ogni cielo nero ha bisogno di una collina bianca

Non mi piacciono le videopoesie, di solito sono una palla, però ne ho fatta una, che forse è una palla, o forse no…

il testo è qui

 

 

 


il cielo sa quanto pesano le stelle

 

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Andare a dormire è una sconfitta, riconoscere che la giornata è finita e arrendersi, il sonno disperderà le illusioni che il risveglio non troverà più, i primi uccelli che cantano, la ventola del computer che fa discorsi insensati alle macchine parcheggiate di sotto, dobbiamo essere feroci se non vogliamo morire, ma ci sono ancora le veline che ballano con entusiasmo? Il sole appena alzato si è andato a mettere dietro le nuvole, quanto tempo ho per prepararmi a sparire, entrare nella moviola a occhi chiusi e guardarmi nascosto dietro un muro, perquisire quelle scene bagnate di pioggia violacea, scandagliare i paesaggi di un destino senza uscita, non posso rispondere di quello che faccio nei sogni degli altri. La mia sfortuna è che sono fortunato e continuo a leggere quel cartello, vietato sedersi sui gradini. Un’ora fa ad esempio sono stato a farmi un giro in montagna con renato rascel, non faceva nemmeno tanto freddo, guardavo il cielo, il cielo sa quanto pesano le stelle, e io devo fare la guardia al mondo, aspettare un fulmine che rischiari il paese per vedere che sta andando tutto bene, che è solo nostalgia del futuro quella che mi prende appena vedo un letto e una finestra rinfacciarsi l’aria fresca del mattino.

 


bozza del discorso per quando mi daranno il nobel

 

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Signori ascoltatemi, io sono quello che ha inventato trenta giorni a novembre con april giugno e settembre ma non lo sa nessuno perché quando l’ho sussurrato tra me e me per la prima volta tutti stavano guardando la luna che si spostava per non farsi mirare dal missile. E però adesso ve lo spiego meglio chi sono, sono uno che non gli piace la democrazia. La democrazia concede un voto allo zotico ignorante tanto quanto a un plurilaureato, e io penso sia sbagliato che i due voti debbano avere lo stesso peso, perché non può essere che siamo tutti uguali, non di rado infatti succede che lo zotico sia molto più saggio del laureato. E allora ecco la mia proposta, tutti nudi con la testa coperta da un qualche burqa perché così non ci sarebbe da vergognarsi di niente una volta che hai messo al sicuro la faccia. Solo corpi nudi in giro per le strade e nei negozi e negli uffici, solo carne sormontata da un cappuccio, sotto il quale immaginare una scrofa o un bovino un beota o un angelo custode. Nessuno deve potersi guardare in faccia e negli occhi e vedere le lacrime di chi piange ma consolare solo il suo corpo, consolarlo con le mani e con gli sguardi del bovino, niente baci solo mani, percorretevi le pelli, estirpatevi i peli, lasciate scorrere le vostre utopie che hanno l’odore del terriccio incolto, specchiatevi nei muscoli dei malintenzionati, urlate, azzannate, rotolate, assaltate le rovine. E solo alla sera nascosti nelle nostre case potersi rivestire, mettersi a letto e cantare la preghiera del criminale felice. Ogni illusione che sia punita e ogni risveglio che si affacci a vedere luoghi dove sia vietato parlare inglese, paesaggi in bianco e nero con un pianoforte a celebrare il potere dell’olfatto, e il selvaticume dei vostri pensieri spanderlo sopra un agosto senza fine. Tutti i vocabolari televisivi saranno bruciati perché per capire chi sei non devo interpretare i tuoi pantaloni o le tue scarpe, e allora sì che il linguaggio del corpo non sarebbe solo uno sfizio, e una volta che fossi riuscito a instaurare questo regime io me ne starei a casa, perché non voglio dire niente al mondo, nemmeno se fosse il premio della mia ultima lotteria vincente. Non c’è qualcosa che mi preme di dire, non ho la necessità di urlare un bisogno, solo osservare il calendario stare fermo sopra il muro, e se il consiglio ha deciso che non vi piaccio, bene, si liberano delle sedie allora.


