la galleria

Se si potessero scrivere storie senza personaggi e senza luoghi ecco che allora questa montagna buia che ho davanti e che domani il sole infiammerà mi racconterebbe di quando per arrivare qui mi sono infilato in quella galleria che qualcuno aveva appena inventato e che sembrava essere destinata a me per il collaudo, alla mia angoscia per ciò da cui non posso scappare e che potrebbe chiamarsi claustroqualcosa o qualcos’altro, ma che sarebbe soltanto il frutto del mio albero più solitario, quello che sta in fondo al campo a prendersi gli uccelli sfiniti. Dentro che fui nella galleria allora cominciai a pensare che quella vana regressione nel cuore del tempo che serve a trapassare le montagne o le città o il fondo del mare nonché ogni brutto pensiero che si anima allo sfiorire di una sera, quel tubo potrà anche attorcigliare il suo vuoto fin che vuole ma dovrà pur sputarti prima o poi da qualche parte, dal momento che ogni cosa finisce, quindi anche l’inquietudine avrà il suo buco di luce che si aprirà in un’onda per ridarti il mondo e la tua strada. Superai un camion giallo con una grossa scritta che finiva per o, mentre il tunnel curvava verso destra, o così mi sembrava, ed erano già parecchi chilomertri che stavo lì dentro. Un cartello disse che mancavano 4500 metri alla fine della galleria. Erano tanti ma erano pur sempre una certezza, e una liberazione pensare che ad ogni respiro il puntino luminoso si avvicinava sempre più, un pertugio elettrico da cui farmi ipnotizzare, per vedere inaspettatamente  una ragazza fare l’autostop, senza potermi fermare che andavo troppo forte e la strada correva nei miei occhi asfaltati, correva come una slot machine che non sentenzia mai niente. Tre tre tre tre tre, questo era il numero del soccorso. In fondo al rettilineo, prima della curva cieca, un grande e spropositato manifesto aveva rubato il vento a una spiaggia. Quando finisce questa galleria, quando? Le lampade scivolavano sul parabrezza svanendo una alla volta. Un camion giallo rallentava la mia frenesia, e superandolo lessi qualcosa che finiva per ito. C’era una curva a destra, o almeno così sembrava, e feci appena in tempo a vedere il cartello. Mancavano 4500 metri alla fine della galleria, evidentemente prima mi ero sbagliato. Dovevo stare calmo e continuare a pensare che prima o poi sarebbe finita, mi avrebbe vomitato fuori riducendomi a un qualche colore ma era sempre meglio della cenere di quella strada e della rocciosa contorsione che era quella canna di fucile che sempre più pareva caricata a salve, sempre più pareva quella curva verso destra e poi tanti chilometri ancora, tanti, per vedere un’altra volta un cartello, 4500 metri, e superare quel camion giallo sul quale adesso potevo leggere inito. Stordito dalle innumerevoli e perpetue lune che soffiavano sul parabrezza arrivai a pensare che quella galleria fosse circolare, non c’era entrata, che infatti non ricordavo, non c’era uscita, che infatti non immaginavo. Tre tre tre tre tre, in caso di difficoltà. Quando superai il camion per l’ennesima volta e lessi sulla sua fiancata gialla, finito, e vidi là in fondo la spiaggia prima della curva, il mio sospetto mi riempì furiosamente i polmoni. In certe situazioni estreme io però divento ragionevole, e questo mi calma. Dovevo essere entrato da qualche parte, e mentre lo pensavo una ragazza mi chiedeva l’autostop. Un cartello diceva che mancavano 4500 metri alla fine della galleria, ma ormai aveva perso la mia stima. Mi fermai, scesi dalla macchina e dal baule tirai fuori un ombrello. Lo misi a terra e ripartendo lo tenevo d’occhio nello specchietto retrovisore finché diventò un pixel rosso assorbito dall’evanescenza. Passarono incalcolabili minuti ancora, e strada veloce, e chilometri e chilometri di grigio, una ragazza che voleva un passaggio, finché eccolo davanti a me apparire il pixel rosso. Scesi dalla macchina e a quel punto non avevo più dubbi. Era una galleria che si mangiava la coda, e io stavo girando in tondo per essere sempre nella stessa cupa sensazione. Tre tre tre tre tre. Feci il numero. Dopo una breve attesa rispose una voce di uomo che disse, come posso esserle utile? Non appena cominciai a parlare mi interruppe dicendo, un momento, le passo la persona giusta per il suo problema. Aspettai un po’, finché l’uomo tornò. Come posso esserle utile? Stavo aspettando la persona giusta, un momento, mi fermò, le passo la persona giusta. Aspettai ancora, dopodiché quell’uomo un’altra volta disse, come posso esserle utile? Io non dissi niente, e avevo qualcosa che mi chiudeva la gola. Le passo la persona giusta. Adesso il camion mi passò davanti, e io potevo leggere la scritta per intero. Infinito. Come posso esserle utile? Il mare era là in fondo al rettilineo, e bagnava la sua spiaggia. Raccolsi l’ombrello, le passo la persona giusta. Non c’era modo di uscire da quella situazione, se non con un’idea brillante, come ad esempio, come posso esserle utile, immaginarmi di essere uno che scrive e chissà perché poi, le passo la persona giusta, e decidere di mettere la parola fine a questa storia per cominciare ad occuparmi di altre storie. Come posso esserle utile?

 

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Informazioni su massimobettini

Ho aperto un blog per dimostrarmi che un blog non serve a niente, quindi cercherò di gestirlo nel peggior modo possibile, evitando accuratamente tutte le buone regole per un blog di successo. Conto di riuscirci. Il mio motto è, posto ma non mi sposto. Vedi tutti gli articoli di massimobettini

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