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lettera d’amore a una formica

mare 2

 

Proprio io che ammazzo le parole pur di non pronunciarle faccio finta che tu sei questa formica per avere un corpo con cui parlare, per vedere come ti muovi nel mondo, non l’ho mai fatto perché gli applausi paralizzano uno della mia specie anche solo sentirli salire dal canyon, quelli come me non sanno nemmeno la paura di non averti mai incontrata, c’è sempre un treno in corsa su cui saltare e un identikit in tasca, quelli come me fanno ginnastica in ripostiglio, e allora ti dirò solo le cose superflue, per l’essenziale c’è tempo quando saremo bambini con la tromba, che una lettera d’amore non è niente se la paragoni a quando tutto sarà finito.
Dal mio cannocchiale, devo dirti, ti ho vista seduta nella stanza e sembravi così vergine nella tua affamata distesa di solitudine che mi è venuta voglia di pensare che arrivavo io e abbiamo cominciato a dipingere le pareti lasciando già il segno che i quadri lasceranno quando saranno tolti, ecco in quei pezzi di muro preservati dalla polvere mi è parso di vederci dei film con tanta gente che scappava e si baciava e poi tornava e salutava per sempre e si toccava le gambe e correva e ho pensato che fra due persone è questione di longitudine e di prendere una posizione dentro una storia, di stare sullo stesso scaffale insomma, non tanto di avere l’ispirazione di una qualche follia se no è solo un dito che scrive sull’acqua, e allora mi sono messo lì a sognarti perché so che poi tu ti svegli felice.
Certe volte avrei voglia di fare qualcosa di mangiare di provare andare di fare guardare di godere di parlare sapere e mangiare bistecche di topi da laboratorio, ho voglia di essere gentile, sì gentile con tutta la tua pelle e le tue budella, raccogliere anche i tuoi baci scaduti che non voglio buttare niente di te, essere un uomo essere una donna essere ciò che vuoi su un prato di margherite, mi chiedo come ti faresti riconoscere un’altra prima volta, e intanto ho messo a bollire le scarpe per avere l’idea del viaggio che non farò, vuoi che facciamo l’amore ok io mi dissocio, ma facciamolo, e se sei al mattino su un isola e la sera sull’altra io sarò al mattino sull’una e la sera sull’altra, è che io le idee ce le avrei ma le hanno già trovate tutte gli altri non si inventa più niente ogni paesaggio ha già visto i tuoi occhi e dove non c’erano io andavo a leggere un verso nella stalla, non voglio avere colpa per tutti i secoli e gli amanti passati prima di me nel tuo bucato al sole, se sei mora amoreggerò se sei bionda abbionderò se sei pazza impazzirò se mi guarderai con lo sguardo di un cavallo ti cavalcherò se mi farai tuo maniaco ti violenterò.
Che ne hai fatto di tutte le radiografie della mia mano, quelle che ti ho mandato per farti capire chi ero, cosa volevo in cambio della tua lontananza, quale vita mi sarebbe servita da raccontarti, e allora senti questa quando il treno ha frenato scricchiolando in mezzo alla campagna c’eravamo noi sulle rotaie col nostro spargimento di sangue e le nostre cianfrusaglie e il nostro guardarci da due centimetri per vederci avere un corpo solo, perché le indicazioni erano di inventarsi un mondo e starci dentro anche finto basta starci dentro, sarebbe la differenza che fa tra la ferita e il miracolo, in fondo niente di diverso da un colpo di vento a sollevare le cartacce, e dimmi perché mi hai sorriso quando ti ho sputato in faccia dimmelo ho diritto a una risposta non startene lì vestita da biancaneve a guardare le scie degli aerei dobbiamo fare qualcosa per scambiarci i nostri ricordi inventati, scoprire che non sono gli stessi e legarceli intorno al collo, mentre tutto intorno era cosparso di cartacce.
Ci sono solo lenzuola nel mio letto e non ci mettono niente a diventare fantasmi, vorrei tornare ma non riesco a convincere le scarpe, quando ho fame dormo e quando ho sonno bevo, e quando ho paura copincollo i tuoi pensieri dentro i miei, ti porto a fare un giro in macchina mi piace guidare evitando i tombini, il mio sperma che cola dai tuoi occhi sarà solo l’inizio.
Tutto questo farei se solo tu fossi un essere che vive dei tuoi sospiri, se solo avessi un nome che assomiglia alla mia disperazione, prima di lasciarti sparire sotto un sasso non penso a ciò che dico perché non esisti, se tu fossi una formica almeno potrei schiacciarti con un dito mentre ti dico ti amo ma solo per giocare, le lettere d’amore si scrivono piangendo e tu non piangi abbastanza per i miei gusti. Ma non stare in pena per me che un albero sotto il quale far finta di non pensarti lo trovo sempre.  Se poi è l’inconcepibile che vuoi fai una cosa, apri la bocca, rimandami indietro questa lettera senza aggiungere una parola, cerca una fetta di mare da qualche parte per vedere il treno tuffarsi, e aspettami, ti prometto un giaciglio di noia e peccato, ti prometto una sparizione al momento giusto, guarda, uno stormo di uccelli disegna il tuo naso e il mio abbandono nel cielo che si addormenta, aspettami, resta sveglia almeno tu.

