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tutti sognano io no

 

Stanotte quando stavo per mettermi a dormire un uomo è entrato nella mia stanza e senza darmi il tempo di spaventarmi mi ha detto mi scusi, ha preso la sedia e l’ha portata fuori. Non sembrava proprio avere cattive intenzioni, quindi sono rimasto a guardarlo, entrava e usciva dalla stanza svuotandola un po’ alla volta. Poi entrò con un altro uomo, al quale diede ordine di togliere le tende, mentre un altro con la tuta saliva sulla scala per smontare il lampadario. Proprio adesso che sono stanco e voglio andare a dormire deve arrivare tutta questa gente? pensai. La stanza ben presto non fu più che quattro muri miseramente bianchi. L’uomo che comandava i lavori si affacciò alla finestra, fece un fischio e poi mi disse di stare tranquillo che andava tutto bene. Arrivarono altri uomini, misero dei tappeti e colorarono i muri di verde e giallo, altri portarono oggetti vari e indefiniti tanto che io non riuscivo a distinguere se volessero farne una sala operatoria o un’officina. Il nuovo lampadario però era indiscutibilmente settecentesco. Montarono anche uno schermo enorme dal quale uscirono fuori uccelli a forma di gatti neri che presero a volteggiare nella stanza. Dal soffitto piovve un tuffatore che si infilò nel pavimento, e quando qualcuno cercò di applaudirlo fu subito accoltellato. Il sangue zampillò come una fontana che spruzzò la stanza e tutti i presenti di piccole macchioline rosse. Un grasso soprano approfittò per farsi una doccia intonando un vocalizzo, e più si riempiva di sangue più il suo acuto diventava stridente. Entrò un maiale con in groppa un bambino che rideva alla follia. L’enorme schermo rimandava una foresta e il rumore sensuale della sua sinfonica pioggia. E c’erano due donne, quella nera urinava davanti a me, quella bionda sorseggiando un cognac voleva improvvisare una poesia, ma in quale lingua? Un sommozzatore si affacciò alla finestra bussando contro il vetro. Io ero inaspettatamente seduto su un trono, e avevo sempre più sonno. Il maiale calpestava popcorn, aveva al collo un grosso orologio che girava velocissimo. L’assassino era scappato e tutti fecero improvvisamente silenzio per stare ad ascoltare la foresta. Che sonno avevo! Ragazzi dissi, è il vostro sovrano che vi parla, è ora di andare a dormire. Rimisero tutto a posto in un baleno. Per ultimo il direttore dei lavori riportò la mia sedia al suo posto, là dove mi dava modo di riconoscere la mia stanza, quella di tutti i giorni e quella di tutte le notti. Anche il profumo di fragola era svanito. Così finalmente potei mettermi a letto, con la speranza di potermi infilare in qualche buon sogno. Stamattina però quando mi sono svegliato fui deluso di non avere sognato niente, o forse come si dice, di non ricordare nessun sogno. Fortunato chi ricorda i sogni.

 

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frames 14. basta quadrifogli

 

