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il bell’incompiuto che sarei io

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Quando ero piccolo mi piacevano quelle più grandi, diciamo le ventenni, adesso i miei gusti non sono cambiati, mi piacciono ancora le ventenni, è solo cambiato il punto da dove le osservo, ma io resto coerente. Non so cosa c’entra questo ma era per iniziare. E’ un periodo che partono dei discorsi nella mia testa e poi si fermano, io so che vorrebbero atterrare da qualche parte e riesco benissimo a far finta di non sapere dove. Allo stesso modo mi succede che mi arrivano all’improvviso le parti finali di un ragionamento, le conclusioni, senza che riesca a capire da dove erano partite, quali ne erano le premesse. È come se guardassi le cose o dall’alto o dal basso, o dall’inizio o dalla fine, il mezzo busto o le gambe.
Ieri mattina qualcuno mi ha svegliato, ed era un’idea. Erano le otto, dormivo da appena due ore e questa idea se ne è arrivata da non so dove senza nemmeno che la stessi cercando. C’è questa iniziativa di Giulio Mozzi che raccoglie poesie per farne un ebook, e il tema è Le cose che ci sono in casa. Io non sono un tipo partecipativo e non ci pensavo per niente, e nemmeno mi piace l’idea di scrivere poesie per un cavatappi o un posacenere o una maniglia della finestra, cosa che sembrerebbe inizialmente bizzarra e quindi creativa, in realtà mi fa ricordare il mio maestro delle elementari che era molto più creativo. Però arriva questa idea alle otto del mattino e mi sveglia, e mi dice che tra le cose che ci sono in casa c’è anche la bambola gonfiabile, e io non riesco più a dormire. Non che in casa mia ci sia realmente, sebbene conoscendomi potrei anche averla nascosta in passato senza ricordarmi più dove, ma mentre sono ancora nel letto mi viene in mente che in tutte le case c’è una bambola gonfiabile, tutti ce l’hanno una bambola da riempire dei loro risvegli monchi, delle loro attese senza ritorno, delle lacrime non piante. Un po’ come l’amico immaginario, solo in versione erotica sentimentale. In quale casa non c’è una persona che non si vede, fatta solo dell’evanescenza dei sogni, un fantasma col quale travestirsi da fantasma per passare le serate ricoprendolo di parole a salve mentre fuori continua a piovere sotto il lampione? La bambola gonfiabile è il tu di ogni poesia, è la musa che ci racconta la nostra vita per farcela sembrare meno impossibile. Col tempo arriviamo a perfezionare il nostro modello di bambola, a pretendere quello più costoso con il calore della pelle regolabile per ogni frangente della nostra allucinazione, costruiamo pensieri perché lei li possa pensare così che innamorati dei suoi pensieri ce la portiamo anche fuori a cena convinti che sia così vicina alla realtà da poter ingannare anche gli altri.
Piacendomi l’idea, e ormai sveglio, decido che scriverò qualcosa, oltretutto farsi notare da uno come Giulio Mozzi è sempre una buona cosa, però poi vado a leggere alcune delle poesie già inviate sul suo blog ed erano proprio brutte così ho deciso di non mandargli la mia. E per non sprecare gli appunti e tutti i pezzi di viscere che erano rimasti sparsi nella mia testa ho pensato di farne comunque una poesia nella forma del mio calendario. Non è ancora pronta la metterò nei prossimi giorni, che non è che uno si sveglia al mattino e scrive una poesia, è un po’ più complicato e ci vuole tempo, bisogna masticare digerire vomitare scattare delle foto parlare da soli sperando che la bambola risponda, gonfiarla sgonfiarla e metterci un po’ di enigmistica. Quindi quando vedrete il mio prossimo luglio sexy pensate alle vostre bambole gonfiabili, e per convincervi meglio che si tratta di poesia e farne dei versi dovrete solo interrompere le righe a un certo punto prima che arrivino in fondo, cosa che io non faccio ma che potete fare voi, non importa dove, come viene meglio all’occhio più che altro, perché la poesia è sì un problema anche di metrica ma soprattutto credo di ipnosi, seduzione e di vocabolario sensoriale, la metrica sta nel ritmo emotivo delle immagini e del linguaggio, gli accenti e il numero delle sillabe si posizioneranno poi da soli se le orecchie e qualche altro organo funzionano. Tutto questo è effettivamente abbastanza sexy. E mi fa pensare che le mie riflessioni a metà sono un po’ come i versi che per poter diventare poesia non arrivano in fondo alla riga, e lasciano quel po’ di vuoto bianco che ti fa credere che c’è altro, entro cui puoi sperare ancora, e così allora penso anche che mi piace essere sconnesso e mutilato e incompiuto e anche sollevato dall’obbligo di trovare una relazione tra le macerie del mio corpo.
E infatti questo bel discorso non spiega cosa c’entri il fatto che mi piacciono le ventenni, forse era solo per dare un’età alla bambola o meglio ancora un vago sapore d’illusione all’aria che la gonfia, o accarezzare quel mio sentirmi sempre fuori posto, o troppo piccolo o troppo grande, sempre troppo qualcosa, non so, di solito gira e rigira arrivo a una qualche conclusione e i conti riesco a farli tornare, ma ora niente, e se prima era servito per iniziare adesso mi serve per finire, e questo intanto me lo faccio bastare. Come la bambola, appunto. E forse è quello il nesso. È solo uno dei tanti pensieri a metà, delle tante mie vite a metà, fatte di aria a volte rarefatta come quella dei tremila metri sopra cui far penzolare un piede.