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movimenti ripidi degli occhi. 4

L’uomo si era fermato sul marciapiede e aveva cominciato a fissare una bambola nella vetrina, la fissava negli occhi per non vedere il riflesso delle macchine che correvano. Dall’altra parte della strada la donna guardava quel manichino che lui era diventato col tempo, e al suono di un violino che si arrampicava nel traffico, forse lo odiava, lo immaginava nudo, privo di voce e di pensieri come lui avrebbe voluto essere. Poi all’improvviso la donna crollò a terra, di schianto come una mucca al macello, intuendo la pistola negli occhi della bambola. Ma l’uomo la conosceva bene, era solo una delle sue stramberie, credersi morta, attraversò la strada e la raggiunse sedendosi accanto al suo corpo vuoto. Un piccione atterrò sulla schiena della donna e lei si scosse. Eccola lì, in attesa di tornare in vita come tutte le altre volte, tra poco si sarebbe seduta al suo fianco, gli avrebbe preso le mani per stringerle e morderle cercando un po’ di sangue. E il mendicante col violino sarebbe passato davanti alla vetrina, dove la bambola, trafitta dai fanali delle auto appena accesi, gli avrebbe bisbigliato un segreto.


agosto sexy. 8

Ho in testa un fuoco d’artificio che si chiama tristezza, faccio un giro per dare sangue alle statue ma solo la merda è certa. Io trovo il mio angolo e mi ci infilo, sicuro di quel che non dico, così da convincere i fiori a non sbocciare. Ritornerò a succhiare il male dal mio seno, abbaierò alla galera che mi manca. Sai? non ho mai sognato in una tenebra, perché la mia meta è quel fiume distratto che passa per la stanza, e io sono anche minorenne.


agosto sexy. 4

Benedici il cavallo e cadi in disuso poi ama tutto ciò che trovi, questo è. Però tengo a precisare che mi sto annientando e altresì a ribadire che le piante di menta mandano un profumo per cui potrei essere felice, gli aerei pubblicitari sorvolano le spiagge dicendo correte spermatozoi insieme ai sogni, tanto l’ignoto non lo trovate. Nel frattempo passeggio in ginocchio per preservare i piedi, e mi godo il picnic sulla schiuma insanguinata degli scogli.


tutti sognano io no

 

Stanotte quando stavo per mettermi a dormire un uomo è entrato nella mia stanza e senza darmi il tempo di spaventarmi mi ha detto mi scusi, ha preso la sedia e l’ha portata fuori. Non sembrava proprio avere cattive intenzioni, quindi sono rimasto a guardarlo, entrava e usciva dalla stanza svuotandola un po’ alla volta. Poi entrò con un altro uomo, al quale diede ordine di togliere le tende, mentre un altro con la tuta saliva sulla scala per smontare il lampadario. Proprio adesso che sono stanco e voglio andare a dormire deve arrivare tutta questa gente? pensai. La stanza ben presto non fu più che quattro muri miseramente bianchi. L’uomo che comandava i lavori si affacciò alla finestra, fece un fischio e poi mi disse di stare tranquillo che andava tutto bene. Arrivarono altri uomini, misero dei tappeti e colorarono i muri di verde e giallo, altri portarono oggetti vari e indefiniti tanto che io non riuscivo a distinguere se volessero farne una sala operatoria o un’officina. Il nuovo lampadario però era indiscutibilmente settecentesco. Montarono anche uno schermo enorme dal quale uscirono fuori uccelli a forma di gatti neri che presero a volteggiare nella stanza. Dal soffitto piovve un tuffatore che si infilò nel pavimento, e quando qualcuno cercò di applaudirlo fu subito accoltellato. Il sangue zampillò come una fontana che spruzzò la stanza e tutti i presenti di piccole macchioline rosse. Un grasso soprano approfittò per farsi una doccia intonando un vocalizzo, e più si riempiva di sangue più il suo acuto diventava stridente. Entrò un maiale con in groppa un bambino che rideva alla follia. L’enorme schermo rimandava una foresta e il rumore sensuale della sua sinfonica pioggia. E c’erano due donne, quella nera urinava davanti a me, quella bionda sorseggiando un cognac voleva improvvisare una poesia, ma in quale lingua? Un sommozzatore si affacciò alla finestra bussando contro il vetro. Io ero inaspettatamente seduto su un trono, e avevo sempre più sonno. Il maiale calpestava popcorn, aveva al collo un grosso orologio che girava velocissimo. L’assassino era scappato e tutti fecero improvvisamente silenzio per stare ad ascoltare la foresta. Che sonno avevo! Ragazzi dissi, è il vostro sovrano che vi parla, è ora di andare a dormire. Rimisero tutto a posto in un baleno. Per ultimo il direttore dei lavori riportò la mia sedia al suo posto, là dove mi dava modo di riconoscere la mia stanza, quella di tutti i giorni e quella di tutte le notti. Anche il profumo di fragola era svanito. Così finalmente potei mettermi a letto, con la speranza di potermi infilare in qualche buon sogno. Stamattina però quando mi sono svegliato fui deluso di non avere sognato niente, o forse come si dice, di non ricordare nessun sogno. Fortunato chi ricorda i sogni.

