frames 10. i numeri del mondo

Il mondo è un problema. E va risolto. Con questo pensiero mi sono svegliato presto stamattina. Il sole era ancora freddo, le stelle ancora accese. Questo è il momento in cui di solito mi rigiro dall’altra parte, ma oggi sono già seduto sulla poltrona e mi alzo per guardare alla finestra i colori del caffè  versato nella strada, del latte sui boschi lontani, e degli sbadigli metallici degli uccelli, stridenti come quell’idea che ormai mi è andata per traverso, cioè che la matematica dovesse c’entrare qualcosa col mondo. Me lo sono ripetuto tutta la notte, l’unica certezza è che uno più uno fa due, ed è da lì che si deve partire. Davanti all’alba che cresceva nel cielo ricordavo come da bambino fossi prodigiosamente portato per l’aritmetica. Non vedevo l’ora che mi mettessero alla prova. 73 + 48, e io subito, 135, cioè, cento… va bene adesso sono un po’ arrugginito, ho fatto altre cose nella vita poi, ma allora ero davvero infallibile tra lo stupore e l’ammirazione generale, che a volte sembrava anche come dire, poverino. Era difficile risolvere il problema del mondo con la matematica, ma mi sembrava l’unico modo stamattina e andava fatto, tanto più che essendomi svegliato così presto avevo a disposizione l’intera giornata e io sapevo che dovevo solo impegnarmi seriamente e non fare altro che questo, e stai certo che prima di sera la soluzione ce l’avevo. Le coincidenze, l’intreccio dei sentimenti, il rincorrersi delle occasioni, le sventure così come ogni felicità è tutto pura matematica. Con questa convinzione, resa assoluta dai contorni panoramici del giorno che andavano tracciandosi sempre più rapidamente, accettai di buon grado l’incombenza di portare il mio contributo alla causa del genere umano immolando l’intera mia giornata. Cominciai subito a raccogliere dati, numero di abitanti del pianeta, animali, vegetali, città, dna, distanze, orari dei treni, statistiche, i numeri delle guerre, alfabeti, posti auto, sorrisi forzati, disfunzioni sessuali, lacrime versate… Un lavoro durissimo, alla fine della mattinata ero sfinito, ma mi restava ancora la fiducia, tanto che riempito dall’eccitazione per i progressi che non tardavano ad arrivare, dimenticai, anzi decisi di non fermarmi nemmeno per mangiare. La giornata era sì ancora lunga, ma non c’era un minuto da perdere, e bastò una breve pausa alla finestra incontrando l’andirivieni di tutti quei minuscoli e ignari perditempo là sotto, per darmi conto di quanto indispensabile fosse il mio sacrificio. Nel pomeriggio dunque tutti i dati raccolti furono incrociati con elementi di meteorologia, biologia, fisiognomica, poesia ecc. Il lavoro si fece frenetico, le variabili erano tante e si affacciavano continuamente a scompaginare le cose, e dovetti in più occasioni resistere alla tentazione di non pensare, in quanto non poteva esserci spazio alle interpretazioni, insomma uno più uno fa due e basta. Solo quando vidi il sole, lo stesso che avevo visto alzarsi dall’altra parte, e che adesso si scioglieva in un tramonto suadente e disilluso, ecco lì ebbi un indugio, la mia stanchezza mi avvolse per riscaldarmi in un sinuoso lampo di commozione. E così quasi senza accorgermi filtrai tutti i numeri che avevo ottenuto in un colino filosofico, e col cuore in gola rimasi ad aspettare qualche minuto per vedere quale residuo di verità ne uscisse. Il sole sparì velocemente, e le sue nostalgie furono presto assorbite dalla sera. Io non avevo la forza di sincerarmi dei miei risultati che assomigliavano tanto al numero zero. Avevo perso la mia sfida. Stravolto, mi sembrava solo adesso di sentirmi respirare, e c’era il nulla anche nel mio stomaco. Mangiai la buccia di una banana, perché la banana volevo tenerla per domani, o comunque per i giorni migliori che sarebbero senz’altro arrivati. Accesi il televisore. C’era l’estrazione dei numeri del lotto e io istintivamente dissi 27, e il televisore rispose subito, 27. Non lo trovai strano, in fondo era un numero come gli altri. Allora dissi 68, e il televisore rispose 68. Questo cominciava a essere davvero curioso, così con qualche inquietudine dissi 19. Il cuore batteva e una sirena si allontanava giù in strada. Ma il televisore disse impietosamente 19. 40 dissi io. E 40 disse lui. 84, urlai. 84 urlò. E io, 9, e lui 9. 15, 15. 54, 54. Dal cortile un cane abbaiava la sua malinconia. Io sussurrai quasi piangendo 38. E il televisore rispose 38. Cambiai canale spaventato e affranto. C’erano due che parlavano d’amore. Lei lo guardava teneramente, lui sembrava preoccupato di non stare troppo di profilo. Dietro a loro c’erano dei cavalli. Lei languidamente disse qualcosa ma io avevo già tolto il volume. Uscii fuori per darmi aria e sentire un po’ di rumori. Entrai in un bar e giocai dei numeri per la prossima estrazione. Sarei stato ricco, fatto il conto erano più di 10 milioni. La televisione avrebbe parlato di me, perché non mi sarei certo nascosto, no, al telegiornale volevo andare. Uscendo dalla ricevitoria vidi i miei numeri stagliarsi contro la città nera, 35, 89, 48, 27, 12, com’era lontano il sole. Ero stanco. Presi il mio biglietto milionario e lo strappai in 2, 4, 8, 16, 32, 64, 128, 256 pezzettini che restarono lì sparsi a terra, un puzzle di felicità che nessuno, nemmeno il vento, avrebbe mai ricomposto.

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Informazioni su massimobettini

Ho aperto un blog per dimostrarmi che un blog non serve a niente, quindi cercherò di gestirlo nel peggior modo possibile, evitando accuratamente tutte le buone regole per un blog di successo. Conto di riuscirci. Il mio motto è, posto ma non mi sposto. Vedi tutti gli articoli di massimobettini

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