sonata per milza e cartilagine

Qualche giorno appena, questo restava da scoprire del loro amore, di quale finale si sarebbe rivestita la storia che era cominciata una sera davanti a un violoncello dagli occhi scuri e mansueti, e quelle dita leggere che poi avrebbero rovistato anche il suo corpo per farlo diventare un’anima turbolenta. E dopo quel concerto lei aveva attraversato con lui l’oceano senza sapere che sarebbero bastati cinquant’anni soltanto per trovarsi in quel letto d’ospedale aspettando che si svelasse la scena dell’addio. Avevano avuto la vita per dirsi qualsiasi cosa, e adesso c’erano solo le parole mute della morte, quelle che non si erano detti né immaginati mai. Lei si lasciava guardare per ore seduta nel controluce della finestra, lasciava che lui la trasfigurasse in un film bianco e nero che il silenzio velava di azzurra nostalgia. Poi quando lo vedeva addormentato si avvicinava al letto perché toccava a lei a quel punto spiargli i sogni, andare via lontano da lì e correre a cercarlo in qualche angolo di ciò che era stato.
Nora non capiva come fosse possibile amarlo più di quando l’aveva conosciuto, che quella volta le era sembrato non ci potesse essere più posto nel suo involucro corporeo, eppure quell’amore di adesso era incredibilmente più grande e ciò la rendeva sicura ormai che dovesse esserci necessariamente una qualche altra dimensione, che era poi una semplice questione di spazio, come poteva il suo corpo bastare per quel sentimento, il contenitore di ciò che lui era e rappresentava per lei non poteva ridursi a quel piccolo agglomerato carnale, e questo dava adito alla sua speranza e le placava l’angoscia. Che in pratica lui così tra qualche giorno non sarebbe morto, avrebbe solo convinto i dottori che quella poteva chiamarsi morte, ma chissà cosa stava già escogitando in quella testa d’artista abituata a non arrendersi.
Sono strani gli americani, tu vai lì a suonare e loro ti seguono per tutta la vita. L’aveva detto anche agli infermieri, come a chiunque quando voleva riconoscere ancora una volta quel sorriso che sembrava essere rimasto in mezzo all’oceano, e lei si lasciava vezzeggiare, lasciava che il suo archetto la sfiorasse facendola risuonare. A volte la prendeva e la spogliava, poi appoggiava l’orecchio come fa un dottore e l’ascoltava, e sembrava davvero godere, un po’ sulla pancia un po’ sulle gambe, come la puntina di un giradischi si estasiava per quei suoni che sentiva solo lui, perché poi ogni volta che anche lei aveva provato, benché l’adorasse, non aveva mai sentito niente.
Lui le aveva insegnato che la musica non era solo nel suo violoncello, ma era ovunque, nei fiumi che scorrevano e nell’erba che cresceva, nell’alba e negli occhi che piangevano, nei ricordi e nella lontananza. E lei col tempo aveva scoperto che era vero.
Adesso anche quel dolore, quel suo spegnersi, quei suoi sguardi liquidi potevano essere ascoltati quasi come provenire da un’altra stanza, da un corridoio dove qualcuno si estenuava per ricostruire l’eco dei sussurri passati, ed era una sonata che profumava di lacrime dolcissime.
Poco prima che la vita se ne andasse, lui fece uscire tutti dalla stanza perché voleva parlare con lei. E una volta che furono soli non disse le solite cose che si dicono quando si muore, e nemmeno lei veramente se le aspettava, ma le fece cenno di aprire il comodino. C’era un biglietto da visita, lei lesse l’indirizzo di un’impresa di pompe funebri. Si trattava di una ditta americana specializzata in cremazioni, e se lui voleva così, certo lei non aveva niente da obbiettare. Soltanto non capiva quel fare di lui ammiccante, che se solo il dolore l’avesse consentito, si sarebbe potuto dire sorridente.