 


frames 14. basta quadrifogli

 

Io so dov’è il posto. Tutti gli anni vengo qui e lo trovo, il mio quadrifoglio. Basta smuovere un po’ lo sguardo ed eccolo, goffamente nascosto tra tutti gli altri che hanno una foglia in meno, quasi a non volerli umiliare. Cresce sempre, proprio qui, e non mi delude mai. Oggi però non lo vedo, è più di un’ora che sto ad accarezzare le foglie qua e là sul tappeto della piccola radura, ma sono sempre tre. Possibile che qualcuno sia passato di qui prima di me? E certo se fosse l’avrà anche raccolto magari per metterselo stupidamente sotto il cuscino. Ma no, per arrivare fin qui devi lasciare la stradina e inoltrarti nel bosco e poi inseguire tutti quegli indizi che solo io conosco, non ci arrivi per caso. Un merlo atterrò su un ramo vicino per assistere alla scena del mio tradimento. Spari di lontani cacciatori si allungavano sulle fronde più alte. Continuai a cercare, continuai a non trovare niente, e improvvisamente funesti presagi frullavano le loro ali tra gli alberi, che poi non che mi fossi mai abbandonato alla mediocrità di facili auspici consolatori, no, mi bastava che la mia vita avesse qualche certezza, qualche mio segreto entro cui cullare la smania quando sconfinava. Presi a cantare, ma dove avevo imparato quella filastrocca che anziché essere rassegnata aveva un colore malinconicamente felice? Avrei voluto spogliarmi, ma ero già nudo nell’arrendevole percezione di appartenere alla mia voce. Del fogliame si agitava poco più in là, e quando si schiuse un uomo venne avanti faticosamente, la bocca aperta, sgocciolando di sangue e spavento. Crollò a terra incurante delle spine, e da lì mi guardava stupito. Credo non si spiegasse perché mai io continuavo a cantare, o forse conosceva la canzone e avrebbe voluto dire sì, me la ricordo bene. Era ferito, del resto la caccia era ormai aperta, e il merlo tornò in compagnia di altri merli, e il ramo faceva su e giù. Restammo a guardarci per una decina di minuti, non cantavo più. Avevo capito che stava morendo così gli dissi, a me piacciono le polpette. Lui disse che era vegetariano, e io continuai, coi piselli. Fece un cenno come per gradire, allora incoraggiato gli dissi ancora, io non bevo non fumo sono single e non voglio bambini, il mio colore preferito è il blu. Dopo un po’ di esitazione, le conversazioni all’inizio sono sempre difficoltose quando non ci si conosce e si crede di avere vite diverse, mondi diversi, pensieri diversi, non potei fare a meno di dire che mi piaceva il cinema. Lui mi guardò compassionevole, o chissà era solo la fine. Il sangue aveva trovato il suo percorso finendo in una pozza rossa ai piedi di un tronco. Mi incamminai, non avevo più molti argomenti. Ehi, mi chiamò. Guarda qui, disse spostando il gomito, c’è un quadrifoglio. I merli voltarono la testa verso di lui. Non credo amico, ti sbagli, non ci sono più quadrifogli, risposi andandomene via da quell’imbroglio che sembrava solo cinema, null’altro che cinema.

 


lento riavvolgimento 3

delitto 3

 
 
 
l’alfabetico controvento allunga la notte fino
alla finestra aperta sull’antifurto aperta
sul plotone aperto il portone puoi entrare
finestra dentro il mio sangue buio il piacere non
fa più piacere del duttile prodotto anatomico
o forse inglese non è più poltiglia di me il confluire
delle morti a me intestate sai cosa faccio luna
non guardare mi sveno perché chi è genio è genio e basta
 
 
 
 

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