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quando ho scoperto che le donne hanno le gambe grosse

 

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Io pensavo che fare l’uomo voleva dire essere decisi, essere propositivi, nel senso che io decido cosa facciamo e tu sei d’accordo, e questo anche nell’approccio sentimentalsessuale che alla donna piace un po’ essere aggredita ed essere d’accordo con tutto quello che dici, quindi appena ho avuto l’occasione mi sono buttato senza farmi troppi scrupoli, spregiudicato e all’arrembaggio, sicuro di me e del mio diritto di maschio che deve chiedere una volta sola senza nemmeno stare a sentire la risposta, finché lei non ha davvero risposto e mi ha detto, ma insomma non capisco se sei un maniaco o uno stronzo. Questa esperienza mi ha segnato, soprattutto in considerazione del fatto che sono uomo sì ma intelligente per cui dopo aver passato un po’ di tempo a riflettere prendendo coscienza dei miei errori e di quali potevano essere le migliorie al mio metodo di avvicinamento all’altro sesso, mi sono voluto dare una seconda possibilità e non appena si è ripresentata l’occasione me la sono giocata all’insegna della massima prudenza. Nessuna avance diretta, manciate di romanticismo senza pudore, attenzione massima alle parole che non sembrassero intendere alcunché di sconveniente, gentilezza e controllo, evitare argomenti e allusioni sessuali, in pratica assoluto rispetto per quell’animo femminile tanto delicato che non deve essere sfiorato nemmeno con un dito, e devo dire che sembrava andare tutto per il verso giusto, era sicuramente quella la strada, senonchè a un certo punto l’animo delicato mi dice, ma insomma non capisco se sei un omosessuale o uno stronzo. Sì lo ammetto ci sono rimasto male quella volta, è pur vero che le donne non sai mai come prenderle, ma è anche vero che un uomo certe cose le sa fare e basta senza troppe storie e così ho passato un periodo di disorientamento durante il quale ho però avuto modo di capire ed apprezzare la via del compromesso, cioè quella cosa per cui la verità sta nel mezzo, un po’ l’uno un po’ l’altro, i giusti ingredienti al momento giusto, l’equilibrio. Non potevo negarmi a quel punto un’ultima spiaggia che misurasse la mia conquistata saggezza, e individuata la donna che faceva per me ho cominciato subito a sfoggiare la mia assennata manfrina fatta di giuste misure, ostentata padronanza di tutte le sfumature, tenero ma duro all’occorrenza, bastone e carota per così dire, mescolando con sapienza le esperienze passate e la cosa sembrava infatti fare breccia, del resto avevo lavorato tanto per arrivare fin lì, ma proprio quando ormai era chiaro che non potevo fallire ecco che lei all’improvviso mi dice, ma insomma non capisco se sei un maniaco o un omosessuale. A quel punto l’ho guardata, sicura di sé e un po’ sprezzante, l’ho lasciata bollire nel suo brodo per una decina di secondi e poi ho detto, no no propendo più per lo stronzo, però tu hai le gambe grosse.