fare l’alba, disfare sogni

alba

 

C’è un aereo che parte tra poco. Non faccio mai quello che penso di fare per cui ho lasciato la luce accesa. Quando torno prenderò un appartamento, sì voglio sposarmi. Camminiamo? Così mi potrai chiedere se ti cercavo, e io, cosa hai fatto in questi giorni? e tu, ha piovuto continuamente. Questa è la chiave e quella è la fioraia, sono io, non ti ricordi di me, dei miei fiori, come potrei dimenticare anche ciò che non è mai esistito, dimenticare la mia inesistenza floreale, aspetta là dietro però, è una donna gelosa, anzi tieni vai a mangiare qualcosa, non posso lavorare se no. Non ti mando via, è una cosa urgente questo tramonto, sebbene sia solo uno dei tanti colori al mondo, ma qui sotto quest’ombra io ti posso giurare che non ti amavo e che poi mi è piaciuta la tua rabbia e il mio spavento quando facevi suonare il telefono, che se suonasse adesso sarebbe come soltanto una goccia di pioggia. Voglio essere sicuro che non vedrai nessuno, e io a pascolare maiali in un castello, in mezzo ai soldati, voglio vedere solo soldati. Il cancello dà sull’orto, lo attraversi e passi un canneto che ti porta fino ai campi, sul fondo vedrai la villa, c’è un pozzo nel giardino dove ti potrai nascondere in caso di pericolo, e lì depilarti come ha fatto quel pazzo l’anno scorso che ti ha violentata e poi ha firmato per essere il più bello il più intelligente, il migliore di tutti quelli ai quali hai gridato vattene sei un assassino. Questa notte staremo svegli, per farti soffrire quanto ho sofferto io, per rivestirti piano piano, le tue povere fiamme non possono niente e niente le spegnerà, è difficile sopraffare le guardie, difficile che io mi ammali all’idea di vedere il sangue.
Cos’altro, qualcosa che non va, se chiamate un dottore ditegli di aspettare, perché noi ci conosciamo e non ho idea di ciò che sia il freddo seduto ad aspettarlo, sono tre o quattro ore più comodo, dove c’era stato un cadavere adesso credo che avremo burrasca, quella di non sapere cosa succede, vuoi spegnere quel motore? orribile, scoppiettante come il diritto di salvarci e di chiedere aiuto. L’ho visto mentre l’uccideva e cercava di fargli capire che si può festeggiare perché siamo ricchi, e cosa cercare ancora finalmente, di incontrarlo un’altra volta che non lo conosco molto bene, oppure digli di darti un numero dove lo possa chiamare. Ma ti sei mai chiesto dove vanno, e il frammento di osso nei polmoni era la causa della morte. Ti avevo detto di chiamarmi, era urgente, finché il tramonto non era ancora tramontato, ti vorrei aiutare ma non so dove sia, tieni la bocca chiusa comunque, apri la porta e così come mi hai trovato stamattina, un corpo che squilla senza risposta, così voglio avere il tuo cuore qui nelle mie mani, perché mi piace, morire lentamente in un buco della roccia dove non possono trovarmi, domani mattina in stazione, alle otto. Posso spiegarti il malinteso, quella mossa di attraversare la strada, entrare nel parcheggio, accanto alla voce femminile di un uomo che può fare qualsiasi cosa quando è disperato.
Siamo già in ritardo. Non ho preso un soldo con me. Voglio provare a dirglielo subito di quell’incendio laggiù, ma dopo trenta chilometri chi mi inseguiva mi sfuggiva, la lettera l’avevi ricevuta e io ti avevo ritrovata, sfidata, e sentito dire non puoi entrare, da quando tua madre è morta hai sempre torto, che importanza ha la tua angoscia, c’e una vecchia che ti desidera nel salone grande, colpita in battaglia ti racconterà la mia colpa. Grazie di tutto, se sei d’accordo la tua grossa delusione sono io. Non parti con me, dunque questo è il rapporto, speriamo che soffi forte il vento, spostati, spostati ancora un po’, ripeti ancora un po’ che è inutile, dai un’occhiata, guarda la tua nave come batte il record di tutti gli azzurri immaginabili, bruciarla, con questo mare. Prendi quella sedia, volevo dirtelo da tanto tempo. Ho bisogno di aria, so che non dovrei uscire senza giacca, ma ricordo com’eri felice.
Vestita così hai un bel sorriso. Stai attenta a come rispondi, non ti aspettavo più, perché non mi hai detto che saresti venuta. Lei fa il bagno con la maglietta, che animali avrà? Un telefono, una finestra. Ho imparato a pensare come lei, questo è il suo problema. A volte devo svegliarmi per urlare il suo nome. So quanto devi aver passato, e spero non sia un altro falso allarme, o di più, pronto sì, un’ambulanza per favore. Per quanto tempo ancora quest’odore di ossido di carbonio s’infila nella macchina sbagliata. La merda dei traditori mi fa dimenticare dio, ti farò pedinare, vestito da spazzino ti dimenticherò, non meritavi di morire così. Da piccolo pensavo alle cose che facevo, adesso svengo, vedo l’alba dal patibolo, e ti aspetto fuori. Godrò di te, la luna se finisse la sua corsa in un lago, con quel sapore intenso del latte violento avresti solo un sospiro che io non saprei come usare, gli animali i fiori la musica, voglio essere essenziale, godermi dio poi buttarlo via, un camion che cade dal cielo.