Io so dov’è il posto. Tutti gli anni vengo qui e lo trovo, il mio quadrifoglio. Basta smuovere un po’ lo sguardo ed eccolo, goffamente nascosto tra tutti gli altri che hanno una foglia in meno, quasi a non volerli umiliare. Cresce sempre, proprio qui, e non mi delude mai. Oggi però non lo vedo, è più di un’ora che sto ad accarezzare le foglie qua e là sul tappeto della piccola radura, ma sono sempre tre. Possibile che qualcuno sia passato di qui prima di me? E certo se fosse l’avrà anche raccolto magari per metterselo stupidamente sotto il cuscino. Ma no, per arrivare fin qui devi lasciare la stradina e inoltrarti nel bosco e poi inseguire tutti quegli indizi che solo io conosco, non ci arrivi per caso. Un merlo atterrò su un ramo vicino per assistere alla scena del mio tradimento. Spari di lontani cacciatori si allungavano sulle fronde più alte. Continuai a cercare, continuai a non trovare niente, e improvvisamente funesti presagi frullavano le loro ali tra gli alberi, che poi non che mi fossi mai abbandonato alla mediocrità di facili auspici consolatori, no, mi bastava che la mia vita avesse qualche certezza, qualche mio segreto entro cui cullare la smania quando sconfinava. Presi a cantare, ma dove avevo imparato quella filastrocca che anziché essere rassegnata aveva un colore malinconicamente felice? Avrei voluto spogliarmi, ma ero già nudo nell’arrendevole percezione di appartenere alla mia voce. Del fogliame si agitava poco più in là, e quando si schiuse un uomo venne avanti faticosamente, la bocca aperta, sgocciolando di sangue e spavento. Crollò a terra incurante delle spine, e da lì mi guardava stupito. Credo non si spiegasse perché mai io continuavo a cantare, o forse conosceva la canzone e avrebbe voluto dire sì, me la ricordo bene. Era ferito, del resto la caccia era ormai aperta, e il merlo tornò in compagnia di altri merli, e il ramo faceva su e giù. Restammo a guardarci per una decina di minuti, non cantavo più. Avevo capito che stava morendo così gli dissi, a me piacciono le polpette. Lui disse che era vegetariano, e io continuai, coi piselli. Fece un cenno come per gradire, allora incoraggiato gli dissi ancora, io non bevo non fumo sono single e non voglio bambini, il mio colore preferito è il blu. Dopo un po’ di esitazione, le conversazioni all’inizio sono sempre difficoltose quando non ci si conosce e si crede di avere vite diverse, mondi diversi, pensieri diversi, non potei fare a meno di dire che mi piaceva il cinema. Lui mi guardò compassionevole, o chissà era solo la fine. Il sangue aveva trovato il suo percorso finendo in una pozza rossa ai piedi di un tronco. Mi incamminai, non avevo più molti argomenti. Ehi, mi chiamò. Guarda qui, disse spostando il gomito, c’è un quadrifoglio. I merli voltarono la testa verso di lui. Non credo amico, ti sbagli, non ci sono più quadrifogli, risposi andandomene via da quell’imbroglio che sembrava solo cinema, null’altro che cinema.

 


frames 13. una storia bellissima

Ricordi quando ci siamo nascosti sul sambuco e ha cominciato a piovere a dirotto… Io non sono fatto per scrivere e avrò letto due tre libri in vita mia, faccio fatica a mettere insieme le parole. Ma come potevo non rispondere a quella mail che arrivava da tanto lontano, aveva attraversato il deserto della mia memoria e si era infranta contro la distesa brumosa delle occasioni perdute. Così cominciai a scrivere qualche riga, senza la pretesa di arrivare in fondo. E ricordi quando abbiamo attraversato il fiume per raggiungere quel bosco… Le frasi avevano preso a uscire dalla mia testa con una disinvoltura inusuale, tanto da pensare che non ci passavano nemmeno dalla testa ma fossero già dentro le mani e stessero lì da molto tempo ad aspettare. Sembravo proprio uno scrittore, io che avrò letto due tre libri in vita mia, che quando mi capitava di scrivere qualcosa, per incombenza s’intende, lo cancellavo immediatamente perché non restasse traccia nel computer. Ma quella mattina non riuscivo proprio a smettere, e la cosa sorprendente era che non sapevo nemmeno cosa stessi scrivendo di preciso, mi sentivo come ubriaco, in un torpore allestito dalle mie paure, al riparo dalle intemperie grammaticali dell’assurdo. Le dita erano come attratte dalla tastiera a catturare parole altrove indicibili ma che confluivano in quell’unica e forse ultima occasione con la naturalezza dell’incanto. Stetti così tutto il giorno fino a che rimasi al buio nella stanza, la finestra si era spenta lentamente ed ora non rimandava che un cielo blu di una notte sconosciuta. Le dita continuavano a picchiare sui tasti con bramosia, deve essere l’ispirazione pensai, ma non ero abituato alla calamita sui polpastrelli, e mi spaventai. Presi il telefono e chiamai un amico, che lui davvero era scrittore e io non avevo mai capito come si poteva passare la vita a scrivere, e quando gliel’avevo chiesto nemmeno lui l’aveva capito. Ma sono le quattro del mattino! obiettò. Devi correre qui, non so cosa mi succede, non riesco più a smettere di scrivere, le mie dita sono aggrappate disperatamente alla tastiera. Arrivo subito, disse allora lui, ed era chiaramente turbato. Quando riattaccai il telefono mi accorsi che inavvertitamente avevo tolto le mani da quel groviglio di lettere fino ad allora a me straniere, ma che adesso disegnavano trame improvvise, insperate. Trattenni il fiato, e per sicurezza trattenni anche il telefono, stretto nelle mie mani come un salvagente. Davanti a me ciò che avevo scritto mi osservava, come se io fossi da leggere, come se io fossi una storia da raccontare, come se io mi dispiegassi in pagine e pagine colme di stupore. Le ali di un pipistrello sbattevano alla finestra, l’aria profumava di lontananza. Cominciai a leggere, io che non avevo letto che due tre libri in vita mia, e così lessi il quarto, tutto d’un fiato. Ed era una storia bellissima. Guardai le mie mani ed erano piene di dita, la finestra si stava riaccendendo delle prime luci dell’alba. Salvare questo documento? D’istinto dissi no, perché le abitudini non si vincono in una notte, ed io sapevo solo non lasciare tracce di me. Me ne accorsi quando era già tardi, quando ormai ero diventato l’unica persona al mondo ad aver mai letto quella storia. Il mio amico entrava nella stanza in quel momento ansimando. Mi guardò interrogativo, gli dissi, era una storia bellissima. Aveva gli occhi sbalorditi di chi mi credeva.