 


lettera d’amore a una formica

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Proprio io che ammazzo le parole pur di non pronunciarle faccio finta che tu sei questa formica per avere un corpo con cui parlare, per vedere come ti muovi nel mondo, non l’ho mai fatto perché gli applausi paralizzano uno della mia specie anche solo sentirli salire dal canyon, quelli come me non sanno nemmeno la paura di non averti mai incontrata, c’è sempre un treno in corsa su cui saltare e un identikit in tasca, quelli come me fanno ginnastica in ripostiglio, e allora ti dirò solo le cose superflue, per l’essenziale c’è tempo quando saremo bambini con la tromba, che una lettera d’amore non è niente se la paragoni a quando tutto sarà finito.
Dal mio cannocchiale, devo dirti, ti ho vista seduta nella stanza e sembravi così vergine nella tua affamata distesa di solitudine che mi è venuta voglia di pensare che arrivavo io e abbiamo cominciato a dipingere le pareti lasciando già il segno che i quadri lasceranno quando saranno tolti, ecco in quei pezzi di muro preservati dalla polvere mi è parso di vederci dei film con tanta gente che scappava e si baciava e poi tornava e salutava per sempre e si toccava le gambe e correva e ho pensato che fra due persone è questione di longitudine e di prendere una posizione dentro una storia, di stare sullo stesso scaffale insomma, non tanto di avere l’ispirazione di una qualche follia se no è solo un dito che scrive sull’acqua, e allora mi sono messo lì a sognarti perché so che poi tu ti svegli felice.
Certe volte avrei voglia di fare qualcosa di mangiare di provare andare di fare guardare di godere di parlare sapere e mangiare bistecche di topi da laboratorio, ho voglia di essere gentile, sì gentile con tutta la tua pelle e le tue budella, raccogliere anche i tuoi baci scaduti che non voglio buttare niente di te, essere un uomo essere una donna essere ciò che vuoi su un prato di margherite, mi chiedo come ti faresti riconoscere un’altra prima volta, e intanto ho messo a bollire le scarpe per avere l’idea del viaggio che non farò, vuoi che facciamo l’amore ok io mi dissocio, ma facciamolo, e se sei al mattino su un isola e la sera sull’altra io sarò al mattino sull’una e la sera sull’altra, è che io le idee ce le avrei ma le hanno già trovate tutte gli altri non si inventa più niente ogni paesaggio ha già visto i tuoi occhi e dove non c’erano io andavo a leggere un verso nella stalla, non voglio avere colpa per tutti i secoli e gli amanti passati prima di me nel tuo bucato al sole, se sei mora amoreggerò se sei bionda abbionderò se sei pazza impazzirò se mi guarderai con lo sguardo di un cavallo ti cavalcherò se mi farai tuo maniaco ti violenterò.
Che ne hai fatto di tutte le radiografie della mia mano, quelle che ti ho mandato per farti capire chi ero, cosa volevo in cambio della tua lontananza, quale vita mi sarebbe servita da raccontarti, e allora senti questa quando il treno ha frenato scricchiolando in mezzo alla campagna c’eravamo noi sulle rotaie col nostro spargimento di sangue e le nostre cianfrusaglie e il nostro guardarci da due centimetri per vederci avere un corpo solo, perché le indicazioni erano di inventarsi un mondo e starci dentro anche finto basta starci dentro, sarebbe la differenza che fa tra la ferita e il miracolo, in fondo niente di diverso da un colpo di vento a sollevare le cartacce, e dimmi perché mi hai sorriso quando ti ho sputato in faccia dimmelo ho diritto a una risposta non startene lì vestita da biancaneve a guardare le scie degli aerei dobbiamo fare qualcosa per scambiarci i nostri ricordi inventati, scoprire che non sono gli stessi e legarceli intorno al collo, mentre tutto intorno era cosparso di cartacce.
Ci sono solo lenzuola nel mio letto e non ci mettono niente a diventare fantasmi, vorrei tornare ma non riesco a convincere le scarpe, quando ho fame dormo e quando ho sonno bevo, e quando ho paura copincollo i tuoi pensieri dentro i miei, ti porto a fare un giro in macchina mi piace guidare evitando i tombini, il mio sperma che cola dai tuoi occhi sarà solo l’inizio.
Tutto questo farei se solo tu fossi un essere che vive dei tuoi sospiri, se solo avessi un nome che assomiglia alla mia disperazione, prima di lasciarti sparire sotto un sasso non penso a ciò che dico perché non esisti, se tu fossi una formica almeno potrei schiacciarti con un dito mentre ti dico ti amo ma solo per giocare, le lettere d’amore si scrivono piangendo e tu non piangi abbastanza per i miei gusti. Ma non stare in pena per me che un albero sotto il quale far finta di non pensarti lo trovo sempre.  Se poi è l’inconcepibile che vuoi fai una cosa, apri la bocca, rimandami indietro questa lettera senza aggiungere una parola, cerca una fetta di mare da qualche parte per vedere il treno tuffarsi, e aspettami, ti prometto un giaciglio di noia e peccato, ti prometto una sparizione al momento giusto, guarda, uno stormo di uccelli disegna il tuo naso e il mio abbandono nel cielo che si addormenta, aspettami, resta sveglia almeno tu.


