la deriva ortofrutticola dell’editoria

C’è gente in giro che ha passato la vita a rincorrere una casa editrice seria che pubblicasse il suo libro. Dico seria perché così ci capiamo. Alcuni l’hanno trovata, e con questo hanno anche trovato legittimo definirsi scrittori ufficialmente in quanto passati al vaglio della credibilità dell’editore sul serio appunto. Ora, questo vaglio io non lo conosco bene, non so come funziona, che se lo sapessi sarei pettinato e vestito da scrittore, avrei una casa e un cane e un twitter da scrittore, insomma sarei noiosamente uno scrittore e non starei scrivendo questo post ma uno contro gli editori a pagamento con sdegno da vero scrittore. Però io vedo quello che c’è in giro, giusto lo vedo perché non perdo tempo con certe cose che basta entrare in libreria aprire a caso un libro e hai già capito, e mi sembra che la maggior parte di questi siano più che altro da definire come impiegati presso un editore ma che lavorano da casa essendo stata loro assegnata la mansione di scrittore. Eppure loro sembrano credere davvero al fatto che quello che hanno scritto sia diventato più interessante e abbia assunto maggior valore dopo che hanno trovato un editore.
Poi ci sono altri in giro, e anche questi sono tanti, che non stanno a farsi troppi scrupoli, a loro non interessa tanto l’esibizionismo della puzza al naso, certe finezze formali, no loro vogliono avere il nome sopra una copertina e dare aria finalmente al cassetto per vedere se il sogno è a colori. E così vanno in una tipografia chiamata editore a pagamento ed è tutto risolto. E’ chiaro poi che questo non piace al vero scrittore, che in quanto a supponenza e vanità è anche peggio, eh sì perché è troppo facile così, e io che ho passato il vaglio, dice, sono senz’altro più scrittore di lui. Va detto che qui spesso il  vero scrittore ha ragione, dal momento che il confronto è quasi sempre con casalinghe, pensionati, ingegneri, universitari analfabeti e mocciosi vari. Anche se a volte qualche pensionato ha la meglio. Che poi questi, i paganti, non mi fanno per niente rabbia, come incomprensibilmente a molti, ma tenerezza. Non sono forse più irritanti l’arroganza e la presunzione del vero scrittore defraudato di un titolo che solo lui pensa di poter esibire con onore dall’alto del suo realizzato sogno nel pizzetto? Vevo scvittove senti me, metti via il tesserino e fammi vedere cosa scrivi piuttosto, scvittove del mio coso.
E poi ci sono io, che non sto ne di qua né di là, che per tanti anni ho smesso di scrivere perché non mi piaceva più figurarsi se avevo voglia di stare a cercarmi un editore, e ancora meno avevo voglia di definirmi scrittore. Io che ho fatto quella cosa che sta in mezzo e che si chiama self pubblishing perché mi sembrava la più sensata visti i tempi e il panorama. Però come non riconoscere agli editori, seri o più o meno, il privilegio della credibilità presso i lettori, i quali credono veramente che se qualcuno ha passato il vaglio deve essere per forza più scrittore, ed è disposto anche a spendere più soldi per questo, come le cose vere perché le ha dette la televisione, o buone perché lo dice la pubblicità. E allora io dico. Perché ce l’hanno tanto con gli editori a pagamento e con chi decide di spendere i suoi soldi con loro. Insomma chi ci perde? Il lettore ha più scelta, l’aspirante scrittore può aspirare, il tipografo aspira i suoi soldi, il vero scrittore e il suo vero editore diventano ancor più fari nella nebbia, e non perdono certo lettori in quanto gli unici lettori, o meglio compratori dei libri a pagamento sono i parenti delle vittime… quindi? Quindi l’unico a perderci sono io. Che non ho passato il vaglio e mi ritrovo sulla bancarella del mercato tra pomodori illeggibili, zucchine disperate, peperoni frustrati e imbarazzanti melanzane. Ed è la cosa più normale a quel punto passare per un carciofo. Io non mi lamento di questo, e sarei l’unico ad averne il diritto essendo il vero danneggiato. Non mi lamento perché so che ognuno deve poter fare il suo gioco, e non voglio correre il rischio di passare per un impiegato stupidamente snob di una casa editrice col suo sgargiante e sudaticcio prodotto editoriale che fuoriesce dal taschino. Però sappiatelo, io non sono un carciofo.

 

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Informazioni su massimobettini

Ho aperto un blog per dimostrarmi che un blog non serve a niente, quindi cercherò di gestirlo nel peggior modo possibile, evitando accuratamente tutte le buone regole per un blog di successo. Conto di riuscirci. Il mio motto è, posto ma non mi sposto. Vedi tutti gli articoli di massimobettini

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