 


frames 12. non sei felice?

Quando il documentario che stavo guardando in televisione si soffermò sulla fase oscura della fotosintesi clorofilliana laddove il ribulosio bifosfato torna al suo stato iniziale, improvvisamente mi venne una gran voglia di socializzare. Ed era impellente. Mi trattenni, sulle prime non ci si deve troppo lasciare trasportare dagli entusiasmi, e mi feci un tè che mi avrebbe senz’altro aiutato a riflettere sulla mia condizione di cloroplasto costretto ad accreditarsi come essere umano. Incoraggiato dal tepore della mia alga eucariotica mi sottoposi alcune brillanti utopie circa lo sviluppo della giornata.  Pensai che doveva esserci un secchio da qualche parte e non appena lo trovai istintivamente lo misi sotto il rubinetto fino a che fu pieno. Era un’ottima idea. Quindi uscii fuori col mio bel secchio pieno d’acqua, era pesante e dovevo stare attento a procedere con cautela se non volevo che si svuotasse prima del tempo. Mi fermai sul marciapiede per riposare posando il secchio di fianco ai miei piedi. L’acqua barcollò prendendosi qualche lampo di cielo azzurro. Stetti a guardare la gente andare in ogni luogo, le auto scaraventarsi contro la primavera e il sole tiepidamente disegnare le sue ombre. Un uomo veniva verso di me, camminava sbirciando il suo giornale, poi quando mi fu vicino distolse lo sguardo e mi guardò di sfuggita. Non sapeva che era giunto il momento di conoscerci. Raccolsi il secchio e in un colpo solo lo svuotai all’istante contro di lui. Fu un attimo. Il giornale si afflosciò con tutte le sue tristi notizie mentre l’uomo al contrario si drizzò in una smorfia d’apnea, come se fosse diventato un esilarante burattino di legno. Poi inebetito si tolse lentamente gli occhiali, che il giornale non poteva più leggerlo ormai, e mi guardò come si guarda un armadillo che aspetta l’autobus. Quell’uomo era uno spasso, e si meritava un bel sorriso. Ciononostante notai che non aveva alcuna intenzione di condividere i miei sentimenti di fratellanza, doveva essermi capitato un asociale di quelli incurabili. Insomma io sono qui che mi prodigo per avere uno scambio, venirti incontro, non lasciare che tu sia soltanto il primo che passa e tu niente, anzi mi guardi con quel ghigno sprezzante che davvero mi fai sentire un armadillo. Non contento veniva verso di me stringendo un pugno, ehi amico mio allora tu hai problemi, non sei felice? Avevo ancora il secchio in mano e per precauzione glielo infilai in testa approfittando del suo disorientamento per fuggire. Non voglio avere a che fare con certi pazzi. D’ora in poi solo organismi unicellulari per me. Che mondo!

 


frames 7. la mia casa

 