 

(Ho ritrovato questo nel computer, data creazione documento 2006, ma io me lo ricordo ancora più lontano, l’ho letto, andava bene per questa foto che mi sono fatto invece pochi giorni fa, e andava bene perché non sapevo proprio cosa scrivere delle mie albe e di tutti i sogni che ci sono passati in mezzo, e andava bene perché sembra non sia cambiato niente da come sbirciavo l’alba allora e potrei averlo scritto stanotte, che non se ne sarebbe accorto nessuno, nemmeno io)


istruzioni per quando ci si ritrova sepolti vivi

Jindrich Streit

 

A tutti può capitare di ritrovarsi sepolti vivi, vuoi per un disguido, un equivoco o un disegno di qualcuno che non ci vuole bene, compresi noi stessi. Quando ci si ritrova sepolti vivi è importante restare calmi e pensare che ci sono molte cose che si possono fare. Innanzitutto tastate con le mani intorno a voi, qualcuno potrebbe aver provveduto ad installare da qualche parte un pulsante di sicurezza, e colui che a tutti era parso un folle allucinato diventerà la vostra salvezza. Se non lo trovate intanto prendete atto che quello dove siete è un rifugio sicuro e irraggiungibile, non dovrete temere nessuna guerra da lì, e se avete problemi con la giustizia nessuno vi troverà mai. È un pensiero assurdo, ma alla mente certi pensieri insensati spesso risultano adeguati, perché la mente ha delle regole sue con le quali è in grado di costruire realtà che non fanno parte di questo mondo. Proprio per questo la procedura prevede che cerchiate intanto di capire se è solo la vostra testa ad essere sepolta quando in realtà il vostro corpo se ne sta tranquillamente a prendere il sole da un’altra parte, che sia solo paranoia cioè, e nel caso potreste considerare l’eventualità di un risveglio, perché checché se ne dica il famoso potere della mente è ben poca cosa se il corpo non è in grado di assecondarlo, almeno fintantoché state in questo mondo.
Dovete evitare di pensare al futuro, al contrario pensare al passato può servire, un po’ come guardare la televisione, bisogna pensare che a qualcuno possa venire in mente in qualche parte del mondo che tu sei lì sepolto vivo e che allarmi tutto l’allarmabile per venirti a trovare ed è necessario altresì essere fiduciosi del fatto che sia creduto. Perché la speranza non venga meno occorre individuare degli appigli o incidenti nella vita che continua sopra di voi che possano portare anche solo per pura fortuna a scoprire la vostra condizione. Pensate a tutte le persone che conoscete, anche quelle che avete incontrato una sola volta, e cercate di capire, di intuire o di inventare un qualche motivo per cui qualcuno di loro possa venirvi a cercare, e attaccatevi a questa idea come un lupo che ha fame, e arredatela al meglio nella consapevolezza che spesso la realtà risulta di gran lunga molto più appagante della fantasia.