Quando Giacomo morì, o meglio ingannò i dottori, lei non ci fece nemmeno caso, prese il biglietto e se ne andò come per fare una commissione, ubbidiente al suo amore. Lungo la strada pianse, un po’ perché vedeva quelle nuvole nere e gonfie che si avvicinavano sopra i palazzi, e un po’ pensando che tutto era finito, ma lo fece senza dispiacere, e se non fosse stato per le vetrine e i passanti che si inumidivano e scoloravano delicatamente non se ne sarebbe neppure accorta. Le ultime parole del suo amore le avevano detto di starsene calma e tranquilla, di non pensare a niente di brutto, e lei l’aveva sempre ascoltato il suo amore, come poteva non farlo adesso. Quando fu negli uffici dell’agenzia si strofinò gli occhi e si sistemò per il colloquio con quel signore molto gentile e professionale che l’aveva fatta accomodare sul divanetto per spiegarle quali fossero nel dettaglio le disposizioni che il suo amore aveva stabilito. Non fu molto sorpresa da ciò che apprese sarebbero dovute essere le procedure. Lui l’aveva abituata alle sorprese, e non l’aveva mai delusa, così dopo che le ebbero spiegato come le volontà del defunto si sarebbero esplicate, quando uscì dall’ufficio le sembrava di avere un sorriso che si allargava spudoratamente tra le rughe, che pure erano delicate, ma che non sarebbero mai più state guarite dalle carezze del sue amore.
La condussero fuori nel giardino, dove ritrovò gli amici che avevano accompagnato Giacomo per i saluti. Introdussero la bara nel villino dentro il quale l’avrebbero bruciata, ma lei preferì stare fuori a farsi consolare dalle foglie autunnali che animavano la cerimonia. Il suono del violoncello che veniva diffuso nel cortile non riuscì a strapparle nemmeno un singhiozzo, anzi lei si abbandonò alla grazia melodiosa del suo amore con l’incanto della prima volta. Poi all’improvviso un fumo grigio si alzò dal retro per perdersi nel cielo, e allora sì, due lacrime le piovvero sulle scarpe. Stette a guardare con la gola chiusa quella nuvola che era stata la sua vita, amandola e sorridendole poi nel suo dileguarsi, perché adesso le sembrava di capire quale fosse la vera dimensione di quel sentimento, e che il recipiente non poteva essere il suo corpo e nemmeno il mondo intero ma andava ben oltre il confine dell’universo. E quando il tetto smise di fumare se ne andò a casa quasi felice.
Il mattino dopo Nora si presentò come d’accordo per riportare a casa il suo amore, portando con sé la stessa trepidazione di quando l’aveva aspettato dopo il concerto, cinquant’anni fa. C’erano altre due donne nella sala d’attesa che avevano già fatto conoscenza, ma lei non volle interloquire. Una mia amica, dissero, si è fatta un giorno di cammino per disperdere suo marito in cima a una montagna. Oh sì, disse l’altra, c’è chi lo fa col mare, io me lo terrò sul letto, non voglio dormire da sola. Noi invece abbiamo un albero dove lui andava spesso per leggere, e lo seppellirò lì. E lei, cosa farà? chiesero improvvisamente a Nora. Lei fu colta di sorpresa, ma dopo una breve esitazione disse, in un disco, mescolerò le sue ceneri nel vinile e ne farò un disco. Noi americani siamo strani, anche se veramente è stata un’idea sua. Le donne non capirono se fosse irriverenza o follia, però dopo qualche minuto la videro uscire dall’ufficio con il suo bel disco in mano, commossa e raccolta nel suo turbamento.
Nora passò tutto il giorno a fare cose normali, fingendo di essere distratta e lasciando che il desiderio crescesse per conto suo, poi quando tutto il rumore della giornata si dissolse nella stanchezza della sera, prese il suo amore e lo mise sul giradischi. Si sdraiò sul letto e chiuse gli occhi. Non c’era più il violoncello, non più la burrasca dell’oceano. C’era il suono ruvido delle ossa e della carne, il crepitare del cuore e dei polmoni, lo stridio della pelle e il mormorio del sangue, e adesso anche lei poteva sentire quello che la sua verginità non era mai riuscita a sentire, cigolare la lingua, e le cartilagini e i capelli, sussurrare la milza fino all’orgasmo di ogni pensiero che riguardava il suo amore, che era lì e la stava baciando, le stava dicendo siete strani voi americani. Quel frusciare sublime di ciò che era la natura e la sostanza della sua passione era l’ultimo e definitivo concerto della loro storia. Quando il disco finì si addormentò pensando che avrebbe passato il resto dei suoi giorni a far finta di niente, solo aspettando la sera. Sapeva che avrebbe sempre potuto fare l’amore con lui, senza che dovesse esserci mai la parola fine.