C’era qualcosa sotto l’armadio. Una banconota da dieci. Strano, non viene mai nessuno a casa mia, né tantomeno do feste. Mi abbasso e scopro nell’ombra il profilo di altre banconote, mi inginocchio e appoggio la guancia a terra. Banconote da venti, da cinquanta sparse sotto l’armadio. A occhio sarà stato mezzo stipendio. Non so cosa pensare, ma cosa devi pensare quando trovi inaspettatamente soldi sotto l’armadio, niente li raccogli e vai a sedere sulla poltrona. Se non fosse che anche lì, sulla poltrona, altre improvvise banconote mi aspettano per inquietarmi ulteriormente, e dove siedo adesso io? Non sopporto di non poter usare la mia casa come voglio. Sgombro bruscamente la poltrona per riprendere il mio posto, ma appena sono seduto ho come la sensazione che la libreria di fronte si muova. Banconote di vario taglio infilate tra i libri si agitano come bandierine, ah ecco è la finestra aperta, è il vento che sale dalla strada, e infatti altre banconote sussultano sul pavimento. Però qualcosa non mi torna, cosa ci fanno tutti questi soldi a casa mia? Intanto cominciamo col chiudere la finestra, anzi guarda, già che ci sono faccio una bella cosa, ne butto un po’ giù, due mani piene così la gente che passa sarà contenta, tanto per me basta aprire i cassetti… e infatti, cassetti pieni di banconote, e anche la vasca da bagno, e un pezzo da cento che cade come una foglia secca dal soffitto. Ci deve essere una perdita, o qualcosa del genere. Il suono del campanello mi richiamò alla realtà. Era il padrone di casa, non vorrà ancora l’affitto? L’ho già pagato due anni fa.  Non faccio in tempo ad aprire la porta che, è in ritardo con l’affitto e butta soldi dalla finestra? urla. Allora prendo dal primo cassetto una manciata di banconote e gliele faccio piovere addosso, poi richiudo la porta senza che possa fiatare. Prendo altri soldi, riapro la porta, e gli scateno un altro acquazzone di pezzi da cento che ricadono svolazzando sul suo smarrimento. Bisogna fare qualcosa però, il pavimento è ricoperto di banconote come un bosco in autunno. La vasca è ormai colma e i soldi escono fuori, e anche la pattumiera strabocca di banconote. L’armadio fatica a restare chiuso. E’ mai possibile che ci sono sempre problemi nella vita, non si può mai stare tranquilli, soldi ovunque che strisciano come topi, che roteano come pipistrelli. Tutte a me devono capitare. Cerco disinfestazione, disinfestazione, e chiamo l’impresa, dovete venire subito, qui c’è una perdita, ci sono soldi dappertutto, è uno schifo, fate presto. Arrivarono immediatamente armati di tutto punto, sacchi e aspirapolveri, molto professionali. L’armadio esplose inondando la casa di banconote e io feci un gesto d’intesa come dire, avete visto che roba, e loro risposero, abbiamo capito perfettamente il problema. Mi sentii rassicurato e mi misi in disparte fiducioso. In strada si era radunata una piccola folla che con la testa all’insù seguiva con apprensione i lavori, spettatori irrisolti di un televisore spento. Gli uomini portavano via sacchi e sacchi di banconote, erano instancabili. Sapete come smaltirli? provai a chiedere, immagino non sarà facile. Non si preoccupi risposero, è il nostro mestiere, e che sapessero il fatto loro lo si capiva da come si muovevano in quella tormenta di banconote. A sera quando tutto ormai era tornato alla normalità dissero, se il guasto si ripresenta ci richiami. Certo, non mancherò, mi avete risolto un grosso problema. Richiusero la porta e la casa fu improvvisamente vuota da non sembrare più la mia casa. La vasca era vuota. I cassetti vuoti. Per essere sicuro frugo nelle tasche. Vuote. Che sollievo. Entra ancora un po’ di vento. C’è una banconota da cento sotto l’armadio. La raccolgo e corro alla finestra, ehi, ehi, è rimasta questa. Ma il furgone si sta già allontanando. Nell’oscurità una folla di occhi bianchi giù in basso mi guarda affamata. Ehi, cosa faccio con questa? Il furgone non si vede più, e nemmeno la luna.