Del resto quante volte siete stati sepolti vivi dentro un’idea impossibile, quante volte avete provato l’impotenza di parlare a qualcuno che non voleva sentire, quanti sogni avete fatto senza alcuna possibilità che fossero altro che sogni dai quali scappare. Convincetevi che la situazione in cui vi trovate non è poi così distante dalla precedente, e se prima non ve ne siete accorti adesso vi verrà più facile mettere a fuoco che un po’ di terra piovuta da un badile non può fare una gran differenza. La vostra vita è sempre stata scandita da galere e sepolture. L’esistenza è una prigione e da quando siete nati siete sempre stati aggrappati alle sue sbarre. E prima ancora tutti siamo stati sepolti in una pancia. È questione di abitudine, ci si abitua a tutto. Il mondo stesso, i pianeti e anche tutto il cielo è imprigionato dentro le sue leggi, e non ne può uscir fuori. Avete mai sentito urlare una stella disperata?
Uno dei metodi che ho individuato per tenere lontani i pensieri cattivi è quello di mettersi a contare senza porsi un numero finale, una meta, ma lasciarsi trascinare verso l’unica destinazione possibile dell’infinito. Un’altra cosa bella da pensare è realizzare che appena due metri sopra di voi c’è la vita con tutte le sue storie e i suoi colpi di teatro, potete immaginarvele camminare e recitare sopra di voi e valutare che se ne siete due metri sotto tutto sommato non è poi la fine del mondo, pensate a due innamorati quando stanno lontani centinaia di chilometri, e per voi non sono che due metri soltanto.
Essendo al buio non vi sarà difficile immaginare una notte stellata e pensare alla grandezza dell’universo, e a quanto poco interessi all’universo della vostra angoscia, della vostra piccola storia di sepolto vivo, e rendetevi perciò conto di essere già qualcosa di inesistente per l’universo, e che in fondo lo sareste lo stesso inesistenti anche se foste due metri sopra. Questo è un pensiero che verosimilmente avrà già segnato i momenti più critici della vostra esistenza sopra la terra, ma fatto sotto può essere molto utile. Quindi restate il più possibile con i vostri pensieri e le vostre trepidazioni miliardi e miliardi di anni luce lontano, in quella parte di eternità dalla quale è difficile ricordarvi di essere sepolti vivi.
L’unica cosa che potete fare è pensare, sì potreste anche urlare ogni tanto, ma solo per scaricare tensione, che non si è mai visto che uno urla da sottoterra e lo sentono. E allora pensate, pensate. Pensate che se siete sepolti vivi è perché probabilmente vi hanno creduto morti, per cui come siete morti una volta potreste in breve tempo morire una seconda, potrebbe trattarsi di un ritorno alla vita temporaneo, beffardo ma in questo caso risolutivo, e anche questo è un pensiero che può aiutare.
Un altro trucco è immaginare che vi state svegliando da un brutto sogno, ma aspettate a svegliarvi, continuate ad aspettare fin che potete, sognatevi il vostro brutto sogno senza schiacciare mai il pulsante del risveglio. Mai perdere la speranza, mai pensare all’aria che verrà meno, piuttosto inventarsi storie di mare o di aperta campagna, o di volare nel cielo. Come le ballerine catturate dai quadri, dovete solo dipingervi una scena intorno.
Ma una cosa che dovrete assolutamente fare sarà immaginarvi il mondo che verrà, perché è molto probabile che sarà proprio come voi lo volete. Siete come un astronauta sepolto nella sua capsula spaziale ma destinato a un altro mondo probabilmente meraviglioso. E quindi immaginatevi di fare l’amore in ogni posto del mondo, con ogni donna e uomo del mondo, in ogni piega del mondo e in fronte ad ogni paesaggio del mondo, con tutte le parole e i silenzi del mondo. Anche se il mondo non sarà più questo.