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Informazioni su massimobettini

Ho aperto un blog per dimostrarmi che un blog non serve a niente, quindi cercherò di gestirlo nel peggior modo possibile, evitando accuratamente tutte le buone regole per un blog di successo. Conto di riuscirci. Il mio motto è, posto ma non mi sposto. Vedi tutti gli articoli di massimobettini

30 responses to “sonata per milza e cartilagine

  • Amor et Omnia

    non ho parole in aiuto… le lacrime le metto in un cassetto per domani. dammi quella penna ti prego.. devo scrivere mille cose… e mai potrebbe essere così ma questo è il senso e molto più… poche cose trovo perfette io non sono nente per dirlo..ma il cuore si..questo pezzo di virtù ci fa senitere viaggiatori meno solitari.. grazie ….. (vorrei ribloggare posso?) è un Amore imperfetto (perfetto),,,, un abbraccio. A.

    • massimobettini

      se puoi ribloggarlo? è come se mi chiedi posso darti un bacio? che domanda… mi fa solo piacere essere così direttamente sul tuo blog, anche questo è un modo per viaggiare meno solitari 🙂
      grazie per le belle parole, che al contrario di quello che dici non ti mancano mai… posso darti un bacio?

      • Amor et Omnia

        assolutamente si :-).. .. grazie, ribloggo …mi piace davvero come scrivi… e come mi arriva… mentre leggevo mi sono immaginata questa melodia

        è il canto degli alberi Years di B. Traubeck ricavato dal tronco di un albero usato come vinile, molto discusso ma evocativo, per il suo siginificato……. un bacio a te e scrivi ancora…

  • Amor et Omnia

    L’ha ribloggato su Da sempre vibra dentro Amoree ha commentato:
    Amore imperfetto… una melodia può essere eterna, l’essenza sopra ogni cosa…
    Grazie a Massimo Bettini per questo meraviglioso passaggio…

  • Cam

    Post come questi mi levano le parole. Non so proprio come commentare, ma cliccare solo su mipiace mi sembra riduttivo. Chapeau.

  • bakanek0

    Narrativa poetica, evocativa, struggente quando deve. Molto emozionante leggerti.

  • gelsobianco

    Non ho parole. Così, a caldo.
    Ho appena finito di leggere il tuo scritto.
    Sono emozione pura!
    Grazie.
    Un sorriso
    gb

    • massimobettini

      sorridiamo allora… così, al caldo 🙂 ciao

      • gelsobianco

        Anche ora, rileggendo tutto per la terza volta, posso farti i miei complementi, a freddo! 🙂
        “Il mio motto è, posto ma non mi sposto.”
        Bellissimo! Validissimo!
        Se tu, posti sempre scritti di tale livello, sono gli altri che si sposteranno e verranno da te che non ti sposti. 😉

        Bravo, bravo, davvero bravo!
        gb

      • massimobettini

        sappi che ti vedo, anche a quest’ora, io sono qui che non mi sposto e ti curo 🙂
        per me non spostarmi è obbligatorio, non so fare altro, però difficilmente paga, spero che il finale sarà quello che dici tu invece, chissà… grazie per il calore, anche a freddo 🙂

      • gelsobianco

        mi curi! 🙂
        il finale sarà quello che prevedo se i blogger non sono tutti stupidi!
        e non lo sono, in realtà, tutti.
        solo alcuni.

        è il calore a freddo che conta!

        guarda che, da tramedipensieri, c’è un mio commento per te!
        spostati questa volta!
        poi posta e non spostarti più!
        🙂
        gb
        ora vado a dormire!
        devo!
        E tu quando dormi? 😉

      • massimobettini

        andiamo a dormire insieme allora… nel senso dell’ora 🙂
        prima però volevo dirti, tanto adesso non lo legge nessuno, che sei troppo ottimista, perchè non è vero che i blogger stupidi sono pochi, direi il contrario… notte

      • gelsobianco

        ti dico la verità ora, prima di andare a dormire insieme, nel senso dell’ora, naturalmente 😉
        i blogger stupidi non sono pochi! proprio no.

        buonanotte, nottambulo blogger!
        gb

      • gelsobianco

        …chiedo scusa per una mia virgola di troppo!

  • harleyquinn86

    Sembri davvero un extraterrestre per quello che scrivi, ma in realtà sei un essere umano che ha scoperto tutta la magia della vita su questo pianeta.
    Non potevi fare un esempio migliore dell’amore per spiegare che i sentimenti umani, benché fatti di materia per chi non crede in altro, sono infiniti e si prendono gioco sia della ragione che della morte.

  • gelsobianco

    Vedi che di notte tu dormi anche? 😉
    gb

    Scrivi!
    Tu sai scrivere.
    Fallo!

  • guido mura

    Mi sa che il disco assomiglia a certe mie musiche 😉

  • gelsobianco

    Ed ora dove sei, massimobettini? 😉

    gb

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