ne accorsi quando era già tardi, quando ormai ero diventato l’unica persona al mondo ad aver mai letto quella storia. Il mio amico entrava nella stanza in quel momento ansimando. Mi guardò interrogativo, gli dissi, era una storia bellissima. Aveva gli occhi sbalorditi di chi mi credeva.

 


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