luglio sexy

luglio sexy

 

Adesso che siamo coetanei possiamo dircela la verità, non mi sei mai piaciuta, vai in giro a dire che ti amo e intanto istruisci i fianchi contro le mie mani mi guardi come se avessimo fatto l’amore dentro un’edicola ma non sei niente per me, e quelle piantagioni di idioti che hai messo sotto il divano è solo la storia di un bacio disumano che non si lascia raccontare, c’è profumo di chiuso nei tuoi occhi che mi guardano perché il tempo non è passato nell’ultima mezzora, in questa casa c’è troppa gente che non sei tu e c’è tutto agosto per darsi da mangiare, ci sono teschi per terra da prendere a calci e la vista sulla discarica di sperma quella dove ti ho trovato, e le mie urla porno che divampano dal grammofono, in questa casa non c’è un’ultima volta da quando l’ultima volta ti ho riempita di chiodi, ti ho fatta rotolare giù dalle scale ma niente ho ritrovato il tuo grugno nella piscina vuota, davanti a te mi addormento in piedi per sognare ghiacciai ricoperti dalla sabbia del deserto, e riguardo con tristezza il documentario della mia vita che brucia nel proiettore, non rispondo della mia posta infetta e sto sempre al cimitero per adorarti nel ritratto della mia bisnonna, ma essere il tuo cosmogenito non era il mio progetto, piuttosto era toglierti il tappo e lasciarti volare per la casa prima di vederti infilare una finestra aperta e perderti in quell’anastilosi di stelle che è la tua notte, torno nel mio buco a pensare che mi stai pensando, e i suoni languidi delle notifiche mi sfiorano ovunque anche se tutto è spento.

(Questa è una non poesia ispirata dalle cose che non ci sono in casa ma ancor più dalla mia bambola gonfiabile.)

qui il mio calendario sexy


il bell’incompiuto che sarei io

livigno

 