settembre sexy. 3

Ho trovato una mano nella posta con un chiodo conficcato al posto dell’anello e starò a guardarla finché non mi piacerà. C’è mercato per i porno biscotti da rosicchiare sul tappeto, telefonami e sarai al centro del massacro, per te mancherò l’appuntamento col mio orsacchiotto. Le statistiche dicono che c’è un’altra mano da qualche parte, e la troverò, lo so, perché ogni mattina ho quel pensiero che sbatto a terra come una piovra che non vuol saperne di morire.


movimenti ripidi degli occhi. 5

La donna si era svegliata quando ancora faceva buio, si era spogliata ed era andata a sparire da qualche parte nella casa. L’uomo, dopo che ebbe finito di sognare un treno che correva su un lago secco, si era sollevato dal letto di soprassalto e aveva attraversato le luci sottili della strada, aveva intravisto la donna dormire nella vasca da bagno, e si era seduto su quella sedia dove ogni mattina cercava di capire se essere felice oppure no. Pioveva. I passi della donna varcarono la penombra come fossero bagnati. Era nuda, ma quello era il suo vestito e la sua bugia, era come quando l’aveva trovata sopra uno scoglio e non sapeva come sfiorarle la schiuma che la ricopriva. Andò a sedersi sul tavolo e aprì le gambe in modo che l’uomo restasse in contemplazione davanti a quel suo panorama incolto mentre lei distrattamente guardava alla finestra i primi lontani chiarori dell’alba. Lui sentiva l’odore di caffè che avevano le sue gambe, e pensava che se solo avesse potuto distinguere la pioggia dai suoi occhi forse avrebbe potuto anche provare ad amarla.


movimenti ripidi degli occhi. 4

L’uomo si era fermato sul marciapiede e aveva cominciato a fissare una bambola nella vetrina, la fissava negli occhi per non vedere il riflesso delle macchine che correvano. Dall’altra parte della strada la donna guardava quel manichino che lui era diventato col tempo, e al suono di un violino che si arrampicava nel traffico, forse lo odiava, lo immaginava nudo, privo di voce e di pensieri come lui avrebbe voluto essere. Poi all’improvviso la donna crollò a terra, di schianto come una mucca al macello, intuendo la pistola negli occhi della bambola. Ma l’uomo la conosceva bene, era solo una delle sue stramberie, credersi morta, attraversò la strada e la raggiunse sedendosi accanto al suo corpo vuoto. Un piccione atterrò sulla schiena della donna e lei si scosse. Eccola lì, in attesa di tornare in vita come tutte le altre volte, tra poco si sarebbe seduta al suo fianco, gli avrebbe preso le mani per stringerle e morderle cercando un po’ di sangue. E il mendicante col violino sarebbe passato davanti alla vetrina, dove la bambola, trafitta dai fanali delle auto appena accesi, gli avrebbe bisbigliato un segreto.


movimenti ripidi degli occhi. 3

L’uomo la guardava dalla finestra del bar restare tenacemente aggrappata a quel prato sfatto che la faceva piccola come una parola sussurrata. Il vento appassionato frustava la donna e il suo cappotto grigio, ma c’era solo il rumore del biliardo, l’uomo appoggiava la fronte e poi aprendo la bocca appannava il vetro per farla svanire dal suo brutto sogno. Lei cominciò a camminare sulle ginocchia, raccoglieva dell’erba e la mangiava strappandola coi denti, questo le ricordava qualcosa, ed era una scena che aveva visto da una finestra o da un oblò, quando i desideri erano come quei buchi del biliardo dove sparivano le palle che si erano scontrate. L’uomo ripulì il vetro per guardarla ancora e forse per decidere di scappare via e rimpiangerla, e andarsi a cercare un po’ di nostalgia in un posto senza vento, e non gli faceva niente vedere la donna che ingurgitava altra erba in mezzo alle gambe, riempiendosi proprio là dove si sentiva incendiare dalla fame, solo pensava che il vento non stava facendo nessun rumore.


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