frames 6. pecore

Stavo andando ad un matrimonio quando la macchina passa davanti a un prato con una decina di pecore raggruppate nel mezzo e un cane che gira loro intorno abbaiando. C’era anche un uomo con un bastone che rincorreva il cane. Allora dico alla macchina di fermarsi e tornare indietro perché volevo osservare meglio la scena. C’era l’uomo col bastone che indicava al cane dove andare, e il cane si affannava avanti indietro. Poi c’erano le pecore che erano legate tra loro, e un altro uomo che le guidava da una parte all’altra del prato. Così, solo per esercizio. Uno spettacolo meraviglioso, tanto più che ero vestito giusto giusto per stare lì a guardare e divertirmi.  Anch’io però non dovevo essere male perché il cane si fermò improvvisamente, e dopo avermi scrutato un po’ da lontano corse verso di me. L’addestratore mi intimò di andarmene, non vede che mi distrae il cane, disse. Anche le pecore nel frattempo tiravano per venire verso di me, e l’uomo che le teneva faceva fatica a trattenerle. Se ne vada, se ne vada! Mortificato tornai verso la macchina, sempre con il cane che mi annusava e le pecore che si sgolavano ormai, chissà forse per dirmi di non lasciarle sole.  Insomma  finì che mi ritrovai sulla macchina, e io me ne volevo anche andare, ma il cane era riuscito clandestinamente a prendere posto sul sedile posteriore ed era molto interessato alla mia cravatta. Risposi al telefono, più che altro perché smettesse di suonare. Sai la novità? Non si sposano più, così all’ultimo momento, è una cosa incredibile. Per la verità non mi sembrava molto più incredibile che stare lì in macchina assediato da una dozzina di pecore ululanti con un cane che mi leccava la cravatta. Feci scorrere il tettuccio e sbucai fuori con il mio bel vestito nuovo sbraitando all’indirizzo degli addestratori che se ne stavano sotto un albero privi di iniziative. Fate qualcosa! Per contro allargarono le braccia, e dopo avermi osservato con fare dubbioso per qualche secondo aggiunsero, te la sei cercata. Era vero, forse avevano anche ragione, ma io incalzai, che addestratori siete, che vi lasciate addestrare dalle pecore. Non credo colsero il mio sottile intento provocatorio perché la loro reazione fu di continuare a guardarmi da lontano come se fossi una delle tante pecore con un vestito da cerimonia addosso. Mi rassegnai rientrando nell’abitacolo, avevo capito, bisognava aspettare che le pecore si stancassero, e dall’espressione dei loro musi schiacciati sui finestrini non si poteva pensare sarebbe stato tanto presto.  Nell’attesa guardai le nuvole che si muovevano nel cielo ventoso. Quando si dice cielo a pecorelle… mi slacciai la cravatta e accontentai  il cane. Chissà chi me l’aveva regalata. Ci pensai su un po’ desistendo subito perché sentivo approssimarsi all’orizzonte ricordi tristi. Chi mai avrebbe potuto regalarmi una cravatta verde smeraldo  senza poi abbandonarmi amaramente ai miei rimpianti? Guardai meglio il disegno, e quelle che mi erano sempre parse niente più che piccole indefinite sagome scure si rivelarono essere pecore.  Feci un giro con la testa come per cercare un pensiero che mi sfuggiva, e vidi che il prato non era più solo. Una sposa lo attraversava, in una corsa silente che sembrava fumo.  Mi aspettavo di vederla cadere da un momento all’altro, finché cadde. Gli addestratori accorsero e l’aiutarono a rialzarsi. Bianca e sporca di fango si allontanò sul fondo smeraldo. Come in un corteo nuziale le pecore la seguivano. Io guardai il cane, e lui guardava me.


frames 1. carta canta

Ero in  coda al supermercato e davanti a me un signore distinto con l’aria di essere un ingegnere stava scaricando la sua spesa sulla cassa. Non ci avevo fatto caso prima ma il suo carrello era pieno all’inverosimile, una montagna di pacchi sommergeva completamente la cassiera, ma la cosa più curiosa era che si trattava di carta igienica. Nel carrello non c’era altro che carta igienica. Anche gli ingegneri cagano si capisce, ma era davvero imbarazzante. Mi voltai dietro per condividere l’impaccio con qualcuno e trovai un uomo assorto nel suo limbo da supermercato, un manovale, forse elettricista. Non incontrando il minimo accenno di partecipazione abbassai lo sguardo, e una volta che fu proprio dentro il suo carrello vidi che anche lì c’erano alcuni pacchi di carta igienica. Niente a che vedere con l’esuberanza dell’ingegnere, che nel frattempo si allontanava tenendo in bilico il suo castello di carta igienica. Misi le mie quattro cose sul nastro e quando fui davanti alla cassiera le feci un cenno dimesso come a scusarmi di non avere preso nemmeno un rotolo. Nel frattempo avevo cominciato a sentire un certo mal di pancia. Dirigendomi verso l’uscita mi superò una giovane coppia, lui aveva due pacchi di carta igienica sotto le braccia, lei uno solo, e poi a seguire i due bambini, ognuno col suo pacco di carta igienica. Poi la porta di vetro si aprì e confortato dall’aria fresca mi diressi alla macchina. Quand’ecco una visione fantastica si raffigurò davanti a me. Il parcheggio era animato da gente affaccendata a riempire le loro macchine di carta igienica. Pacchi che cadevano dai carrelli in corsa, portiere che si chiudevano a fatica, chi lasciava la moglie a guardia dei pacchi per tornare per un secondo viaggio. Sicuramente doveva trattarsi di una promozione, pensai. Così rientrai per informarmi, che nel caso avrei  potuto approfittarne. Nessuna promozione signore. Avrei voluto capire meglio, obiettare qualcosa, ma avevo un mal di pancia preoccupante ormai, e dovevo correre a casa.


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