Quando ero piccolo mi piacevano quelle più grandi, diciamo le ventenni, adesso i miei gusti non sono cambiati, mi piacciono ancora le ventenni, è solo cambiato il punto da dove le osservo, ma io resto coerente. Non so cosa c’entra questo ma era per iniziare. E’ un periodo che partono dei discorsi nella mia testa e poi si fermano, io so che vorrebbero atterrare da qualche parte e riesco benissimo a far finta di non sapere dove. Allo stesso modo mi succede che mi arrivano all’improvviso le parti finali di un ragionamento, le conclusioni, senza che riesca a capire da dove erano partite, quali ne erano le premesse. È come se guardassi le cose o dall’alto o dal basso, o dall’inizio o dalla fine, il mezzo busto o le gambe.
Ieri mattina qualcuno mi ha svegliato, ed era un’idea. Erano le otto, dormivo da appena due ore e questa idea se ne è arrivata da non so dove senza nemmeno che la stessi cercando. C’è questa iniziativa di Giulio Mozzi che raccoglie poesie per farne un ebook, e il tema è Le cose che ci sono in casa. Io non sono un tipo partecipativo e non ci pensavo per niente, e nemmeno mi piace l’idea di scrivere poesie per un cavatappi o un posacenere o una maniglia della finestra, cosa che sembrerebbe inizialmente bizzarra e quindi creativa, in realtà mi fa ricordare il mio maestro delle elementari che era molto più creativo. Però arriva questa idea alle otto del mattino e mi sveglia, e mi dice che tra le cose che ci sono in casa c’è anche la bambola gonfiabile, e io non riesco più a dormire. Non che in casa mia ci sia realmente, sebbene conoscendomi potrei anche averla nascosta in passato senza ricordarmi più dove, ma mentre sono ancora nel letto mi viene in mente che in tutte le case c’è una bambola gonfiabile, tutti ce l’hanno una bambola da riempire dei loro risvegli monchi, delle loro attese senza ritorno, delle lacrime non piante. Un po’ come l’amico immaginario, solo in versione erotica sentimentale. In quale casa non c’è una persona che non si vede, fatta solo dell’evanescenza dei sogni, un fantasma col quale travestirsi da fantasma per passare le serate ricoprendolo di parole a salve mentre fuori continua a piovere sotto il lampione? La bambola gonfiabile è il tu di ogni poesia, è la musa che ci racconta la nostra vita per farcela sembrare meno impossibile. Col tempo arriviamo a perfezionare il nostro modello di bambola, a pretendere quello più costoso con il calore della pelle regolabile per ogni frangente della nostra allucinazione, costruiamo pensieri perché lei li possa pensare così che innamorati dei suoi pensieri ce la portiamo anche fuori a cena convinti che sia così vicina alla realtà da poter ingannare anche gli altri.
Piacendomi l’idea, e ormai sveglio, decido che scriverò qualcosa, oltretutto farsi notare da uno come Giulio Mozzi è sempre una buona cosa, però poi vado a leggere alcune delle poesie già inviate sul suo blog ed erano proprio brutte così ho deciso di non mandargli la mia. E per non sprecare gli appunti e tutti i pezzi di viscere che erano rimasti sparsi nella mia testa ho pensato di farne comunque una poesia nella forma del mio calendario. Non è ancora pronta la metterò nei prossimi giorni, che non è che uno si sveglia al mattino e scrive una poesia, è un po’ più complicato e ci vuole tempo, bisogna masticare digerire vomitare scattare delle foto parlare da soli sperando che la bambola risponda, gonfiarla sgonfiarla e metterci un po’ di enigmistica. Quindi quando vedrete il mio prossimo luglio sexy pensate alle vostre bambole gonfiabili, e per convincervi meglio che si tratta di poesia e farne dei versi dovrete solo interrompere le righe a un certo punto prima che arrivino in fondo, cosa che io non faccio ma che potete fare voi, non importa dove, come viene meglio all’occhio più che altro, perché la poesia è sì un problema anche di metrica ma soprattutto credo di ipnosi, seduzione e di vocabolario sensoriale, la metrica sta nel ritmo emotivo delle immagini e del linguaggio, gli accenti e il numero delle sillabe si posizioneranno poi da soli se le orecchie e qualche altro organo funzionano. Tutto questo è effettivamente abbastanza sexy. E mi fa pensare che le mie riflessioni a metà sono un po’ come i versi che per poter diventare poesia non arrivano in fondo alla riga, e lasciano quel po’ di vuoto bianco che ti fa credere che c’è altro, entro cui puoi sperare ancora, e così allora penso anche che mi piace essere sconnesso e mutilato e incompiuto e anche sollevato dall’obbligo di trovare una relazione tra le macerie del mio corpo.
E infatti questo bel discorso non spiega cosa c’entri il fatto che mi piacciono le ventenni, forse era solo per dare un’età alla bambola o meglio ancora un vago sapore d’illusione all’aria che la gonfia, o accarezzare quel mio sentirmi sempre fuori posto, o troppo piccolo o troppo grande, sempre troppo qualcosa, non so, di solito gira e rigira arrivo a una qualche conclusione e i conti riesco a farli tornare, ma ora niente, e se prima era servito per iniziare adesso mi serve per finire, e questo intanto me lo faccio bastare. Come la bambola, appunto. E forse è quello il nesso. È solo uno dei tanti pensieri a metà, delle tante mie vite a metà, fatte di aria a volte rarefatta come quella dei tremila metri sopra cui far penzolare un piede.


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